Amore I

I suoni che produsse con l’apparato fonatorio, avevano un significato nella nostra lingua, ma per me erano incomprensibili. Avevo disimparato anni e anni di parole, di termini specifici, di significati, di frasi fatte, di vocali e consonanti, di pause. Lei parlava e non capivo. Non ero in grado di dare un senso al movimento delle sue corde vocali e quella frase, che disse alla fine e ripeté tre volte, si tramutò nelle mie orecchie in vagiti di quand’era neonata. Un “gagagagu”, senza alcun senso. Sophie cercava di comunicare in quel linguaggio indecifrabile che noi interpretiamo come sola espressione di bisogni primari che portano alla conseguenza del pianto. Sophie, in macchina, alla mia sinistra, seduta sul sedile del guidatore, le mani sul volto lontane dal volante, cominciò a piangere dopo i tre “gagagagu”, a cui non risposi.

Avevo visto qualche filmato di quand’era appena nata, un mostriciattolo pallido e pelato di cui mi ero innamorato nella sua versione da quasi adulta. E proprio in uno di quei video, pronunciò quel verso, “gagagagu”. Avrei voluto poter prenderla in braccio, coccolarla, mostrarmi sicuro, farmi scudo attorno a lei, essere una roccia a cui potesse aggrapparsi, una scogliera con una grotta per osservare il mare in burrasca ben al riparo, un ombrello enorme, una casa antisismica, un poliziotto buono, ma pur sempre armato. Invece fissavo lo specchietto retrovisore e mi chiedevo come fosse possibile che un giorno un uomo comprendesse l’importanza degli specchi e dei riflessi, che un altro uomo ne riempisse una stanza e arrivasse a disorientare ogni visitatore. Eravamo andati in un Luna Park la quarta volta che uscimmo da soli, io e Sophie, ci baciammo nella casa degli specchi, per la prima volta.

Mentre pronunciava i “gagagau”, avevo il braccio destro rotto e non potevo accarezzarla, guardavo il riflesso di una macchina ferma, con i vetri appannati, a cinquanta metri da noi, si vedevano le sagome di una lei e un lui. Ero una spugna, un calamaro, una vongola attaccata allo scoglio vittima della burrasca e con la consapevolezza che sarei finito risucchiato dalla bocca di un ricco emiro. Ero inzuppato per colpa di un acquazzone improvviso ad agosto, infreddolito e pieno di ematomi per colpa dei chicchi di grandine. Ero una casa vecchia di quattro secoli, mai ristrutturata, un rudere abitato dalla merda delle mucche, durante il l’occupazione nazista. Ero la vittima seduto di fianco al kamikaze il giorno di un attentato terroristico e credevo, fino a quel momento, all’integrazione, ed ero felice di vedere un uomo di chiare origini straniere leggere nella mia lingua un libro che ho adorato, che ho amato, che ho ritagliato per poter incollare delle citazioni sul mio diario e poi ricomprato.

Con “gagagagu”, Sophie, stava dicendomi «È finita». Con “gagagagu”, Sophie, stava ripetendomi «È finita». Con “gagagagu”, Sophie, stava tatuandomi «È finita». Aveva fatto un discorso prima di arrivare a queste parole. Mi aveva chiesto di analizzare attentamente la situazione, di cercare di vedere lei e il suo futuro, di essere in grado di osservarmi, di non chiederle altre possibilità, perché era stata paziente con me e io lo sapevo benissimo, avrei dovuto saperlo, dovevo essere onesto. Si era fermata, sospirando. Aveva ripreso a dire che la nostra era stata una bellissima storia e usava il passato perché doveva farlo, perché ormai, da un po’ di tempo, non eravamo più compatibili, era come se lei avesse preso a correre e io fossi rimasto seduto su una panchina a guardare tutti gli altri fare jogging, criticandoli, per giunta. Allora in quel momento mi venne spontaneo chiederle perché non mi ha invitato a correre. E lei si voltò verso di me iniziando a guardarmi negli occhi con le sopracciglia incurvate verso l’alto, la fronte piegata su sé stessa e i bordi delle labbra pendenti verso il basso, con il broncio di quando tratteneva le lacrime perché non sopportava mostrarsi in difficoltà. Lo aveva fatto, Sophie, mi rispose che lo aveva fatto e me lo diceva con la bocca e con gli occhi, mi cercava con gli occhi negli occhi, ma non avevo occhi e non volevo vederla mentre mi diceva quello che per lei era vero e per tutti era vero ed era assolutamente vero, per forza, anche per me. Lo aveva fatto, ma cosa stavo facendo? Cosa? Sophie, cosa stavo facendo? Ascoltavo musica, ascoltavo gli Afterhours o gli Iron Maiden? Cosa ascoltavo? Ascoltavo quel gruppo, Sophie, che piaceva a te e di cui ho imparato le canzoni, per farti contenta. «E perché non mi hai preso? Non mi hai strappato dalla panchina? Non mi hai insegnato a correre, visto quanto ci tenevi?». Ero arrabbiato con lei più che con me, con me più che con lei. Mi rispose con le stesse parole che avrei usato fossi stato al suo posto. Non doveva prendermi e strapparmi, ero io a dovermi alzare, era giunta ora, avevo venticinque anni, e cazzo era giunta l’ora, era giunta, per lei come per me, ma non ero in grado di accorgermi di nulla, perché ero egoista e vedevo solo me stesso. E con questo, Sophie disse l’unica cosa sbagliata di tutto il discorso. Non vedevo me stesso. Non sapevo chi fossi e non potevo vedermi. Osservavo gli altri salpare ed ero felice, contento, soddisfatto, compiaciuto, appagato per loro. E Sophie aveva deciso di andare con gli altri tutti, di fare il biglietto e salpare, di abbandonarmi. Le dissi «Così mi abbandoni? Questo vuoi? Vuoi farmi del male?». Io non sto facendo nulla, ti stai abbandonando da solo, stai facendo tutto da solo. E non stavo facendo nulla, e mi stavo abbandonando da solo, e stavo facendo tutto da solo, e mi chiese di scendere dalla macchina perché si era fatto tardi, doveva tornare a casa. Mi salutò ordinandomi di stare bene, dicendomi che lo avrei superato e che ci teneva a me e di farmi risentire, un giorno, quando tutto sarebbe passato.

Le case che non possiamo abitare sono costruite con mattoni d’incertezze, sono arredate con libri dalle pagine bianche, con armadi vuoti e scassati. Non si riesce a vivere con ricordi troppo pesanti da ingobbire la schiena, la casa deve assorbirli e nasconderli sotto i colori dei muri, deve soffocarli e annullarne la memoria, deve far sparire anche l’ultimo drappello rimasto sul campo di battaglia, per poter essere abitazione, cuccia o culla. Dopo i sentimenti rimane la pazienza di saper ricostruire un luogo d’attesa.

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