Andrea Fabiani

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La poesia può essere comunemente vista come un’esposizione barbosa in versi dei sentimenti più profondi e alti del poeta, può scoraggiare proprio perché si richiede d’entrare in un universo che non ci appartiene, ritenendolo a volte troppo imponente per le nostre conoscenze e capacità.
Andrea Fabiani presenta nei suoi versi liberi, il suo piccolo personale mondo fatto di amore e, in questo caso, soprattutto di delusioni e difficoltà di reagire, perché in “Avrei voglia di dirti addio” oltre a un ipotetico amore finito, leggiamo di un uomo incapace di far valere le sue volontà. In “Spazzatura” quell’amore diventa un’ossessione, un altro momento di incapacità nel processo naturale di allontanamento del passato, perché l’amore, il suo come il nostro, è nascosto anche negli oggetti quotidiani, i quali sono capaci di richiamare immediatamente i ricordi e piombarci addosso da un semplice sacchetto maleodorante. “Pois” nei suoi nove versi raccoglie forse molto di più delle due poesie precedenti, è sempre presente quella volontà di donare tutto quel che si ha, rischiando il dolore, le ferite, le macchie.
Un uomo però, non è solamente le sue esperienze sentimentali, ma vive anche di fantasia ed ironia. Così nella poesia “La fabbrica delle nuvole” tutta la sua immaginazione viene rivolta ad un soggetto classico. Il titolo può essere ingannevole, perché le nuvole e la natura sono negativi, sono un lavoro terribile, una noia, una schiavitù nell’esperienza surreale narrata, in una poesia che è appunto narrata, una prosa verticale. La poesia ha delle chiare sfumature ironiche, ritrovabili nel San Pietro che si trasforma in un acido e maligno reclutatore di personale: “All’ufficio all’ingresso/San Pietro nella destra reggeva/il mio curriculum vitae/mi ha detto: è un brutto momento./La crisi, mi ha detto,/le congiunture economiche/internazionali/dobbiamo delocalizzare, mi ha detto San Pietro/ma leggo che lei è disponibile/a trasferimenti e viaggi all’estero.”. Passando dall’ipotetico Paradiso all’inferno dantesco, Andrea Fabiani tra le numerose terribili torture aggiunge l’Ikea. È una delle peggiori torture dei nostri tempi, su questo siamo tutti d’accordo, ma riprendendo qualche personaggio di Dante, portandolo dentro uno dei capannoni gialloblu, tra nomi di sedie in un’impronunciabile svedese, si va a toccare un qualcosa di diverso, un’ulteriore dimostrazione che la poesia non è semplicemente lamette e suicidi, ma è anche ironia, in alcuni autori, e motivo di riso, per alcuni lettori.

Jaime De Castro

 

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  • Avrei voglia di dirti addio

Avrei voglia
di dirti addio
per vedere
la faccia che fai,
per immaginarti
piangere sola,
rimpiangere
gesti che non hai fatto,
parole lasciate cadere
dalla parte sbagliata
della tua bocca.
Avrei voglia
di dirti addio,
come volevo morire
da piccolo
per distrugger la vita
dei miei genitori,
vendicarmi di loro.
Avrei voglia
di dirti addio,
vorrei poterti punire,
pensare che soffri,
pensar che ti manco,
pensarti ancora, dimenticarmi
ch’è troppo tardi, che solo
ieri tu hai guardato
i miei occhi senza speranza,
e negli occhi mi hai detto,
freddissima:
addio.

 

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  • Spazzatura

Il cestino
della spazzatura di casa
in realtà è un bidone
di latta, senza coperchio
(l’ho perso).
È stracolmo, la spazzatura
puzza da pazzi e dovrei
portarla fuori, ma fuori
fa freddo, fuori
si sente il vento che fischia
e sbatte sui vetri.
Dentro, in casa con me
c’è caldo e non ci sei tu,
c’è solo l’olezzo
appiccicoso del rusco
che m’invade la gola, c’è solo
il ronzio del frigo e l’intreccio
delle rotte di tre neri mosconi.
Non avendo un coperchio ho tentato
di metterci un piatto,
grande da pizza, sopra
ho pensato: pazienza
per il piatto, la pizza
tanto la mangio sempre
nel cartone della pizzeria.
Ho schiacciato, ho schiacciato,
non ha funzionato
Allora ho sparso su tutto
tutto il deodorante
spray per ascelle che avevo
nell’armadietto del bagno,
ma non ha funzionato
nemmeno quello e adesso
domani non avrò niente
per deodorarmi le ascelle
se decidessi di uscire, ma tanto
non uscirò, starò qui
anche domani, sto qui
da ormai cinque giorni, tu
non ci sei più da quattro
hai portato via tutto, soltanto
sul fondo di questo bidone
si trovano ancora
tracce di te in questa casa:
una buccia di mela, un osso
di pollo, la pelle
di un peperone al forno, un vecchio
assorbente. Per questo
non butto la spazzatura
la tengo con me, me la godo, mi sembra
che tu sia ancora con me.
E forse è sciocco, ma tu
pensa,
ovunque tu sia ti prego tu pensa
a quale peccato sia stato
averlo gettato via
se pure tra i miasmi malsani
di questi marci rifiuti io posso
riconoscere ancora, distinta
l’incantevole scia
del nostro amore.

 

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  • Pois

E sul mio cuore
che ti ho fatto tenere
in mano
hai spento sigarette,
perché dicevi
di provare da sempre
un amore sincero
per le cose
a pois

 

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  • La fabbrica delle nuvole

Che brutto essere morti
e non starsene sotto terra
ma doversi svegliare ogni mattina
uscir di casa
fare colazione al bar Gino
con le brioches dall’intenso sapore
di plastica
e i cappuccini bollenti.
A me da morto sarebbe piaciuto
non fare niente
una bara comoda
di legno buono, resistente
all’umidità e una lapide
di lucido marmo
con l’epigrafe: “Qui giace
in pace
Andrea Fabiani”. Invece
quando è capitato che sono morto
sono andato nel paese dei morti
-non c’è l’inferno, non c’è il paradiso.
il purgatorio nemmeno –
c’è questo paese dei morti
che è un capannone senza confini
ci lavorano tutti i morti
del mondo
alla catena di montaggio
delle nuvole.
Sì, le fanno i morti, le nuvole
quella storia del ciclo dell’acqua
è falsa
è un depistaggio, un complotto.
Dopo il trapasso mi son presentato
all’ufficio all’ingresso
San Pietro nella destra reggeva
il mio curriculum vitae
mi ha detto: è un brutto momento.
la crisi, mi ha detto,
le congiunture economiche
internazionali
dobbiamo delocalizzare, mi ha detto San Pietro
ma leggo che lei è disponibile
a trasferimenti e viaggi all’estero.
Sorrideva, San Pietro, d’un sorriso sospetto.
Così son tornato nell’aldiquà
sono morto sì, ma ogni giorno
mi sveglio alle cinque
mi trucco da vivo,
prendo l’autobus alle sei e un quarto
poi cambio e ne prendo un altro
poi un altro.
raggiungo una base militare
in un bunker segreto
nel profondo d’una montagna,
io e altri morti come me
fabbrichiamo le nuvole
cominciamo alle otto.
Facciamo turni da dieci ore
senza la pausa pranzo, tanto siam morti.
Senza il tempo di una sigaretta, tanto siam morti.
Non veniamo pagati, tanto siam morti.
La sera torniamo a casa
stanchi morti.
Il giorno dopo da capo.
Quando da vivo
vedevo le nuvole,
pensavo pensieri
d’indipendenza, provavo
un senso profondo di libertà.
Non immaginavo per niente
quanta morte
e quanta sofferenza
ci fossero
dietro.

 

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  • Ikea

Ogni volta che son stato all’Ikea
ho visto cose
che mi han segnato profondamente,
ho visto persone
che non avevano nessun desiderio
di essere lì
che si odiavano l’uno con l’altra
per essersi condotti a vicenda
tra bagni, letti e soggiorni
appartenenti a nessuno e mobili
così facili da comprare
così difficili da montare.
Se Dante dovesse oggi riscriver l’inferno
Io ci scommetto, un girone
lo ambienterebbe all’Ikea.
Vi vagherebbero
in un doloroso, eterno
sabato pomeriggio
anonime coppie dannate
intente a misurare col metro
armadietti laccati
drammaticamente sempre
un centimetro troppo larghi.
Ci potresti vedere Paolo
seguire curvo e sbuffante
Francesca irritata
del suo scarso entusiasmo
che a dar baci che costano la dannazione
son buoni tutti, ma a dare
una mano per sceglier le tende di sala
no, quello no.
E ci sarebbero i Borgia al completo,
dal primo all’ultimo.
Li vedresti privati di ogni veleno
di qualunque potere,
cercare smarriti
scaffali perduti
e ovunque vedresti demoni freddi
stanchi e scazzati, recitanti
litanie antiche e malvagie
composte
di maledette parole
come Billy, Bygel,
Dragan, Bolmen, Gruntdal!
Io, anche a sforzarmi,
ma sforzarmi tanto, ma
tanto, tanto faccio fatica
a immaginare un orrore
che possa esser peggiore
e perciò, amore mio amore
perdonami, adesso
o almeno
cessa di serbarmi rancore
se l’ultima volta che ti ho sentita pregare
me
di portarti all’Ikea
Ti ho risposto
Ma vai all’inferno!
Alla luce di quello
che ti ho appena detto,
puoi facilmente capire
che si è trattato soltanto
di uno spiacevole malinteso.

 

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Andrea Fabiani: nasce a La Spezia il 6 maggio del 1978 e lì vive fino all’età di 27 anni.
Comincia a scrivere poesie e racconti intorno ai vent’anni, senza tuttavia tentare di pubblicarli.
Nel 2005 si trasferisce a Genova per lavoro e frequenta i corsi della scuola di scrittura creativa Officina Letteraria, partecipando anche a svariate attività organizzate da questa, come readings e la raccolta di racconti Senza Amore, edita da Emma books.
Un suo racconto è stato pubblicato nel numero 55 della rivista Inutile.
Alcune poesie e racconti sono stato pubblicato sulla rivista Alibi, l’altrove letterario.
Due suoi racconti sono contenuti nella raccolta 100 racconti di 100 parole a 100 centesimi, a cura del forum letterario Inchiostro&Patatine.
Ha partecipato ai testi del Bestiario del lavoro 2.0 illustrato da Alessandro Ripane e pubblicato da Bradiponauta.
Appassionato di slam poetry e in generale di qualunque occasione gli permetta di leggere le sue poesie in pubblico.
Il suo blog è: www.lafabbricadellenuvole.net
Fa parte del Collettivo Linea S: http://collettivolineas.blogspot.de/

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