Da BdA n. 6 “Letture incrociate”: su (e oltre) “Farla franca” di Ivan Ferrari

Farla franca

 

Sperare di farla franca
chissà
con che statistica probabilità.
Confidare di svicolare
tra mina e mina, di spendere
moneta che non sia stata
mercede di un silenzio, prezzo
di un corpo, taglia
di un’esecuzione, condire
il pomodoro con il sale
contando non sia intriso
di malapaga e masticare
le spoglie di una giovenca senza storia
pregando non serbi memoria
della madre, dell’ultimo sparo
e fare assegnamento
di scansarsi il tumore, l’herpes
genitale, la sepoltura di un figlio,
di un fratello, la demenza,
la zoppia,
il tradimento.
Sperare di farla franca
mentre vanno a segno i colpi
nelle caselle intorno
e consolarsi
dello stupore del vicino
muto che affonda e l’abisso
che lo inghiotte
spavaldamente chiamarlo sorte.
Farla franca
e presentarsi al conto
con questo medagliere
di agguati sventati di pericoli
scampati per un soffio
di fortunosi accadimenti
e uscire di scena cadendo
nel buco predisposto
per l’annullamento
forte d’aver schivato
i precedenti cento.

(Ivano Ferrari)

*

Scansare: ecco Il verbo di una vita; parca, pigra, vile. La fossa interiore nel vano infingardo dell’occhio, quando la notte tutta ci trattiene e non abbiamo denti; e non abbiamo ossa per raccoglierci interi in una forma che scavalchi la paura, di perderci in un donde. Scansare i dolori e le difficoltà e così scansare la vita, che la vita ha questi strappi e il poeta lo sa, lui, che tutto si raccoglie in queste pieghe che incidono la lingua. Ma scansare è anche sperare, domare in qualche modo la vicenda d’esserci pienamente e non colpevoli, in qualche modo artefici del proprio piede. Ecco, scansare e farla franca, in questo gioco a nominare la sorte per uscirne illesi. Illesi? e da cosa e come realmente? Lui non lo dice. Lui dice farla franca ma intende scansare già col pensiero, costruirsi un riparo di morte, non essere, in sostanza, in questo voler essere, a tutti i costi.

Se devo indicare una tra le virtù del poeta Ivano Ferrari, la cifra che più lo rappresenti, è questa dimensione etica della parola, tutta contenuta nell’occhio e attratta, di più, attraversata, dall’erto cipiglio della filosofia; da cui scruta, irresistibilmente offeso, la condizione in senso lato civile, più integralmente umana del vivere. Una parola pregna e mai paga, non accomodante, sia pure elastica a forza di allungarsi o scendere. O forse solo in grado d’accadere, così, necessaria e urgente e scomoda, talora, ma sincera, come posata sul palmo di una mano; nell’alchimia di suoni invitanti e incisivi, sinistri in senso pure ideologico, e pungenti, di lame che toccano la pelle e scendono giù, giù, gli abissi insondabili della coscienza. Parola lacrima e scudo, girandola e freccia, mirata al cuore e alla mente, inferta per pacificare,  giacché polita e vitale, e vibrante, di foglie autunnali a staccarsi, sembrerebbe,  dai boschi non meno vividi della sua ancor più prolifica produzione narrativa. Per questo una parola che rimane nell’orecchio, a scostare altre voci e farsi un piccolo nido di intelligenza dove ogni attrito è un volo spiccato ad arte. Una poesia dunque, quella di Ivano, la cui materia ha questa febbre germinale nell’occhio a catturare lacune e debolezze, o meglio, inganni e storture di cui è tanto variegata la specie dei sentimenti umani.

(Giovanni Perri)

 

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