BE QUIET

Io che trascorro quattro quinti della mia vita provandomi a dire a tutti quelli che mi porgono l’orecchio che cosa sento quando mi cala una ghigliottina nera sul cuore e perché lo sento, o cercando di descrivere quel che provo quando mi nasce un canto immotivato e fiero a metà di un tempo gettato, io che non sto mai zitto, ci sono volte come questi giorni di fine estate che mi sembra che niente meriti parole.
Che tacere sia l’unica forma primordiale di saggezza praticabile, foss’anche a bocconi.
Che nulla abbia da aggiunger nulla a nulla.
Che la realtà dei parlanti superi di gran lunga quella dei viventi. Degli esperienti, dei morenti, degli amanti.
Vorrei tenerti con lo sguardo incollato al mio e bere con te a golate ingorde il liquore ubriaco del non detto. E non avere prova che tu m’abbia capito per davvero. E rimanere nell’incerto tempo di chi non ha dimestichezza con le lettere e non fa discorsi.
E’ il diavolo che va in carrozza che riempie di rimbombi il nostro tempo vuoto. Avaro di carezze e d’odori, di sudori. Stitico di timori veri, di batticuori, di vero gelo che se non trovi riparo muori e vera canicola da non poter star fuori.
Mi sembra di ricordare come fosse quando il mondo parlava il linguaggio urlato e tremendo di un’evidenza a prova d’imbecille e noi non si poteva che accettare. I nostri visi che si davano un’occhiata ed era tutto. Fratelli di branco, mortali della stessa morte. Stessi genitali progettati per godere, stessi talloni vulnerabili alle frecce proditorie e c’erano momenti, cristo santo, che ti sopraffacevano (ricordo una volta a quattromila metri che si stava per morire e invece ci siamo tratti in salvo, rischiando la fine mille volte e mai, mai che si sia stati più vicini che nel silenzio di quel canalone nero congelato rotto a precipizio).
Vorrei che tutto il peso immane di quel che fa di noi noi stessi, si sciogliesse in un carme muto. Che l’aria tra la mia bocca e la tua si facesse tanto densa quanto sarebbe giusto. Che mai la si potesse respirar così, come se fosse niente, e riemetterla attraverso la laringe a modulare suoni vani che ci illudano d’ avere verità a disposizione solo perché ci comportiamo come se ne avessimo a bizzeffe, da vomitare ad ogni piè sospinto.
E’ il coro smisurato degli scriventi, dei parlanti, dei ciaccolanti, dei fotografanti, dei cantanti, dei disegnanti, che allestisce lo spettacolo del vuoto e più d’ogni altro m’ammutolisce adesso.
Il ricettario quotidiano che imbandisce nelle infinite combinazioni di una cucina scialacquona e prodiga lo spreco del cibo preziosissimo del dire. Che ridicolizza l’atto gravissimo del rompere il silenzio e alzarsi in piedi e prender la parola e chiedere l’ascolto.
E dimentica l’offesa gravissima del farlo invano.
Vorrei che fosse ancora vivo un vecchio che, accidenti se me lo ricordo, mi faceva sentire un imbecille ogni volta che parlavo e poi una volta, che era morta la sua donna di una vita, mi ha preso la mano microscopica nella sua piena di vene e io mi sono chinato a guardarla dirmi senza voce, attraverso la pelle, in un quella stretta tutto. Tutto quel che umanamente, c’era da dire.
E qualsiasi altra cosa di più di quella, qualsiasi, sarebbe stata niente più di niente.

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