Su “Cecità” di José Saramago (di Giovanni Perri)

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Accade che a un certo punto un uomo perde la vista. E accade così all’improvviso, (mentre è fermo al semaforo con la sua auto) che neanche riesce a capire se sia vera quella schermata bianca che gli allaga davanti agli occhi e che somiglia piuttosto a un’immersione in un mare di latte. E ci crede poco anche il lettore, che cammina molto guardingo insieme a quelle pagine, parendogli artificiose oltremodo, ancorché scaturite dall’abilità di uno scrittore per nulla sprovveduto.
E invece le pagine scivolano come l’acqua corrente e la storia prende la sua forma coinvolgente dando ai personaggi non solo credibilità e verosimiglianza ma al lettore il modo di creare uno spazio tra se e l’artificio dove collocare i laconici interrogativi che lo scrittore (ben avvezzo!) auspicava.
Se i romanzi nascono con l’intento di svegliare qualcosa, creare una forza d’attrazione, pensare la vita e in certo senso ricrearla, allora Cecità, sull’esempio della grande letteratura del passato, può avere il pregio di rappresentare il tentativo, a mio avviso riuscitissimo, di dare voce a questa forza, suscitando, come un afflato, il più bel fotogramma che l’uomo si poteva dare per spiegare la vita.
Del resto la letteratura, si sa, si avvale sempre di compiti gravosi, e Saramago, autore grave e ambizioso, sa assumere in sé e nella propria scrittura tutto il necessario per raggiungere esiti altissimi.
Cecità è un romanzo doloroso e mortificante; lirico e polemico. Si attribuisce l’amaro compito di designare la morte dell’etica per la nostra società nella nostra epoca. Questo il nucleo germinale dell’opera. Dapprima il singolo uomo, poi poco per volta l’intera società impara a fare i conti con la propria cecità. Una comunità intera (contagiata dal mal bianco) viene isolata in un manicomio e li si svela poco per volta. Si racconta. In effetti si ha la sensazione che la narrazione proceda da sé e che i personaggi non abbiano quasi bisogno del loro autore. Sono naturali e istintivi. Animali liberi. Si amano, si odiano, si invidiano, si aiutano. Nient’altro che la commedia umana. Nient’altro che dramma.
Saramago prende un piccolo pezzo di universo, lo trasforma in materia nuda, inerme, e lo analizza (con piglio persino ironico) nelle sue multiformi apparenze, senza recedere di fronte a nulla; lo palpa, lo mastica, lo sputa, lo ingurgita, lo vomita e lo osserva lentamente con apparente piacere.
Una cecità come metafora sublime di un destino che apre squarci di paesaggi umani dentro cui scrutare il lezzo; ma anche il nobile gusto dell’amore, tutto ciò che può dirsi atavico, ancestrale, profondo come un gesto gratuito e stridente come un morso animale.
Sin dalle prime mosse il lettore può scorgere i segnali di un’insofferenza, di un’impazienza che è tipica dei nostri tempi. Da quel momento in avanti i gesti, le parole, le azioni nascono dal segreto e lentamente prendono corpo in tutta la loro deplorevole naturalezza (vorrei dire lascivia). I bisogni più vividi si trastullano sulle più inesplicabili urgenze egoistiche che ritornano puntuali al sentimento umano.
Questo romanzo avrà trovato una sua scaturigine nell’esplosione visiva dei nostri tempi, epoca satura d’immagini e priva di immaginazione; e Saramago avrà senz’altro usato un contrappasso malevolo con gli uomini che egli immagina invece dotati di una natura morale profonda: ma colpirli nel senso della vista era per lui come denudarli, renderli tragici e comici allo stesso tempo, metterli alla berlina affinché emergesse dalle loro paure, tutta l’ipocrisia e l’indifferenza in cui versa l’umanità (Segre dice il potere), l’arbitraria usurpazione da parte dei violenti, la beltà e persino la grazia (benché sconvolta da una tellurica consapevolezza di decadenza).
Ecco l’uomo, sembra voler dirci. Non fate finta di non vederlo. Esso è li. E lo ritraggo in questo secolo buio al modo che m’è congeniale. Cercate uno spiraglio e troverete. Ma cercate.
E leggendo si ha l’impressione d’aver naufragato in un sogno o d’aver strappato a un delirio un lampo di lucidità.

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