Da Sud. Dieci canti d’argento e di riscossa – Prefazione di Giorgia Esposito

I dieci canti obbediscono al richiamo del sangue e della terra, appaiono continuamente tesi verso un’aldilà senza nome: l’asse di Mattia Tarantino è sempre verticale. La natura di questi versi è tellurica: la parola sembra farsi spazio tra le viscere e scandagliare il ventre (“rivelami il segreto che ci oltraggia / sprofondando la parabola nel ventre“). Nel leggere la poesia di Tarantino non si può non avvertire una necessità di ricostruzione (e costruzione): l’origine e il destino.

Qualche verbo spaiato rivela
la mia infanzia devota al vagito

Eppure sguazza ancora
la salvezza nella voce“.

“Riscossa” e “argento” sono le parole che intitolano questa sezione e rappresentano il sunto massimo in cui si condensa la voce del poeta. L’urgenza del verso si fa squarcio di luce: luce fredda, luce di luna e oscura grazia di Selene. La ricerca del primigenio appare assoluta, implorata eppure costantemente minacciata dalla possibilità di un sovvertimento totale (“Uno stormo viene ad annunciare / la catastrofe, la sorte della terra“) e a tratti volontà di un rovescio fatale (“E tu sovvertimi; rigira la luna / al nostro desco basso in cui versiamo / il diluvio brindando“). L’impeto di questa poesia in alcuni momenti sembra attenuarsi e sostare nella dolcezza dell’infanzia, di una lingua lontana eppure familiare (il dialetto calabro), il ritorno di un motivetto arcaico che inebria e riposa:

Mia madre sanguinava
le maree, cuciva
l’acqua alle mie vene e poi cantava

di una rondine, di un verso e dell’amore“.

Rondine è una parola-chiave: qui il poeta fa riferimento a “Riturnella”, un’antica ninna nanna (che poi fu sua) e che Bennato recuperò e mise in musica. “Riturnella” in calabro vuol dire rondine, ma è come i nomi plurali greci e latini di terza declinazione: alcuni terminano in -a. Allora non si tratta solo di una rondine, ma dello schema compositivo: ogni verso si ripete, è tutto un enorme ritornello.

Tarantino è un poeta concentrico. Il canto diventa nenia: ripete, cede al mantra e all’ossessione (l’assillo di rosselliana memoria). Le parole “luce”, “angelo”, “sillaba”, “terra”, se si considera anche la prima raccolta dell’autore (Tra l’angelo e la sillaba, Terra d’Ulivi, 2017), possono essere considerate le sue parole-mana. Questo “eterno ritorno” in cui si staglia la poesia di Tarantino fa pensare alla riflessione di un grande poeta come Milo De Angelis, che in un’intervista curata da Mariasilvia Trovarelli afferma: “Abbiamo poche parole dentro di noi, sempre quelle, da sempre.”

Giorgia Esposito

A L. Crastolla, voce della luna e del basilico

I

C’è una crepa nella luce del Sud,

un colore che crolla e bestemmia

la croce. Verrà un santo

dal nome spezzato, dalle

ossa di grano a bruciare le steppe.

 

E tu sovvertimi; rigira la luna

al nostro desco basso in cui versiamo

il diluvio brindando:

 

quest’acqua ci annuncia e ci sbaraglia.

 

II

C’è una luce per scavare il grembo

di ogni madre che divora sangue

e ossa del fanciullo:

 

laggiù, tra il riso e le stelle,

qualche verbo spaiato rivela

la mia infanzia devota al vagito.

 

Eppure sguazza ancora

la salvezza nella voce…

 

III

Quest’aria che ci scheggia non disperde

le crepe nerissime lasciate

dalla prima lingua all’ultimo

singhiozzo. Ed è la furia:

 

furia da verme bruciato

in un trionfo di vocali; furia

che strappa a morsi questi angeli codardi.

 

Più in basso c’è l’infanzia, c’è Selene

che m’invidia e che mi stupra.

 

IV

Ma chiudimi nel ventre

delle rose; abbattimi

in un delirio di vocali: perché io

non ho provenienza, e sono

scarne le mie radici.

 

Certo, tremo

a Sud della lingua; scalpito

e impreco, con fonemi antichissimi:

 

il tuo nome è l’unico

nome in cui richiamo

quest’infanzia, e questi campi, forse il grano.

 

V

Le mie vertebre a strapiombo

sulla lingua, la mia lingua

a strapiombo sulla pioggia, questa pioggia

che rovescia e che deride:

 

annego scalzo nel cuore

dei fichi, e furibonda

la Colonna capovolge tutto il cielo.

 

VI

C’è una favola di sangue, c’è

un fiore in cui è crollata

la stessa luna che lo ustiona.

 

Vieni a mendicare tra i miei nervi,

indovina quanti cieli ho sbottonato

fino al guscio in cui tremavi:

 

non c’è verso che ti schiuda dalla luce.

VII

C’è una voce che si leva

dallo Ionio, c’è

uno sciamano che intercede

per tutte le calabrie: vuole offrire

carne e stelle in sacrificio.

 

Mia madre sanguinava

le maree, cuciva

l’acqua alle mie vene e poi cantava

 

di una rondine, di un verso e dell’amore.

 

VIII

E voi guardate,

guardate come muore questa terra:

 

di un sole fradicio si ammala il marinaio,

l’oracolo straccia la sua voce.

Un’ala sporca il vento, e il vento

si estingue nella pietra.

 

Ho conosciuto l’ultimo grido

dei gabbiani a capofitto: sono morto

spezzando loro il becco.

 

IX

C’è una parola che annuncia il diluvio

e morde le vocali, strappando

l’accento a Babele.

 

La lingua crollata è divisa

tra gli angeli e i coloni:

da cieli e fatica imparo

che l’amore fa a brandelli gli alfabeti.

 

X

Questo verso è patire tutto il cielo,

discordia rosa che fa luce nel mio Sud.

Uno stormo viene ad annunciare

la catastrofe, la sorte della terra:

 

rivelami il segreto che ci oltraggia

sprofondando la parabola nel ventre.

 

 

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