Dimentico, che io sia dimentico.

Risento mia madre evocare
piccole cose della mia infanzia
nel pomeriggio malfermo sulle gambe chiare,
una formica che spiega
quanto sia nero
il nero
alle formiche distratte.
Sulla groppa del davanzale
un altro ottobre mi imbianca.
Qualcuno guarda mio figlio
ogni tanto
che mi rasenta la gamba, la guancia
all’anca come un pollone
al castagno, mio figlio
di cui nulla mi è ovvio,
e si affanna a persuadermi
di quanto mi sia somigliante.
Provo a immaginarmi
chi può volere
che qualcuno nel mondo
gli somigli davvero.
A cavallo della collina
ancora un ottobre
si imbruna;
nessuno strimpelli
la mia epica vuota.

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