Donna Concetta

Tu la vedi dall’alto, te la guardi bene. E chissà cosa ti sembra da quassù la parte che non vedi, quel forum di voci indistinguibili, di ossa, composte in musica.
Io ti dico che dentro c’è una logica che non conosco. Resiste una fibra che si chiama tempo ed è una specie di occhio, l’anima di una voce piantata nella testa, che vede negli spacchi, che sostiene la terra.
Ora la vanno a cercare come se fosse un pezzo di un museo.
Mentre tutti vendono pastori lei vende fiori di carta; e i fiori di carta sono belli, anche se non profumano. E’ muta, ti dico, e tu mi dici, papà non dire muta. Ma io so che profuma come un albero dopo la pioggia e che la notte ci vanno a dormire gli uccelli. Ottant’anni e venticinque secoli. Un modo di posare le mani sulle cose, delicate le pieghe della bocca nominano i figli, uno a uno, che non ha avuto.
E’ come se avesse inghiottito tutti i suoni incastrati in queste mura, da quando la città fu greca ed io ti dico che è ancora greca e lo sarà sempre.
Il basso è un corpo nudo, ventre nel ventre del silenzio, pieno di ombre che galleggiano sopra una luce d’oro.
Sulla credenza una foto la racconta bella e tu prima di addormentarti mi dici: papà, ma lei dentro, dico, dentro la mente, le pronuncia le parole? lo sa come sono fatte? per esempio la parola fiore la sa pronunciare, sa dire dentro FIO- RE?
Io non lo so come si fa con la carta una voce, come profuma l’anima di un fiore, se un occhio di vetro l’intercetta, tra i tanti incastri dell’ombra. Non lo so davvero com’è la voce che pensa. Se la pietra è come la parola che resiste o cede all’amore, oppure resta inghiottita per non farsi sentire. Perché non vuole. Perché non può.
Torneremo a trovarla, te lo prometto.
Adesso dormi.

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