FISIOLOGIA DELLA POESIA (genesi del canto e cenni di assistenza al parto)

A volte il canto nasce tra le gambe. Come una smania violacea, un’urgenza, un struggimento, un’impellenza, una fame, un bisogno che sfida la materia e si pretende capace di evocarla con la forza sola e tremenda del proprio desiderio.
Ed è un canto roco e sperduto, irrevocabile, prolungato e inquieto come le urla bambine dei felini in calore nel cortile, come lo scivolare registrato del coltello sull’accordatura aperta di una chitarra suonata da mani oggi immobili eppure avide da vive di corpi e di calore, frenetiche, mai sazie.
Quando nasce così è canto d’ormoni, c’è poco da fare, di ghiandole e secreti, e va tracciato al ritmo delle pulsazioni. Che incendi le orecchie e faccia tremare il pube come gelatina, modulato con i toni bassi e ringhianti dei selvatici a fine primavera quando non accoppiarsi e morire sono la cosa stessa e a tutti è chiaro.
E va lasciato uscir da sé come un canto-richiamo.
Un rito proibito e disperato di corpi anelati e assenti.
E dei loro odori di carne e di bagnato.
A volte, invece, succede che il canto nasca dai bronchi, dal loro sobbollire come di pignatta al fuoco delle sigarette che a succhiarle forte fanno quel crepitio sommesso di combusto che puoi sentire solo se c’è silenzio vero.
Che nasca dalla notte, dalla tosse, da quello sbuffare e succhiare insonne di poppanti che simula il pensiero e invece è scivolare, alzarsi e scivolare ancora lungo un piano oleoso, in bilico tra lo stordimento e il susseguirsi di diapositive a sfilza nella stanza degli occhi nostri chiusi.
E magari è proprio lì, un attimo prima della fine inevitabile della programmazione, che una luce si accende e illumina a giorno un fiotto di sorgiva, quattro uomini chini, un vento, una pozza invernale, uno sparo, un frutto estivo morso da bambini e fa scattare in piedi ad appuntare tutto a penna prima che s’involi.
Oppure capita anche che il canto nasca dal bordo slabbrato e infiltrato di una ferita mai guarita. Dal pus, dalla sua crosta, da suoi tentativi inesausti e vani di rimarginarsi ancora. Dalla mano che ha imparato ad evitarla eppure ogni tanto se ne scorda e tocca, con lo stupore ed il piacere atroce di scoprirsi pupazzi fatti di stracci e gommapiuma.
Che sgorghi quel cantare dal ricordo della pelle, di quand’era sana, della fatalità o dell’intenzione che un tempo l’ha scalfita, dal racconto di quel giorno, di quel minuto, di quell’attimo sbagliato e che per questo si faccia dolente. E’ che sia per questo che il suo dolore, cantando, non va mai tradito.
Ci sono volte che è l’orecchio a partorire il canto. Il suono che fa l’aria quando passa tra i denti socchiusi e le labbra addormentate di un amante, quello della parola risentita di una persona che non può più parlare o anche quello di una frase immaginata, di un grido forse udito sull’orlo del sognare ma che sveglia, come fosse vero. O come la cascatella allegra della tua urina la mattina che mi ricorda che esisti e sei con me e non mi tocca incamminarmi solo nel mondo giù da questo letto.
E poi ci sono i canti infiniti che nascono dai piedi e dalle mani. Prodotti dal vibrare delle strade calpestate, dal risuonare dei corrimano, delle penne, delle tazze, delle suole sui sassi e sui gradini, del ruzzolare dei grani di sabbia mossi dalle piante dei piedi, dallo sfregare delle cortecce raspate a palmi aperti e più belli di tutti quelli che nascono dal frastuono assordante delle mani che trovano le mani e dei piedi che s’intrecciano tra loro. Sono questi i canti che vanno lasciati uscire quasi senza intervenire perché sono belli così, senza ritocchi. Che non c’è vita né poesia senza percorrere e toccare, senza scappare e accarezzare, senza allontanarsi e allontanare.
Anche le vertebre, il collo e le giunture prorompono in canti e anche da lì, senza che lo si sappia, viene la poesia. Quando ci ricordano in silenzio tutte le volte che ci si è chinati. Ad adorare gli idoli e a supplicare invano. Le salite salite e le discese scese. Il peso del nostro corpo nello spazio, la sua materia, la sua non levità, il suo consumo come di ingranaggio o di candela.
Da tutte queste fonti nasce ogni giorno il canto nell’uomo e da tante altre che non sto qui a elencare. Dalla chimica psichedelica della tristezza e della gioia, dai misteri elettrici del ricordo e del torpore, dalla pressione sanguigna, dalla glicemia, dai neurotrasmettitori dell’ottimismo e del livore. E dall’amore.
Ma di una sorgente tra tutte, se posso, io prego qui Fertilità di non esser prosciugato, se mai ne ho bevuto, che la lasci abbondante e feconda e renda il mio grembo fino alla fine pronto ad accogliere i suoi frutti.
E’ la sorgente che sgorga dalla mente calma e lucida che culla i suoi ricordi come figli e li sa lasciar partire. Che guarda i suoi morti senza mentire e li onora senza truccarli d’eternità oppure d’altro. Che si sbigottisce della magnificenza della vita anche quando è stupida e ridicola e assurda e vana. Che non sente il bisogno di trovare altrove da questo splendore una ragione per volerci essere ed una per cantare.
Di questa poesia lasciami, Cerere, fino al termine pieno, te ne prego.
Anche quando gli ormoni e l’udito e la vista scemeranno e le ferite del corpo non mi lasceranno in pace. Che sia qualcosa di più della fisiologia del corpo il mio cantare. Che io, noi, si possa essere l’accidente imprevisto, il frutto inaspettato dei legami del carbonio e il nostro canto molto di più della semplice somma degli elementi dati.

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