IL SILENZIO

IL SILENZIO

Si era addormentato nel bel mezzo della festa. Doveva aver esagerato con il vino o semplicemente aveva finito per cedere alla stanchezza. Ricordava Emanuela ballare con le guance accese e le cosce bianche che si svelavano a tratti tra le pieghe della gonna. Poi Luca parlottare con uno sconosciuto, l’uno chinato all’altro come in confessione. Poi più nulla.
Nella stanza immobile il buio non era totale. La fluorescenza giallognola dei lampioni di strada che diffondeva dal finestrone era più che sufficiente a delineare i contorni degli oggetti e quel che si riusciva a distinguere combaciava con i suoi ultimi ricordi: la posizione in cui si trovava sul divano, lo scenario della sala che in parte intuiva e in parte ricostruiva con la memoria.
Senza muovere nient’altro che lo sguardo aveva verificato che non ci fosse qualcuno accanto a lui, sulle poltrone o sul divano di fronte e così si era confermato in quel che già sapeva. Lo avevano lasciato lì da solo a smaltire la sbornia, libero di riportare a casa le proprie ossa quando si sarebbe svegliato. Non se ne stupì molto. Non erano certo grandi amici quelli che lo avevano convinto ad uscire quella sera né ne aveva incontrati di migliori in seguito alla festa.
Ma non era questo che continuava ad occupare la sua mente fin dal momento del risveglio. C’era qualcos’altro. Qualcosa che sarebbe stato impossibile ignorare.
All’inizio lo aveva avvertito come una mancanza. Una mancanza indefinita ma potente, non avrebbe saputo dire a carico di quale organo di senso. «Tutti», avrebbe detto, glielo avessero chiesto.
Poi, nell’arco di pochi istanti l’assenza si era tramutata in una presenza e aveva potuto darle un nome.
Era il silenzio.
Era pervaso, sopraffatto e riempito dal silenzio.
Un silenzio perfetto e totale, assoluto, vittorioso.
Lo soppesò. Non un rumore proveniva a lui dalla strada né dall’interno della casa, non uno scricchiolio di mobile, un respiro, un abbaio di cane in lontananza, un ronzio di frigorifero, un colpo di tosse sommesso attraverso i muri, un clacson, lo scroscio d’acqua di uno scarico, un motore, un pianto di bambino.
Respirò profondamente. Fu come se il suono del suo respiro si smorzasse non appena fuori da sé. Il confine del suo corpo si era fatto il limite oltre il quale nulla poteva risuonare. All’interno di quell’argine la percussione sotterranea del suo cuore, il pulsare delle sue arterie, l’alitare appena sibilante del respiro attraverso le narici trasmettevano vibrazioni che arrivavano in qualche modo, per via interna, al suo orecchio e da lì alla sua coscienza. Ma fuori, ne era certo, nulla di tutto questo si sarebbe potuto percepire.
Pensò subito, chissà perché, all’istante che precede la nascita e a quello che sta prima della morte. Si accorse di credere, di aver sempre creduto, che solo al silenzio spettasse preparare e accompagnare con la sua solennità i passaggi cruciali della vita.
Poi sentì il suo pensiero fluire netto, pulito, scandito nel cielo limpido di quel silenzio. Sentì che rafforzava i suoi pensieri e questi, a loro volta, lo rendevano più profondo e sacro. Sentì che il silenzio non era un contorno, un’ambientazione, un sottofondo, un foglio bianco su cui scrivere ma la condizione stessa dell’universo. Realizzò che il suono nasce dal silenzio per tornarvi, che qualsiasi suono, anche il più forte, non è che un’eccezione, un episodio da nulla. Per un’istante misurò l’intero silenzio del cosmo dal quale tutto viene, nel quale tutto avviene in assenza di rumore.
La luce si accese di colpo. Qualcuno gli domandò come mai si trovasse ancora lì ma non la voce, né l’aprirsi e chiudersi delle porte, né lo scatto dell’ascensore che arrivava al piano furono sufficienti a rompere il suo silenzio.
Uscì in strada con i capelli arruffati e le mani in tasca. Aveva passi d’ovatta che calpestavano marciapiedi d’erba e terra fresca. Pensava al mare visto tanti anni prima dall’alto di quello scoglio e alla decisione infantile che lo avrebbe reso per sempre solo.
Il pullman arrivò quasi subito, frenò, aprì le porte e lo accolse in grembo per ripartire senza indugio. Ogni cosa, nelle strade mute, si andava svegliando con fatica per scontare nel clamore la propria condanna.

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