Il suono dell’inferno

Questo silenzio.

Un silenzio infernale.

Da quando sei andata via mamma, non c’è più nulla in questa casa.

Non c’è più il pavimento lucido e il tuo zn zn ritmico dello strusciare delle pattine. Ci mettevi due ore ad aprirmi alla porta, zn zn, dlin dlon, zn zn znznzn, acceleravi sempre quando poi bussavo e ti chiamavo da dietro la porta Toc Toc “Mammaaa… apriii, sono io”.

Non c’è più il bollore del caffè che mi preparavi ogni mattina e radiovaticana alle sei con il rosario.

Non ci sono le voci del tg3, tg regione, tg2, tg1 con la loro sequenza loopata di notizie. Non cambiavano neanche più i commentatori ormai. A me sembravano fotocopie. Ma tu, mentre cucinavi e mentre mangiavamo, dovevi vederli tutti. Dicevi che era importane farsi un’opinione personale ascoltando le voci di tutti.

Non c’è più la tua voce, quando borbottavi tra te e te il pomeriggio sulla poltrona, e parlavi col babbo, le zie, e tutto il paradiso. Che erano tutti in paradiso dicevi. Me lo ripetevi sin da piccolo. Da quando babbo ci ha lasciato soli e tu ti sei sempre presa cura di me.

Qui non è il paradiso mamma.

Il paradiso era quando cantavi a sera le tue arie d’opera, la migliore soprano leggera di tutta Isola Liri. Che dicevi che Mastroianni, già grande, si fermava ad ascoltarti di nascosto sotto la tua finestra. Lina l’usignolo. Regina poi ti chiamarono per quell’uso tuo di fare tutto alla finestra come una vera sangue blu. Ti affacciavi e la strada si fermava. A volte ti chiamavano da sotto “Regina, Regina, te serve lu pane?” “Reggì, il latte oggi lo vòi?”

Tutto tace.

Tutto in questo silenzio infernale.

Tutto tranne il frigo. Il frigo dannato che mi mangiava le notti insonni con quel suo STOCC BZZZZ

e quando mi abituavo allo BZZZZZ e cominciavo a riprender sonno, allora mi ridestava con uno STCNT e il silenzio, così alternato di 8 minuti in 8 minuti, che al, se così si può dire, risveglio, sapevo sempre che ora era. Solo il dannato frigo. Ci sono 4 camere in questa casa enorme e vuota ma io dormo da 54 anni nella cameretta attaccata alla cucina, col letto addosso alla stessa parete del frigo. 47 da quando papà non c’è più, ma mi cullava il tuo russare leggero mamma, e il tuo appello che facevi nel sonno: il babbo, le zie e quando finalmente arrivavi al mio nome mi sembrava un abbraccio con tanto di bacio sulla fronte e allora mi addormentavo beato fino al successivo STNCT.

Stanotte non ce l’ho fatta più, sarà stata l’afa estiva o la luna piena mamma, ma ho odiato quel frigo come fosse la persona che ti ha portato via, come fosse il tuo male che voleva attaccarsi a me mamma. L’ho trascinato per tutto il corridoio, sì Mamma le piastrelle sono tutte graffiate ora, ma tanto a te che importa, mi hai lasciato solo qui in questo silenzio assordante, Mamma!

Giù dal pianerottolo dritto in strada, tanto stanotte stanno tutti alla Madonna, che domani è Ferragosto. L’ho spinto giù, fino a imboccare la discesetta che porta al belvedere sul Liri. Mamma, però non volevo, sono scivolato, e il frigo ha preso a pattinare sul selciato come fosse di ghiaccio. Mi sono alzato Mamma, ho corso per fermarlo, ma era un bolide impazzito. L’ho vsto impennarsi sul parapetto e capriolare di sotto dritto nel fiume. Sono sceso dalle scalette di zia Caterina, che l’orto suo finisce prorio in acqua a valle e ho aspettato che la corrente me lo riportasse. Ma il frigo non l’ho più visto Mamma, la luna piena illuminava solo i tuoi resti ancora congelati, per ultima la tua mano, come per salutarmi prima di scomparire nel mulinello delle rapide.

Ora in casa non c’è più neanche il rumore di quel dannato frigo.

Solo un silenzio infernale.

Dormi bene Mamma, buonanotte.

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