Latte di mandorla

vengo nel sogno delle madri, alle utime cure del giorno, curato a memoria d’alberi: al centro della casa una radice d’oro; e ho tutta questa terra in bocca da fogliare, perle di pioggia sulla lingua, un corpo d’africa nuda. Rammento i fregi lunari che davano in parola una finestra aperta ai venti di luglio ed ero invece il dardo improvviso, la roggia che puntava al cuore nero della notte e l’allegria sbucava immensa da una curva. L’estate era la calma noia delle fontane, i tetti roridi, le geometrie dei cieli cremisi, le bici: e i muratori scrivevano vangeli e sulla testa avevano tristezze di barche impaurite e uccelli e nidi di città. Ho questa nostalgia di luci da salvare; frammenti di case cantoniere, stuoie, code di lucertole, uova da bucare; e tutto questo vento sulle foglie, e questa sabbia che suda ancora alle ginocchia; una canna da pesca, la foce di un lago, un’abitudine a cercare nei silenzi farfalle che stavano di casa sui bicchieri.

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