“Me l’ha detto Frank Zappa” di Zibba

Di macchine meravigliose e di altre un po’ meno

image3114Vorrei provare, compatibilmente con i limiti delle mie conoscenze e delle mie capacità, ad azzardare un paio di riflessioni “serie” su un libro che di serio ha veramente (fortunatamente) poco.

Mettersi alla ricerca dei “riferimenti culturali” che stanno alla base dei dialoghi di «Me l’ha detto Frank Zappa» di Zibba promette di essere un viaggio estremamente interessante, ma come tutti i viaggi è cosa buona partire con una vaga idea di dove si vuole arrivare o almeno della strada che si intende percorrere, per non rischiare di trovarsi, dopo troppo girovagare, nel cortile dietro casa propria.
Iniziamo dicendo che non necessariamente un riferimento è cosa voluta: a differenza della citazione, che richiama direttamente un altro testo “agganciandosi” ad esso ed allargando il significato dell’opera citante, il riferimento non necessariamente “punta” una parte ben definita di un’opera ben precisa, può anzi essere un collegamento ad un sottofondo culturale comune, ad una situazione simile, ad un’idea generale.
Mentre in un’opera la citazione è un prodotto dell’autore, il riferimento è il risultato del processo di significazione da parte del lettore. Non me ne voglia quindi Zibba se troverò significati che lui non intendeva, nel momento in cui il libro è pubblicato e quindi “pubblico”, a questo punto il senso lo costruiscono i lettori ed io non sono, in questo caso, né più né meno di un lettore che dice la sua su qualcosa che ha letto.
Andiamo quindi a vedere quali sono questi riferimenti in “Me l’ha detto Frank Zappa”, almeno alcuni, partendo dalla presenza diffusa di macchine, invenzioni ed aggeggi meravigliosi, si tratti di un telefono che permette di parlare con il se stesso del passato o del futuro (“La macchina del telefono temporale: vorrei proprio sapere che fine han fatto”), di pastiglie che dilatano il tempo trasformando i minuti in ore (“Una partita a tennis con la Regina”), di «piccoli congegni da zerozerosette molto innovativi» (“Il mio amico Clarissa”), piuttosto che altri dispositivi più simili al “magico” che al tecnologico, ma che vengono comunque commercializzati alla stregua di invenzioni o elettrodomestici: la pigna magica per teletrasportarsi a casa della propria madre (“Esseemmeesse”) o le «474 sfere» (“Quasi cinquecento desideri”).
Il primo accostamento che mi salta proprio davanti agli occhi è quello con la fantascienza, un tipo ben preciso di fantascienza, quella che analizza il rapporto tra uomo e macchina e il prodotto finale che ne viene fuori, nello specifico il parallelo con Philip K. Dick ed Isaac Asimov è reso più palese (ma comunque sempre ben celato) in più punti: in “Metaforicamente” i protagonisti hanno un piccolo tastino in un foro sul gomito, che serve a «levare l’opzione “metafora” dalla vita», si tratta quindi di esseri umani con caratteristiche “androidi” (e proprio un robot androide è protagonista in “Phill”), mentre il professor Galvagno (“L’astuta mente del professor Galvagno”) sembra addirittura la parodia della parodia di scienziato che fa Asimov nei suoi racconti che hanno come protagonista Otto Shlemmelmayer.
La tecnologia del mondo di “Me l’ha detto Frank Zappa” risulta essere un insieme di invenzioni meravigliose in grado di migliorare la vita, ma allo stesso tempo gli uomini sembrano aver perso ogni interesse in questa, ogni capacità di viverla: i sentimenti sono stereotipi, quando non addirittura delitti (“L’assoluzione”), gli artisti stessi sono creature più animali che umane (“Il cantante della musica”), le normali attività fisiologiche sono viste come qualcosa di vergognoso, per cui c’è bisogno dell’assistenza di un «guru» per imparare ad accettarle e ad accettare se stessi (“Chiudi”).
Non vorrei dare l’impressione che i protagonisti dei dialoghi di “Me l’ha detto Frank Zappa” siano in qualche modo totalmente in-umani, di questi mantengono almeno la facciata. In questo mondo, allucinante ed allucinato, l’atteggiamento umano che meglio si mantiene intatto è proprio quello più “umano” di tutti: l’infantilismo, la banalità, la formula di cortesia fine a se stessa (“Barbara”), il comportamento dettato da regole sociali o di parentela (“Cousins”). Quasi come se, avendo a disposizione tutta una serie di “attrezzature” per migliorare la propria esistenza, gli esseri umani fossero regrediti ad un’esistenza di bambini viziati e superficiali, perdendo lo spessore di “persone” e trasformandosi nei “personaggi” bidimensionali di un programma televisivo.
Ed è proprio la televisione fonte di frequenti riferimenti nel libro, pur restando al suo interno la grande assente. Non un solo accenno esplicito viene fatto ad essa, in nessuna occasione i personaggi la guardano o ne parlano, eppure riferimenti televisivi percorrono l’opera dall’inizio alla fine, soprattutto a cartoni animati e telefilm. Si potrebbe ipotizzare che la scelta stessa della forma del dialogo nella stesura del libro voglia ricalcare in qualche modo il dialogo tra personaggi televisivi, come se tutto il libro non fosse in realtà un mondo più o meno futuro, più o meno allucinato, bensì la resa in parole di uno “zapping” tra canali fatto un qualsiasi pomeriggio noioso. Il risultato sarà apparentemente un insieme di spezzoni slegati tra loro, più o meno privi di senso proprio, ma sarà comunque una “finestra” interessante di analisi su un mondo che in quel flusso casuale di banalità e genialità si identifica, allo stesso tempo cercando di trovarci una propria identità.

Francesco Vico

melhadettofrankzappa

Me l’ha detto Frank Zappa
Zibba
Note introduttive di Eugenio Finardi e Matteo Monforte
Illustrazioni di Matteo Anselmo

Novembre 2013
ISBN 978-88-6438-433-7 (Editrice Zona, cartaceo)
ISBN 978-88-98572-08-3 (Matisklo Edizioni, digitale)

www.zibba.it
www.editricezona.it
www.matiskloedizioni.com/melhadettofrankzappa

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