Lungo Tevere (di Dafne Rossi e il Ninja – parte 4)

Ma ecco arrivare il dio Tiberino in soccorso, stavolta sotto forma di un ciclista toscano molto cordiale che li indirizzò sulla via giusta.64.sedicesimoattraversamentoprimadipievesstefano

Sotto nubi che si facevano sempre più oscure, e un cielo che da azzurro diventava grigio, la strada saliva di nuovo e sotto di loro il panorama diventava sempre più suggestivo. Il Tevere si allargava nuovamente e formava un altro lago, il lago di Montedoglio, anch’esso artificiale, mentre intorno ad esso si ergevano colline piene di boschi, campi, fattorie con galline ruspanti e caprette.

Attraversarono il lago. Poi di nuovo la massa d’acqua si restrinse e arrivarono su un altro ponte: là il fiume era di nuovo un torrentello che scorreva sulla roccia bianca. Passarono sotto l’autostrada e anziché prendere la via del paese, andarono verso il campeggio che sapevano di trovare lì, perché avevano contattato il proprietario per telefono; naturalmente, come al solito le indicazioni si sprecavano. Vi arrivarono dopo una ripidissima salita accidentata. Era un luogo per nulla tranquillo, come scoprirono ben presto, poiché si trovava proprio al di sopra dell’autostrada e oltre al sottofondo perenne delle auto rombanti, si sentiva il rumore dei cantieri (altrettanto perenni su quel tratto). Ma era economico, comodo e deserto, poiché si era ancora in bassa stagione. Ancora una volta però, non montarono la tenda che si portavano dietro inutilmente ormai da una settimana. Scoprirono che si affittavano le casette di legno, il costo era molto basso e optarono per avere un riparo. Dopo una buona mezz’ora che si trovavano lì, arrivò un uomo su un’auto, gli diede le chiavi della casetta e aprì i bagni. L’acqua però ci mise un po’ a scaldarsi, e la doccia fu mezza gelata. Poi restarono un po’ di tempo seduti sulla verandina a riposarsi. Una grossa chiocciola era accovacciata sulla pedana di legno accanto alle scalette della casa. Assunta tirò fuori il flauto che si era portata dietro, convinta che in viaggio avrebbe trovato sia il tempo sia la concentrazione adatta per potersi esercitare allo strumento. E in effetti riusciva a suonare un po’ ogni giorno in quei momenti di calma, subito dopo l’arrivo in un posto nuovo e appena prima di andare a cena. Ad un certo punto arrivò una donna, la figlia del proprietario, venuta a riscuotere l’affitto. Pagarono e poi andarono a mangiare a Pieve Santo Stefano. La strada principale era molto trafficata e inoltre era ormai quasi buio e ridiscendere dal sentiero accidentato in bicicletta poteva essere pericoloso, così lasciarono i loro veicoli legati alla meglio sulla veranda di legno e si avviarono a piedi. Camminavano attentissimi, a lato della via, che non aveva marciapiedi. Le auto sfrecciavano loro accanto a tutta velocità, e non c’erano luci a segnalare la presenza dei due viandanti. Questo episodio risvegliò in loro la paura per quel mezzo che poteva diventare veramente pericoloso, anche quando era guidato da una persona più tranquilla ed equilibrata. “Non conosco nessuno che non abbia mai avuto un incidente in auto, seppur insignificante”, disse il Ninja ad Assunta.

Così arrivarono a Pieve Santo Stefano, la città dei diari. Il comune infatti era noto per tenere un grosso archivio di diari di viaggiatori, e continuava ancora a raccoglierne.

Un altro ponte sul fiume. Un paese deserto, con pochi o nessun abitante, con diversi negozi, abbastanza fuori luogo per un paese così sperduto tra le montagne. In piazza c’era il bar dello sport (luogo che corrispondeva esattamente alle descrizioni di Stefano Benni, eccetto che per le paste, dato che i cornetti che mangiarono la mattina dopo sembravano abbastanza freschi e morbidi). Cenarono a una pizzeria, davanti alla quale c’era un’insegna dedicata a Giosuè Carducci e che riportava dei suoi versi, che i due ciclisti ritoccarono un po’ cambiando qualche parolina:

Cara Elvira,

Non potrei dire quante feste

mi abbiano fatto in questo paese:

nemmeno mi mandarono la banda

a sonare sotto le finestre.

Fui alla Verna:

sono stato alle sorgenti del Tevere:

vedessi per che vie m’è toccato a pedalare…83.

La notte, il campeggio era pieno di rumori. Assunta dormì poco, sentiva le auto che passavano continuamente molto sotto di loro; inoltre ad un certo punto sentì voci di persone e una macchina che si fermò proprio davanti alla casetta. La sua fantasia prese il volo, immaginò gente che era venuta fin lì, in quel posto deserto a rapinarli, pensò di svegliarsi al mattino e non trovare più le biciclette, ammesso che i rapinatori non avessero intenzioni peggiori. In realtà, si trattava probabilmente di altri viaggiatori venuti a pernottare lì.

La mattina dopo ripresero le biciclette e si lanciarono in discesa, attentissimi a non finire spiaccicati sul fondo: evitarono il corpo senza vita di un povero topolino e ripresero la via per Pieve Santo Stefano. Nel Bar sport dove mangiarono, tutti i paesani erano già riuniti per la prima colazione e le loro voci risuonavano per l’ampia sala. Al tavolo accanto al loro delle signore confabulavano misteriosamente tra loro.

Sopra l’autostrada

Oltre la Pieve davanti a loro iniziava un paesaggio meraviglioso: non fosse stato per l’autostrada che passava esattamente in mezzo alle montagne tagliando la valle. Fuori dal paese un’altra targa, un’altra poesia, una lettera di Giovanni Papini, che descriveva un paesaggio per l’appunto bellissimo, una valle in cui scorreva il fiume contornata da monti pieni di neve: l’aver messo quella targa in quel punto era un’offesa per chi aveva scritto quelle righe anni prima, probabilmente in un periodo in cui di autostrada non se ne parlava nemmeno. Quest’autostrada non era soltanto uno scempio per il paesaggio. Era anche inutile, dato che era poco usata e in continua manutenzione visto che poggiava su un terreno tutt’altro che stabile.

Ma adesso si saliva e si entrava in mezzo ai boschi. La strada era deserta perché interrotta, e si perdeva fra gli alberi. Sopra c’era la montagna. In alcuni punti i boschi crescevano rigogliosi, in altri erano stati tagliati a raso e la roccia franava. Infatti era pieno di reti metalliche che avrebbero dovuto trattenere la roccia al posto della vegetazione. C’erano leggi molto ferree, spiegò il Ninja ad Assunta, che regolavano il taglio dei boschi decidui. Ma evidentemente molti se ne fregavano e tagliavano senza riguardo alcuno.

Sulla strada feci, tracce probabilmente di daini o caprioli. Sotto torrentelli, con piccole cascate qua e là e sorgenti, e il Tevere, ridotto ormai esso stesso a un torrente, col fondo di sassi bianchi.

Poi, sul fianco della montagna, sotto i pini, una fontana. Qui il territorio era segnato come riserva, ed era vietato cacciare. Qui un cartello indicava le specie protette che si potevano trovare in questo posto incantevole. Qui cambiava la provincia. E la regione. Si entrava in provincia di Forlì, si era in Romagna. Si continuava a salire.

Alla fine di un lungo tornante, dopo aver superato un grande prato, arrivarono in un centro abitato (poche case sulla montagna), Le Ville di Monte Coronaro.

Davanti a una piazzetta con una targa dedicata forse a un precedente sindaco del paese, o comunque a un qualche personaggio storico importante, si fermarono a parlare con un gruppo di ciclisti che chiedevano informazioni sulla strada da prendere. Dovevano fare un viaggio fino in Umbria, erano però seguiti da un’auto. La pausa fu provvidenziale. Fu grazie a questa interruzione che videro il bar dove si fermarono a mangiare. Fu così che videro il cartello B&B, proprio dietro al bancone. Fu così che il proprietario del bar affittò loro l’unica stanza che aveva, probabilmente aveva appena avuto l’idea di iniziare quel genere di attività e infatti anche il prezzo che fece loro fu molto conveniente. Fu così che poterono lasciare tutti i bagagli e salire verso la cima del monte Fumaiolo con le biciclette finalmente leggere.


Il monte Fumaiolo

La strada era sempre più bella e più deserta. Continuavano a salire. Zone ricche di vegetazione si alternavano a paesaggi quasi lunari dove c’era solo roccia a perdita d’occhio. Le nuvole si infittivano sopra le loro teste e improvvisamente iniziò a piovere. La pioggia divenne grandine. A un tratto nemmeno le mantelle bastarono a ripararli completamente. Stavolta fu Artemide, la dea dei boschi e della luna, che fino a quel momento aveva vegliato su di loro nelle sembianze della bicicletta di Assunta, ad aiutarli. Videro infatti un cimitero dove si infilarono subito. Si rifugiarono sotto una tettoia e attesero. Appesero subito le mantelle cercando di farle asciugare su delle barre di ferro, e si coprirono quanto più poterono con la roba asciutta che avevano. Due operai li osservavano dalla cappelletta poco sopra di loro. Per passare il tempo si misero a guardare i nomi delle persone sulle tombe. Nomi di altre epoche, alcuni usati ancora anche se rari, ma ormai improponibili. Le donne avevano tutte il cognome del marito accanto a quello loro. Se non erano state mogli erano state vedove. Una donna non legata a un uomo non era concepibile.

84Sembrava che non la smettesse più di piovere. C’era vento e freddo. Ogni volta che facevano capolino fuori dalla tettoia riprendeva a tuonare. Ma ormai i tuoni si allontanavano sempre più. Infatti dopo un po’ la pioggia cessò. Risalirono in sella. Ormai erano vicini. Erano alle Balze. L’ultimo paese prima delle sorgenti. Arrivati al paese andarono a prendere una cioccolata calda al bar. C’erano un gruppo di ciclisti tedeschi che facevano un baccano della madonna (versione tedesca dei nonni coriandolo). Si muovevano per la grande sala riscaldata da un camino armeggiando con delle buste di plastica che si legavano intorno alle scarpe per non bagnarsi. Oltre allo spreco enorme di plastica, era un lavoro abbastanza inutile dato che ormai aveva smesso di piovere. Certo, il tempo in montagna è imprevedibile, ma ormai era improbabile che tornasse la pioggia forte ed era già un’ora tarda per allontanarsi troppo da quei luoghi. I tedeschi uscirono dal bar lasciando un tavolo stracolmo di bicchieri di birra e tovaglioli. Il cameriere che andò a sparecchiare raccolse però anche una marea di monete che tintinnarono cadendo nelle sue mani.

I due viaggiatori, ormai quasi alla meta, seguirono le indicazioni per le sorgenti. Sul ripido sentiero in salita che imboccarono, c’era una chiesetta dedicata alla madonna dell’apparizione, probabilmente quella vista dai ciclisti che riuscivano ad arrivare vivi in cima, stremati dalla fatica e bagnati fradici dalla pioggia. Poi la strada si interrompeva. C’era un bosco di faggi e una scala che saliva in mezzo al bosco. Il fiume ormai ridotto a un rigagnolo, una piccola cascata che goccia a goccia, dalla montagna scendeva verso valle. La terra, il fango e le foglie cadute davano un colore rossastro al terreno. Non potevano più andare in bicicletta. Così lasciarono le bici legate a una ringhiera e salirono. Ora erano solo loro e il bosco e dopo un po’ di salita, non c’era più nulla di costruito.

Come erano le sorgenti del Tevere? Siete voi che lo dovete immaginare. Raccontare tutti i dettagli potrebbe essere deludente rispetto a quello che uno si aspetta e comunque non renderebbe merito al luogo che sarebbe poco chiamare meraviglioso. Eppure ci sono cose lì che lascerebbero parecchio perplessi. Perciò se volete sapere come sono le sorgenti del Tevere non avete che da arrampicarvi fin lassù e scoprirlo da voi. L’impressione che se ne ricava è troppo personale per poterla descrivere e condividere.

E poi forse non è importante sapere cosa c’era all’arrivo. La cosa davvero importante era fare il viaggio, osservare il territorio che così tanto è segnato dalla presenza del fiume e arrivare all’origine di tutto questo. Capire come quello che nasce come un piccolo torrente di montagna ha non solo segnato la geografia e la storia di ben tre regioni, ma anche dato origine a quella che è stata una delle città più importanti nella storia sia d’Italia che dell’Europa occidentale e orientale.

Vi dirò soltanto che i due viaggiatori non tornarono da lassù a mani vuote. In cambio delle loro fatiche, infatti, il Tiberino lasciò loro portar via quella che era forse la cosa più preziosa che aveva: la sua acqua fresca, limpida e buona.

Dopo essere discesi dal Monte Fumaiolo a una velocità supersonica, andarono a mangiare a Monte Coronaro, in una trattoria alla quale si poteva arrivare attraversando un lungo sentiero nel mezzo del bosco, evitando la strada. Camminarono in mezzo agli alberi, circondati dal verde, mentre faceva buio lentamente. Il Tevere scorreva un po’ più giù rispetto a loro come un piccolo torrente di montagna e fiori colorati sbocciavano dappertutto. Poi gli alberi si diradarono e nel cielo che diventava scuro, si stagliarono, come apparse dal nulla le prime case. Subito trovarono le indicazioni per la trattoria.

Il viaggio di ritorno fu altrettanto avventuroso. Prima di tornare a Roma, attraversarono ancora altre montagne per andare a trovare la sorella del Ninja che abitava da quelle parti.

Altri tornanti, boschi, valli, altri fiumi, valichi che furono teatro di momenti tristi nella storia, poiché lì trovarono la morte i partigiani. Paesi sperduti tra le montagne, nei cui bar si riunivano gli uomini a giocare a carte e bere, dove il circolo A.N.P.I organizzava continuamente iniziative in ricordo della resistenza, dove le vie portavano nomi di patrioti e comunisti. E poi anche l’altra anima di queste regioni: Predappio, il paese di nascita di Mussolini, dove i fascisti convinti facevano i pellegrinaggi annuali in occasione delle date per loro storiche (come la nascita del Duce) tornando poi a casa con certi souvenir.85.fonte

Una natura rigogliosa, alberi e cespugli che formavano sulla montagna macchie di varie tonalità di verde in mezzo a cui brillavano puntini variopinti. Terre fertili segnate da fiumi, dove si viveva di agricoltura e allevamento, ma anche di fabbriche. Regioni un tempo ricche, mete di migranti dal sud, diventate poi poverissime, dove i più “fortunati” lavoravano sfruttati per le più rinomate fabbriche italiane.

Terra di confine, un tempo appartenente alla Toscana, da dove partiva la via antica che portava a Firenze.

Cieli grigi ma suggestivi, e il vento che soffiava e ululava, che sorprendeva i due viaggiatori dietro ogni tornante, a volte gli andava contro, a volte tentava di farli cadere, a volte invece ce l’avevano a favore e sembrava spingerli per il verso giusto.

Il vento muoveva le spighe nei campi, “al petna i camp e l’erba in di pree” (pettina i campi e l’erba nei prati) come diceva una canzone dei Modena City Ramblers, ululava e si perdeva tra le montagne.

La foce

Tornati a Roma, i due viaggiatori ripresero gradualmente le loro abituali attività. Passò qualche settimana e finalmente si decisero a completare il loro lungo viaggio e andare a vedere cosa c’era alla foce del Tevere che inizialmente avevano saltato per la difficoltà di arrivare fin lì in bicicletta. Non era solo questo, però, ad averli fatti desistere: sapevano che verso la foce il viaggio non sarebbe stato altrettanto piacevole.

Questa volta infatti, presero il trenino. Non per tutto il tragitto, solo fino a Ponte Galeria alle porte di Roma.

Imboccarono la Portuense, il Tevere ce l’avevano sulla sinistra, ma non si vedeva. Era una landa di terra desolata. Sulla destra c’era un lungo muro grigio sormontato dal filo spinato. Era il luogo di cui avevano spesso sentito parlare ma che non avevano mai visto, che sapevano essere terra di miseria, terrore e spesso anche morte. Dentro quei muri ci vivevano persone arrivate da altri paesi clandestinamente, ma più che vivere, sarebbe più giusto dire che tentavano di sopravvivere come potevano. Erano uomini, donne e bambini che, affrontavano lunghissimi viaggi stipati a centinaia su barconi molto piccoli, o meglio, erano coloro che riuscivano ad arrivare sani e salvi dopo questi viaggi. Una volta sul suolo italiano, i sopravvissuti erano spediti qui, nei “centri di accoglienza”, in teoria per avere un pasto caldo e un letto, in realtà, erano imprigionati, con l’accusa di essere clandestini, costretti a vivere in condizioni disumane, senza le minime garanzie igienico- sanitari. Tutto ciò in attesa di ricevere un permesso di soggiorno (ammesso che riuscissero a richiederlo), o un foglio di via che li costringesse ad andar via dall’Italia in teoria, in pratica che li avrebbe lasciati liberi di andar ovunque senza controllo alcuno. Questa era dunque la situazione quando i due viaggiatori passarono davanti al Cie di Ponte Galeria.

Un sacco di soldi delle tasse degli Italiani finivano a finanziare i Cie, ma per mantenere cosa? E chi? Quali interessi alti, quali giri d’affari si facevano sulla pelle di tutte quelle persone?

Quegli affari avevano a che fare non solo con la cosiddetta accoglienza, ma anche con tutto il sistema di partenze a arrivi. Un filo di mafia e denaro che legava direttamente l’Africa e l’intera penisola italica, stringendo al centro la Sicilia, che era il punto di arrivo e smistamento. Ciò riguardava soprattutto chi veniva dalle coste Africane, ma molta gente da altri paesi, con dinamiche simili e per gli stessi interessi, arrivava in Italia e finiva lì.

Se la prima parte della via Tiberina era stata un inferno, che però piano piano si abbelliva e diventava sempre più gradevole fino a trasformarsi in qualcosa di più simile al paradiso, ora il paesaggio diventava sempre più brutto e squallido ogni metro che percorrevano. Il dio Tiberino, che tanto li aveva accompagnati durante il viaggio verso la sorgente, ora sembrava averli del tutto abbandonati. E così Artemide, visto che ormai non c’era nemmeno l’ombra di un albero.86

Dopo il Cie c’erano la sede della polizia e la zona militare, un edificio verde circondato da filo spinato. E subito appresso, quello che era il trionfo del cemento, due grossi centri commerciali, uno dietro l’altro, Fiera di Roma e Parco Leonardo. Sembrava di vivere in un film di fantascienza, era la realizzazione degli incubi peggiori dell’umanità. Non solo il cemento, ma una nuova concezione della vita delle persone e della quotidianità. La cancellazione della struttura urbana, con le piazze, i quartieri, le isole pedonali, del paesino, con le case basse e i vicoli, della campagna, con le cascine isolate in mezzo a distese di terra. Un paesaggio umano totalmente diverso: un mondo fatto di macchine, con solo spazi chiusi per camminare, spazi dove si poteva andare esclusivamente per consumare e comprare. Le case erano appartamenti col balcone che dava sulla superstrada da un lato e sopra il centro commerciale dall’altro, e nel raggio di chilometri non c’era nulla, perciò la domenica, se non si aveva da lavorare e non si volevano fare chilometri in automobile, l’unico modo per svagarsi e passare una giornata diversa fuori dalla routine quotidiana, era andare al centro commerciale. Così, in sintesi, era pensata la vita delle persone, lavoro- casa- centro commerciale- consumo, senza precisare che il consumo serviva a dare soldi ai grandi imprenditori e ai commercianti, mentre il concetto di benessere promesso era del tutto parziale: non erano tenute in conto, infatti quelle cose importanti, tipo gli spazi aperti, dove respirare aria fresca, stare a contatto con la natura, socializzare con le persone, o i luoghi di condivisione della cultura come le biblioteche. In sostanza i soldi non calcolavano minimamente tutto quello che andava sotto il nome di benessere fisico e mentale, quello che non si poteva comprare. I due viaggiatori pensarono che in definitiva, era molto più gratificante abitare in pieno centro di Roma, con il caos di auto e turisti, ma almeno con le sue piazze, i parchi, il Tevere sotto i bellissimi ponti in pietra sorvolato da gabbiani e altre creature volanti, che in questo mondo di cemento, asfalto e lamiere con il fiume nascosto chissà dove che si portava dietro e fino al mare smog, plastica e liquami.

I due proseguirono col cuore sempre più pesante. Era tutto un susseguirsi di piazzole e spianate in cemento, ai cui bordi tentava timidamente di crescere qualche erba spontanea, con scarso successo, di edifici ultramoderni che si stagliavano in mezzo al nulla, di tubi che si incrociavano tra loro coperti da cupole di metallo, che formavano un vero e proprio labirinto, che non si sapeva dove iniziava e dove andava a finire, e soprattutto a cosa servisse: trovarsi a camminare in quei corridoi soprattutto di notte, poteva significare rimanerci a vagare per sempre.

La terra intorno era sempre più brulla e più spoglia e il Tevere continuava a scorrere chissà dove alla loro sinistra, ma non lo vedevano.

Sulla destra, in lontananza, videro i primi aerei atterrare su quelle che erano le piste dell’aeroporto di Fiumicino. Quello era il motivo per cui non potevano arrivare in treno a Fiumicino paese: il treno dal paese non ci passava più, ma arrivava direttamente all’aeroporto, che era un’isoletta circondata dall’autostrada. Arrivarci in bicicletta o partire da lì con tale mezzo era praticamente impossibile, sia perché vietato, sia perché pericoloso, a meno che non si avessero tendenze suicide.

Passarono in mezzo alle prime case del paese, o sarebbe meglio dire le prime costruzioni dalle forme bizzarre e dai colori accesi: sembrava che quel posto fosse stato scelto appositamente per dare sfogo alla fantasia di architetti e costruttori, avviando una gara a chi avesse realizzato l’edificio più brutto. Così si era creata una sequenza di edifici costruiti senza criterio alcuno, che era difficile pensare collettivamente come paese. C’erano anche sulla strada delle lunghissime reti totalmente ricoperte da piante di gelsomino, che non lasciavano intravedere ciò che c’era al di là di esse. Assunta immaginava ci potessero essere grandi ville con piscina, cantieri di centri commerciali, bische clandestine o cadaveri occultati.

96.doposorgenteAdesso si vedevano meglio le piste di atterraggio dell’aeroporto. Assunta pensò che si sentiva parlare sempre di Ciampino e di tutte le proteste che ne erano seguite e ne seguivano, ma mai si parlava di Fiumicino che non pochi problemi doveva avere per la presenza dell’aeroporto. E di giri di soldi e di affari loschi sicuramente ce n’erano anche là. Certo, essendo l’aeroporto principale di Roma, non è che si poteva protestare così, semplicemente, dicendo da un giorno all’altro “Smantelliamolo”. Però il problema c’era e sembrava che nessuno se lo ponesse.

Finalmente trovarono il fiume, o sarebbe meglio dire che il fiume trovò loro. Era uno dei due canali del Tevere che sfociava nel Tirreno: il canale artificiale fatto in altre epoche dai romani che passava proprio in mezzo al paese dividendo in due la strada principale: sopra vi passavano parecchi ponti. I due attraversarono un ponte particolare, perché quando c’erano le navi più grosse, veniva periodicamente alzato per lasciarle passare. Dall’altro lato del canale, davanti a una casa e in mezzo a un capannello di gente, c’era un’auto fracassata e capovolta. Assunta fu presa dalla rabbia mista a tristezza. Pensò che l’autista doveva non solo correre, ma correre come un forsennato, per di più in pieno centro abitato.

Arrivarono alla fine del canale, laddove il fiume diventava mare e il mare si mescolava col fiume, ora non c’era più differenza tra l’uno e l’altro, erano diventati un tutt’uno.

Erano al porto, con le navi attraccate, le corde arrotolate e i pescatori che prendevano pesci di fiume o di mare. Restarono seduti sul molo a contemplare il paesaggio pensando al fiume e al mare che si univano in un solo corpo. Nonostante lo squallore generale del luogo, i porti avevano sempre un loro fascino e per un bel po’ ne rimasero incantati. C’è anche da dire che di tutto il tragitto da Ponte Galeria in poi, e anche del tratto che sarebbe seguito, quello fu l’unico punto che a suo modo si poteva definire bello che incontrarono e se lo godettero fino in fondo. Ecco dove andava a finire in parte quell’acqua che avevano visto sgorgare come un rubinetto giorni addietro sul Monte Fumaiolo e poi colare giù per la montagna, goccia dopo goccia.

Ripartirono costeggiando il lungomare. La sabbia scura, i bagnanti, le bancarelle sulla strada, gli stabilimenti che impedivano l’accesso libero alla spiaggia.101.foce

Per Assunta era assurdo che la così tanta gente venisse anche da fuori per farsi il bagno in quell’acqua lurida del porto, e che fosse disposta anche a pagare per andare in spiaggia. Era come quando a Rodi, in Grecia, vedeva i turisti che appena arrivati sull’isola si facevano il bagno vicino al porto, l’unico punto di mare sporco di tutta l’isola. Il che la diceva lunga sul fatto che i turisti non avevano mai visto mare bello o anche semplicemente mare. Comunque il paragone non reggeva perché a Rodi perfino la spiaggia vicino al porto era sicuramente più pulita e più suggestiva di Fiumicino e perché in tutta l’isola non c’erano stabilimenti, non si pagava per accedere alle spiagge, ognuno era libero di fare come voleva.

Uscirono dal paese e presero una lunga strada piena di villette dove vivevano paesani arricchiti che avevano scelto di farsi la casa in una zona un po’ chic, o forse poveracci che per avere una casa di proprietà erano stati costretti a farsela alla periferia della periferia. Scegliete voi da che punto di vista vedere la cosa.

Qui almeno, diceva il Ninja, le casette erano carine tutto sommato e in effetti ognuno le aveva abbellite a proprio piacimento e secondo il proprio gusto.

Questa strada fiancheggiava il canale principale del Tevere e si allontanava dal mare. Tra gli alberi e i cespugli spuntavano le cime degli alberi maestri delle barche a vela e degli yacht, perché qui, come spiegò il Ninja ad Assunta, ci venivano i ricconi a parcheggiare i loro natanti. Così, in mezzo alla miseria, allo scempio che veniva costantemente fatto del paesaggio, all’abuso edilizio, c’era gente con pacchi di soldi in tasca che beveva coppe di champagne sdraiata a prendere il sole sui suoi yacht. Tutto diventava sempre più assurdo, si perdevano i confini della realtà, i contorni delle cose. Era come vivere una storia di fantascienza.

Arrivarono sull’autostrada, ma la scansarono, attraversarono un ponte e si ritrovarono il canale dal lato opposto. Lo risalirono andando di nuovo verso il mare. Da questo lato del fiume si arrivava a Ostia. Il paesaggio era più verde e leggermente più gradevole. Anche qui si intravedevano le barche sul fiume. Prima di svoltare per Ostia, andarono a vedere dove sfociava il canale.

Di colpo, ebbero la sensazione di essere sbarcati alla periferia di qualche grande città del Sud America, o dell’India, sembrava di essere tra le baracche di New Delhi o alle favelas di Rio de Janeiro. Almeno così si immaginava Assunta che fossero quei posti che lei non aveva visto, ma il Ninja che c’era stato in India e aveva visto, le confermò i suoi pensieri.

“Yuri, Yuri!”.100.santasofia

Una donna chiamava il figlio a gran voce per dirgli di andare a casa a mangiare. Avanzava sotto la luce del sole del primo pomeriggio calpestando pietrisco e vetri rotti, oltre ad altri materiali non ben identificati. Tra i sacchi della spazzatura un cane rachitico e con chissà quante e quali malattie, rovistava cercando qualcosa da mangiare. Oltre le casette, iniziava una specie di spiaggia dove andava a finire il canale, e dove un gruppo di rumeni si affaccendava intorno a un’auto forse rubata. I due chiesero loro se da là si poteva continuare, ma il gruppo di uomini disse loro che era meglio tornare indietro dalla strada che avevano fatto. Si guardarono un po’ intorno, poi fecero dietrofront senza scattare foto e senza indugiare troppo. Incontrarono la donna che veniva verso di loro, tornando verso casa sua: “Dice che non ha fame”.

I due si incamminarono verso Ostia.

In mezzo a un paesaggio desolato, passarono davanti al parco dedicato a Pasolini. Così diceva la targa, ma più che un parco era un insieme di quattro alberelli con una lapide in mezzo circondato da una rete metallica e chiuso da un pesante cancello con tanto di catenaccio. Non era certo una bellezza, ma almeno si conservava la memoria dell’assassinio avvenuto proprio in quei luoghi.

Due grossi cani neri sbucarono dai cespugli dall’altro lato della strada. Assunta ebbe un po’ paura che si mettessero a rincorrere le biciclette, ma i due animali non fecero molto caso a loro e si mostrarono tranquilli.

Pedalarono più in fretta che poterono e arrivarono di nuovo al mare. A Ostia. Gli stabilimenti, ormai definitivamente aperti per l’estate, i bar e i ristoranti di pesce, l’acqua dalla consistenza oleosa, i turisti, dall’altro lato le villette, un po’ più curate di Fiumicino, che davano nell’insieme l’idea di una vera e propria cittadina di mare.

di Dafne Rossi

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