Se mi vedi ridere

per il poco che posso mi rivaluto una tua penna d’oca costata ad occhio e croce dieci franchi al mercato del baratto e dell’usato;
una spilla conficcata nel tempo d’un bacio ed un ritorno
col treno delle 10 dalla gare de lyon;
mi rivaluto il profilo scolpito nel fumo
del vecchio suonatore di foglie che sono
quando esco da un formato A4 e sogno le vertigini di Pollock, la marmellata santa rosa, i pesciolini rossi della fontana del nettuno in una sua pazzia definitiva di colombe e nuvole;
mi rivaluto le ossa di mio nonno e Ottorino Respighi per quel po’ di galline e ottoni verso sera, che salivano mentr’io scendevo, dentro le comode poltrone in pelle della sezione del partito socialista di via martiri d’Ungheria;
i miei lavori in gesso alla scuola materna;
il paniere dorato;
il terremoto a novembre e centomila lire vinte con un dodici alla schedina, di cui ricordo un due, catanese, in zona cesarini, e Paolo Valenti felice ma triste;
i vetri rotti col super santos;
i quaderni di Gramsci sfiorati con un dito;
il pane burro e zucchero e il braciere sotto il tavolomondo;
e rivaluto i coni gelato di gigino e i coni d’ombra di marzo:
geografie di lucertole e bruchi e talpe che sfondano stuoie ed entrano nella parola pioggia con un fluire di femmine tagliate nell’albero:

per questo rivaluto e mi svesto- svirgolo- svolgo e mi ravvivo: e mi raggiro:
per ogni galleria nel cuore
per ogni alba d’africa nel sangue se mi vedi piangere,
se mi vedi ridere,
scrivendo.

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