Una mia lettura a “Mentre morivo” di W. Faulkner

I libri sedimentano. Tu li leggi e dopo vent’anni hai ancora dentro l’amalgama di sensazioni e il coro di voci dei sopravvissuti, le lente agonie dei suoni e gli odori che fanno capolino a caso, gocce di vari sudori combinate a memoria su un vetro che persino a Luglio piange. Così ho ripreso tra le mani dopo quasi vent’anni “Mentre morivo” di “Faulkner” e in poco s’è rimessa in piedi l’intera geografia dei corpi tenuti ancora insieme nel giogo delle resistenze,  tra luci e ombre di forme ricongiunte sottopelle, dove dimora il tempo, questo eterno Maelstrom di pena che inghiotte ogni storia tirandoti dentro, reinventandoti. S’è ricomposta all’istante la livida polifonia dei sentimenti  lentamente emersa dal sangue di un libro, ma più ancora il suo muto lamento, come se pagina a pagina si componesse il dramma musicale in pathos, in tanti piccoli pathos frammentati a formulare un unico disegno di vita e di morte: nell’eco di antichi fotogrammi: venuti via da una famiglia aggrappata alla terra, fatta a misura di terra. Un respiro solo, grande unico respiro dentro l’acqua, dentro la carne di un animale invitto, tutto epico e sinfonico, cinematografico.

Diciamo intanto una cosa: siamo di fronte a uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi, il cui stile è cifra d’altissimo ingegno letterario: voce d’un mondo riscritto ad arte di ogni abisso o vertigine; qui è sondata meticolosamente ogni singola strada  nella mappa dell’animo umano. Sono aggregate e nello stesso tempo isolate le spinte emozionali, le ragioni, una a una le parole irretite da schegge di paesaggio, mai muto o inutile, sempre coeso ai destini umani e in bilico; spostate suggestioni sulla lingua che traccia solchi,  resiste agli urti, crea correnti di senso smuovendo intere regioni cerebrali, inchiodando appena sottotraccia folli archetipi che fanno da boa. La vita si rivela in ogni congiuntura di pensiero, si gonfia, si ritrae in secche sfumature di respiro quasi bellico, quasi venisse da uno squarcio notturno, quasi risalisse dal fondo magmatico di un vulcano per perdersi nel vasto ipotetico cielo, curvo, come una schiena che lavora.

Faulkner descrive; e nel descrivere ricrea. Ad uso d’una immaginazione mai del tutto paga. Tenendo il lettore su una soglia di comprensione, come dicendogli: aspetta: pazienta ancora un poco e ti sarà tutto chiaro. Formulazioni che arrivano alla mente passando ogni attrito epidermico come se fosse un territorio da sentire con tutto l’animo possibile, scuoiato, scorticato, leso: coi denti, con le unghie, col fegato, con la tristezza. C’è la famiglia Bundren, numerosa, raccolta attorno al capezzale di Addie, madre amata non più che il denaro, non più che il tempo di lasciarla, come ella vuole, seppellita distante dalla propria casa, nel proprio paese d’origine, Jefferson. C’è dunque una casa in aperta campagna e tanti chilometri che separano da Jefferson, un cielo brusco e un fiume che s’ingrossa. C’è Cash, uno dei figli, che sotto gli occhi della madre morente costruisce la bara che salirà sul carro per affrontare il viaggio. Un fiume da attraversare e c’è la sega di Cash, che stride e allinea le assi, per mettere Addie dentro il tempo, perché  il tempo la tenga ferma come deve. Il fiume che s’ingrossa e un ponte caduto; una famiglia sul carro che regge la bara, un viaggio assurdo. E ci sono viaggi nel viaggio, per ciascuno dei figli e per Anse, marito e padre taciturno e nervoso, ombra di se stesso e nuvola vecchia, caparbia e fiera del suo segreto di pioggia. I Bundren. Come nell’”Urlo e il furore” i Compson. Come i confini di Yoknapatawpha, terra fantasticata in bruni lamenti nella spietata legge di dio: terra sopra e sotto gli uomini; sconfitti, nudi, implosi e poi esposti: messi al vento a far brillare occhi venuti dal fango, come spiccati avvoltoi della sorte, occhi di cuoio e occhi di cavallo; lamenti nella scia nera dei rimorsi.

C’è in ogni opera di Faulkner questa simbologia della sconfitta tenuta come un peso: accettata come un compito, una promessa. E c’è un grido taciuto ovunque, una maledizione annidata in un sorriso perfido, messa sotto un lenzuolo a imputridire: è la faccia della paura, che ride come un riflesso della luce, un nervo d’ombra incondizionata. Anse e Addie:  coesione d’un lutto anzitempo, fuori da ogni tempo: versione ruvida della natura che gravida e genera, figlio su figlio fino al’ultimo nodo, fino al sollievo indegno. Un sogno ad occhi aperti che sono gli occhi della paura: e quando la paura diventa scrittura è come se la spingesse una musica. Una spirale di organi segreti e fluttuanti, composti in sinfonia: sogni e sensi confusi in un accordo demiurgico, maieutico, venuto da tracce lontane ad arpionare un istinto di scandalosa bellezza.

Faulkner scrive in poche settimane questo capolavoro. Siamo nel 1930 e ha già pubblicato “L’urlo e il furore”, libro che lo consacrerà Autore epico ed elegante della livida coscienza del sud nero e secessionista. Intorno un Mississippi reinventato e ostile come gli uomini. Nero di vergogna e superbo, pesante come il ferro e indifferente, carogna.

Se c’è un libro che suggerisco a chi abbia animo d’affrontare Faulkner per la prima volta (ma anche a chi l’abbia già letto altrove) è questo. Qui si condensa con perfetta maestria il genio che non si supererà mai, essendo fuori da ogni portata misurabile la sua creatività. L’edizione Adelphi con traduzione di Mario Materassi è perfetta e restituisce il calibro esatto d’un verbo quasi imprendibile, tanto fluido e leggero, sfuggente ma calamitico come le cose incantevoli, meravigliose.

Buona lettura a tutti.

Giovanni Perri

 

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