MUOIO UNA VOLTA; CHIEDO CLEMENZA (di Marco Incardona)

illabirinto

Al contrario di altre letterature Europee che hanno visto un apporto fondamentale da parte di scrittori e poeti nati in un altro contesto sociale e linguistico, la letteratura italiana ha invece mantenuto uno scarso potere di attrazione come lingua adottiva per poeti e scrittori venuti da altri luoghi.

Se oggi non si possono studiare la letteratura francese e inglese senza studiare il fondamentale apporto degli autori che fecero di quelle lingue una nuova patria di adozione, la situazione mutua enormemente se analizziamo il caso della letteratura Italiana. Per capire quello che voglio dire, basterebbe andare in una qualsiasi libreria di Bristol e di Marsiglia e in una di Torino. Tutto apparirebbe chiaro, quasi lampante. Frutto certamente della storia, dei passati coloniali, dell’importanza politica e economica avuta da altri Paesi e da altre capitali nella recente storia Europea.

Non che saltuari esempi in senso contrario non siano esistiti. Penso ad esempio all’emblematica e interessantissima figura di Rodolfo Wilcock, o di una scrittrice come Fleur Jaeggy, penso al caso del poeta Albanese Gëzim Hajdari, che da anni sviluppa un interessantissimo percorso poetico in forma perfettamente bilingue.

Ma si tratta di figure certamente importanti letterariamente, ma sicuramente ancora relativamente poco conosciute nel panorama, spesso ripetitivo e poco aperto al mondo, delle lettere nostrane.

Marginalità che sembra a volte far pensare a certe figure geograficamente isolate e lontane dai circuiti ufficiali che sono riuscite ad avere un improvviso successo nazionale, continuando a vivere in disparte, in piccoli angoli di mondo come Comiso, come successo al grande scrittore Siciliano Gesualdo Bufalino.

Comprendere il perché dello scarso apporto alla letteratura italiana di autori provenienti da altre realtà linguistiche sarebbe certamente complicato e meriterebbe un vasto lavoro di studio a parte.

Sicuramente la lingua italiana e la sua letteratura hanno perso quello smalto e quel peso specifico che avevano avuto durante il Rinascimento e il Barocco.

Fatto incontrovertibile, espressione di chiara decadenza, ma anche di un Paese che, a centocinquanta anni dalla sua forzata unificazione, fatica ancora a trovare le vere ragioni del suo stare insieme.

Ne consegue dunque, che a mancare nel panorama articolato della nostra letteratura non siano tanto i Celan, i Conrad, i Cioran o i Nabakov, quanto piuttosto figure assolutamente irripetibili e straordinarie come l’immenso e quasi sconosciuto scrittore Rumeno di lingua francese Panait Istrati.

Assolutamente controcorrente rispetto a questa premessa, è da considerare il percorso di uno dei più grandi poeti Iracheni viventi, Hasan Atiya Al Nassar.

Al Nassar, da più di trent’anni in Italia, rappresenta da tempo una traiettoria assolutamente unica nel panorama della nostra letteratura e della nostra poesia.

Poeta dell’esilio, poeta in fuga e in lotta contro un regime che aveva cercato si sopprimere il suo anelito di libertà e che ha colpito la sua famiglia, i suoi affetti, la sua memoria, Al Nassar è innanzitutto un grande poeta, capace di esprimere con forza e profondità gli aneliti dell’essere umano.

Poeta che è innanzitutto umano, umanissimo. Chiunque potrebbe incontrarlo per strada nella sua Firenze, parlare con lui, vederlo bere un bicchiere di Chianti come Abu Nawas o Hafez di Shiraz.

Il dramma dell’esilio, del distacco, del progressivo abbandono della lingua araba per quella italiana, sono sicuramente al centro della sua attività poetica, ma con un equilibrio di registro, e una chiarezza di visione che ne fanno certamente un lascito capace di trascendere non solo le vicende poetiche del poeta, ma anche quelle della sua epoca.

Nella sua prefazione alla nuova raccolta poetica, Il Labirinto, uscito con la Matisklo Edizioni, il poeta Edoardo Olmi sottolinea giustamente che: “La lontananza fisica, mai ancora risolta, diventa dunque un vero e proprio esilio psicologico, quello dell’impossibilità di riconciliarsi con il trauma della perdita della propria terra.”

Un esilio che è appunto impossibile ricucitura di una memoria perduta, infranta nel tempo. Esilio che si esercita in una continua rimemorazione di luoghi, di persone, di attimi che si intrecciano inestricabilmente con il presente dell’autore, con la sua nuova lingua, con la Firenze che rappresenta ormai una nuova patria, anch’essa impossibile, come tutte le patrie d’esilio.

Impossibile quindi cercare, nel caso della poesia di Al Nassar, una facile chiave di lettura che lo appiattisca in una semplice poesia d’esilio. In lui vibra un senso di tragedia più profondo, più capace di esprimere la tensione tra corporalità e trascendenza, tra sofferenza per il forzato distacco e senso di tragicità per l’irreversibile caducità delle cose umane.

Eppure di colpo brandelli di vitta offesa, per dirla all’Adorno, si affacciano all’orizzonte del poeta, rievocando in lui la tragica condizione di lacerazione:

Chi ricorda quell’ora della notte?

I soldati del mio tormento, inerti,

Son fili di vento e di neve…

Febbre della tua memoria cieca,

Della tua spada pazza.

Ovviamente la domanda di Al Nassar è destinata a rimanere inesaudita. Nessuno potrà prendersi carico e ricordare come lui “i soldati del mio tormento”. Nella tragicità del circolo vizioso di questi pochi versi, si intuisce tutta la profondità di un percorso poetico che ci invita a guardare in faccia l’abisso delle azioni umane, di quelle che ci appaiono apparentemente del tutto prive di significato.

In un’altra poesia, cento anime, il poeta sembra introdurre il dramma dell’esilio fino a mutarlo in cieca rabbia, nell’ammissione di impotenza di fronte al terribile fluire di una storia nella quale la violenza sembra prevalere su qualunque ragione, su qualunque parola. Un terribile fluire che sembra apparentemente rendere vano anche il disperato esercizio di rimemorazione del poeta:

Scordare l’Iraq che ha fatto morire

Cento anime.

Erano paradisi nello spirito che ha ucciso tutto.

Armi in cimiteri spaventati dai chiodi

D’oro sulla bara mimetizzata.

Al Nassar non sembra nemmeno cercare una consolazione nella parola poetica, una consolazione che possa rendere viva la terra natia e possa colorare, con i colori di un’emozione infantile, gli scenari drammatici di una vita costretta al forzoso distacco.

Prima di lui un altro poeta Iracheno Badr Shakir Al Sayyab, aveva espresso in termini malinconici e ancora pronti alla possibile conciliazione, il forzato distacco dalla Patria:

Perché sono un estraniato

Perché l’amato Iraq

Si trova lontano e io provo nostalgia

di Lui, di Lui e gli grido “Iraq”.

Gridandolo ritornano a me i singhiozzi

Che l’eco lacera.

Sento che ho attraversato l’orizzonte

Verso il mondo della morte che non risponde

Alla mia chiamata.

Se agito i rami

Non cade altro che la morte:

Pietre,

Pietre e non certo frutti.

Anche le fonti,

Anche le pietre, anche l’aria umida.

Pietre che un po’ di sangue inumidisce.

Pietre sono la mia voce, rocche sono la mia bocca,

I miei piedi, un vento che solca i deserti.

Il poeta Al Nassar non sembra cercare più la strada che lo unisca al passato irrimediabilmente perduto. Nemmeno passando per il desolante deserto della morte. Forse perché un altro deserto, un’altra morte si sono fatti assillanti nella mente del poeta e hanno cominciato a scavare un burrone incolmabile con la realtà.

Stabilendo un ponte tra Oriente e Occidente, tra tradizione e modernità, tra trascendenza e immanenza egli sembra infine voler scavare un mistero più profondo, capace di divenire una traiettoria capace di dialogare con la realtà rimodulandola, ricostruendola in funzione di una visione potentissima e lucida, capace di attraversare l’orrore del mondo, ma anche la sua struggente bellezza, forse proprio per salvare quest’ultima.

I versi di Al Nassar colpiscono per l’assoluta mancanza di fronzoli e di svolazzi lirici. Come se fossero fedeli a una missione più grande. Come se rispondessero a una chiamata proveniente da un luogo in cui tutte le parole hanno ancora un senso.

Da questo punto di vista, la fatica del poeta appare quasi eroica. Sembra quasi che egli sia in continua lotta con se stesso per non lasciarsi andare alla facile retorica dei sentimenti e delle emozioni poetiche, alla facile retorica del lirismo. Pudore che è dignità, misura che è ricerca di un senso più grande, quello che solo può cercare un grande poeta.

Alcuni versi del poeta stupiscono per l’assoluta forza espressiva, per la chiarezza e per la capacità di sintesi con la quale si esprime il mistero profondo della condizione umana:

Sii ricco in clemenza sulla terra con noi

Prima di torturarci nell’ultimo giorno.

Scusa, perdonami, perché io vivo una volta,

Muio una volta, chiedo clemenza,

Figlio di Adamo.

Io sono io,

Tu no.

Versi di una potenza estrema, che raccontano tutta l’amarezza di una vita umana che si sa unica, irripetibile, eppure troppo facilmente strattonata in mille quotidiane perdite di tempo.

Tempo moderno in cui l’Io si dichiara io, si erige a io padrone del mondo, si esalta come io assoluto. Io moderno che non è un vero io, perché non chiede clemenza, perché non vuole rendersi conto che vita è una e che anche la morte è una.

Con questi versi Al Attar riesce a esplorare le vane pretese dell’io come forse solo Pessoa, un altro esiliato, era riuscito a fare.

No mal-estar em que vivo

No mal pensar em que sinto,

Sou de mim mesmo cativo,

A mim mesmo minto.

Se fosse outro fora outro.

Se em mim houvesse certeza,

Nao seria o fluido e neutro

Que ama a beleza.

Sim, que ama a beleza e a nega

Nesta vida sem bordão

Que contra si mesma alega

Que tudo é vão.

Nel malessere in cui vivo/ Nel mal pensare in cui mi sento, /Sono di me stesso prigioniero,/ A me stesso mento./ Se fossi diverso sarei diverso./ Se in me ci fosse certezza,/ Non sarei il fluido e neutro/ Che ama la bellezza,/ S’, che ama la bellezza e la nega/ In questa vita senza sostegno/ Che contro se stessa afferma/ che tutto è vano.

Mi piace chiudere questo breve articolo dedicato ad un grande poeta contemporaneo, evocando i versi struggenti di un altro poeta, che secoli addietro era stato costretto dalle vicende storiche ad abbandonare la sua patria per mai più rivederla. Si tratta del grande poeta siciliano di lingua araba Ibn Hamdis Assiqilly. Con versi che non cessano di evocare in me una commozione fortissima egli cantava:

Sicilia mia. Disperato dolore
si rinnova per te nella memoria
Giovinezza. Rivedo le felici follie perdute
e gli amici splendidi

Oh paradiso da cui fui cacciato!
Che vale ricordare il tuo fulgore?
Mie lacrime. Se troppo non sapeste di amaro formereste ora i suoi fiumi
Risi d’amore a vent’anni sventato a sessanta ne grido sotto il peso
Ma tu non aggravare le mie colpe
se l’Iddio tuo già concesse il perdono
In alto la penombra si dirada
agitata dai veli della luce
ma questa luce è un modo del distruggersi
manda luce chi perde la sua vita

 

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ذكرت صـقـلـية والأسـى = يهيج للنـفـس تـذكـارهـا
ومنزلة للصبـا قـد خـلـت = وكان بنو الظرف عمـارهـا
فإن كنت أخرجت مـن جـنة = فإنـي أحـدث أخـبـارهـا
ولولا ملوحة مـاء الـبـكـاء = حسبت دموعي أنـهـارهـا
ضحكت ابن عشرين من صبوة = بكيت ابن سـتـين أوزارهـا

I miagolatori di Via San Gallo a Firenze

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