Musa acuminata

Vigliacco, Jimmy!
Sei scappato sul costato insanguinato, toccando, con il tacco della scarpa, la pancia rossa e ferita, mischiata tra carni buone e aperte, sbattuta come un uovo strapazzato. Se solo sapessero i pittori dei bei colori che il corpo potrebbe offrirgli. Jimmy il vigliacco, sei scappato prima che arrivassero i poliziotti a prenderti e castigarti, a segnarti gli addominali con il manganello. Sai cosa ti meriteresti? Le punizioni dell’America conservatrice, la sedia elettrica e duemila volt dalla testa ai piedi, ciao Jimmy. Bell’infarto ti prenderebbe. Sai cosa farebbero in Arabia Saudita? T’impiccherebbero, perché non esiste perdono per chi uccide il proprio padre, per l’ingrato spermatozoo che ammoscia per sempre i genitali dai quali è stato sparato fuori. Quanti ergastoli prenderesti in mezzo mondo e quanti insulti televisivi e quanta compassione riusciresti a creare. Jimmy, sei fatto di sabbia giusto? Sabbia del deserto incoltivabile e assetato, perché, come dici, è la testa dell’uomo a farne la differenza, non il corpo, si uccide con la mente, non con le mani. Hai passato venti anni e più a meditare una vendetta, per colpa del tuo cervello, ma di cosa ti volevi vendicare? Di vivere o di soffrire? Ma chi non soffre? Chi non passa almeno un giorno come te? Vuoi ammazzarti Jimmy? Dici che i grandi eroi del nostro tempo sono i suicidi, eroi di cosa? Quale “nostro tempo”? Conosci tempo che sia veramente secolo? Conosci generazioni che siano veramente anni? Ma quale vita immagini? Quella bella e sregolata di chi non sa neanche in cosa crede? E tu in cosa credi Jimmy? In niente hai detto, neanche in te stesso, ma se l’uomo è la sua mente, allora tu di cosa sei fatto? Di cosa ti fai Jimmy? Ti saldi le guance prima di parlare e se riesci a pronunciare una parola allora il miracolo è avvenuto, ma sei pieno, pieno di soldi con cui ti ripaghi l’ego di cui hai bisogno, non stai mai attento all’overdose Jimmy, non ti curi del limite da non superare, perché dici che non te ne fotte un cazzo del limite, non conosci limiti. Bravo Jimmy, isolato dal mondo, superiore al mondo, bravo ragazzo di casa e di strada, a tua madre cosa dirai? Meglio ammazzarsi prima di dover spiegare tutto, meglio scappare, meglio tenere la banana ferma fra le labbra. È tutto quel coraggio a mancarti, quello della mezz’ora di follia dei soldati che dipingono le mura delle proprie case di rosso, col sangue dei propri familiari, perché sono usciti di testa, perché soffrono di PTDS, ma tu Jimmy, sei mai uscito di testa? No, Jimmy, per quante tu me ne dica non ti credo e ti meriteresti tutte le frustate che ti darebbero in Iran. Cosa avevi addosso? L’invidia per i tuoi fratelli? Non ti arrabbiare Jimmy, ho detto fratelli perché è quello che sono, condividono con te del DNA e lo so che tutti siamo simili e tutti siamo fratelli, ma loro di più, loro più di qualsiasi altro essere su questa terra, perché condividono con te tratti del tuo volto, la conchiglia dei tuoi occhi e i tuoi porri sulla schiena. Non ti fermare Jimmy, raccontami di quando sei uscito mano nella mano con la fantasia e avete partorito, lei dalla pancia e tu dalla bocca, l’omicidio perfetto. Ti ricordi di quando pensavi che gli assassini fossero vigliacchi da castrare, per evitare procreassero altri vigliacchi, ora ti domando, tuo padre era forse un vigliacco? Sì, mi dicevi sempre che solo un codardo poteva scappare dalla responsabilità di un figlio, ma che figlio sei stato Jimmy? Uno qualunque o credi realmente di essere stato speciale? Sappiamo tutti quanto sei stato assente, anche se lui non ti ha mai cercato tu lo hai mai fatto? Gli sei stato superiore? Sì, rispondimi di sì. Non puoi, perché non sai mentire, la realtà è, come dici tu, un canzoniere di vecchie melodie e noi pretendiamo dal futuro la novità, ma rimaniamo sempre qui, uniti attorno a un fuoco, in cerchio, a raccontarci queste storie perché la realtà non ci appaga, non ci soddisfa, non ci fa eiaculare, non ci trasforma. Ci consigli di ascoltare bene i racconti esagerati delle altre vite dalle bocche storte, ci convinci di come quando queste vengono cantate, sappiano arrivare come un mantra, come una verità non più nascosta, assonnata e gelata dai troppi tentativi falliti. Vieni Jimmy, zampetta e balla sul corpo di tuo padre spolpato dai proiettili, vieni e raccontane a tutti i tuoi amici fidati, con una birra e una sigaretta, confidati con quei ragazzi che non hanno forme se non nelle ombre, vieni e tossisci in faccia a tutti i tuoi compagni, mostraci come si vive Jimmy! Tu che lo sai bene! Fai delle diapositive e insegnaci! Dillo a tutti noi di quella banana usata per uccidere, racconta a tutti come l’hai stretta tra le mani, come hai preso la mira, meglio di un predatore nella savana, meglio di un leone con la sua gazzella, meglio di Lee Harvey Oswald con Kennedy. Credi sia facile nascondere l’assassino sotto il tappeto della tua coscienza, ma ogni volta che ci cammini sopra inciampi sul busto di tuo padre e cerchi la causa della caduta passando ore a tentare di modificare i ricordi, i buchi nel suo ventre non li ha fatti un toro, sai? Tu, tu con la banana in mano, sei stato tu, premendo forte sulla buccia macchiata. Bang bang, I shot you down. Bang bang, you hit the ground. Bang bang, that awful sound. Bang bang, I used to shoot you down.
In fondo sono colpevole anch’io Jimmy, infondo non ti ho fermato quando avrei dovuto, in fondo l’ho voluto veder crollare a terra come un sacco di patate, si dovrebbe dire per non risultare volgari, ma è un sacco di merda chi non ha neanche provato ad amarti, chi non ha neanche provato ad illuderti, vero Jimmy? E allora tu cosa hai fatto? Raccontalo a tutti.

 

Ho guardato morire mio padre, l’ho ucciso con la stessa banana che mi aveva regalato dopo il test del DNA, lui sapeva, io no. Accompagnò me e mia madre a casa, sul pick-up dalle ruote giganti, durante il viaggio mi diede la banana, era l’unico regalo che aveva per me e sapeva mi avrebbe incontrato quel giorno, perché il luogo in cui abbiamo fatto il prelievo era grande quanto un bagno dell’Autogrill, non avrebbe potuto evitarmi come forse sperava. Non mi portò la banana di proposito, era lì, appoggiata sul cruscotto, da qualche giorno forse, come un qualsiasi oggetto, forse si trattava della sua colazione e io devo aver detto d’aver fame a mia madre, tengo hambre mami, quindi lui mi chiese quale fosse il mio frutto preferito. La banana, papà, la banana era il mio frutto preferito, no lo sabes? E tu, ora vecchio e grasso, ora rughe e colesterolo, non sai quante poche ne ho mangiate da quel giorno, perché il sapore mi disgustava e non ne conoscevo il motivo, finché arrivò a svegliarmi una mattina il ricordo di te, senz’occhi, solo baffi, mentre mi porgevi la banana, la banana della tua morte, il mio frutto preferito fra tutti i frutti.

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