NEURO

A Cuneo il lavoro era duro ma avevo bisogno di rimettermi in pista , non potevo certo star sulle spalle di mia sorella che mi ospitava ed avevo, forse per la prima volta nelle mia vita, davvero intenzione di venir fuori dalla merda in cui mi ero calato fino alla punta dei capelli.
Ma una sera al supermercato passai per caso nel reparto vini.
Mi risvegliai su una barella, coi polsi legati rendendomi conto che stavo piangendo.
Poi mi venne in mente.
La bottiglia finita.
E di nuovo tra gli scaffali a prenderne un’ altra.
E un’ altra ancora.
E poi niente da ricordare se non spezzoni.
Il ciglio della strada, l’ acqua fino alle ginocchia.
E ancora .
Qualcuno che mi mette in auto .
Mia sorella che piange.
E gli sguardi pietosi della dottoressa.
E ancora mia sorella in lacrime.
Mi guardai attorno e vidi che avevo ancora i pantaloni.
La lunghezza dei legacci permetteva comunque di mettere le mani in tasca, dove avevo un coltello.
Li tagliai.
Poi un infermiere, attraverso la feritoia sulla porta, vide cosa stavo facendo ed entrò tutto trafelato nella stanza, ma io ero già sceso dalla barella e gli puntai il coltello contro.
Credo che la categoria più penalizzata dai miei comportamenti sia sempre stata quella dei paramedici. Con tutte le sbronze, i collassi, le teste spaccate in incidenti stradali o risse , un’ overdose da eroina, i deliri da roipnol e birra, meriterebbero una medaglia solo per i casini patiti da un deficiente col cervello in pappa come me, senza contare le migliaia di miei ” colleghi”: Bisognerebbe pensarci, anche quando se ne esce e si viene tentati dal ruolo di ” vittime di una società ingiusta che infierisce sui più deboli” scrivendo pagine tristi ed autocompiacenti .
Insomma.
Uscii dalla camera e mi ritrovai nel corridoio del reparto, dove la dottoressa, con gli occhi sgranati, mi chiese cosa avessi intenzione di fare.
Non lo sapevo.
Non sapevo neanche perché fossi lì, cioè lo sapevo, ma non mi faceva star meglio.
– Voglio andarmene – dissi.
– Bene, allora venga di là a firmare e la lascio andar via, ma si calmi e metta via quel coltello! –
Era terrorizzata.
Annuii. E mi sentii stupido, così misi via il coltello.
Poi qualcuno mi afferrò alla nuca e mi ritrovai con la faccia a terra e un ginocchio puntato in mezzo alle scapole.
La dottoressa urlò.
Mi ammanettarono e mi rimisero in piedi sbattendomi la testa contro il muro.
Il poliziotto mi teneva ed il suo capo mi si parò di fronte.
– Che cazzo fai,Panarié, dài i numeri? Te la prendi con chi non può difendersi? Adesso ti portiamo con noi e ti facciamo dormire tranquillo.
Altro ” caricone ” in vista.
Per la prima volta dopo anni pensai che, vaffanculo, me l’ ero cercata, ma non resistetti e lo mandai comunque a farsi fottere, così il primo manrovescio arrivò puntuale come una bolletta sulla mia guancia destra.
A quel punto la dottoressa disse che comunque non c’ era bisogno di fermarmi e portarmi in caserma perché non avevo fatto niente e minacciato nessuno, solo fatto un po’ di casino ad alta voce per andar via.
– Vede?- disse rivolgendosi al poliziotto – Ha già firmato, non mi ha di certo minacciato , è solo un po’, come dire… confuso, ecco!-
Il poliziotto la guardò, poi senza smettere di guardarmi negli occhi disse
– Ok, dottoressa, però lo scortiamo fuori noi-
La dottoressa annuì , poi gli chiese di uscire dalla stanza perché doveva solo farmi una piccola verifica dei ” parametri vitali”.
Il poliziotto uscì, la dottoressa si avvicinò mettendosi davanti alla porta in modo da ostruire la visuale dalla feritoia
– mi dia il coltello –
Lo mise nella tasca del camice e poi fece finta di misurarmi la pressione.
Quando finì mormorai un ” grazie” a mezza bocca
– Vada affanculo, lei è uno stronzo, vada via- rispose sibilando.
Touché .
Uscii, i poliziotti mi scortarono fino all’ uscita, poi dissi – e adesso come cazzo faccio ad arrivare fino a Villar San Costanzo?-
– Panarié, adesso stai rompendo i coglioni per davvero. Se vuoi ti scassiamo , poi ti buttiamo in un fosso pieno d’ acqua , così ti passa la sbronza oppure muori e sticazzi, un idiota in meno sulla strada. Quindi vedi di andartene prima di farmi innervosire.-
In effetti mi era andata di lusso. Il mio palmares aveva un solo schiaffone all ‘ attivo, così pensai di non tirare troppo la corda.
Erano le quattro del mattino.
Arrivato all’ inizio di corso Nizza pensai di stendermi a terra così qualcuno si sarebbe fermato.
Restai a terra il tempo necessario per sentirmi nuovamente un perfetto deficiente e mi alzai .
Alle nove del mattino mi risvegliai sotto una pensilina della fermata , salii e presi l’ autobus sbagliato, quello per Borgo San Dalmazzo.

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