Pietro Pancamo

A quest’ora

ogni uomo

è un fagotto

di buio e di stelle”.

Pietro Pancamo chiude così la poesia ‘Somiglianze’ e ci apre il sipario sul cielo di notte. Ma il cielo è una semi-costante dei suoi testi, in cui si snoda la figura del vento – movimento, respiro, cambiamento – e prendono corpo le bianche nuvole, gli azzurri sparati di colpo, i puntini di stelle sul nero:

“un po’ di stelle / che sussurrano al mio palazzo / la ninna nanna”.

Sotto questo cielo abitato d’immenso, si svolgono i passi dell’uomo-bambino, ‘nel fagotto’, che vive la sua dimensione terrena in un contesto di natura montana, passando per discariche e degrado ambientale, polisportive e campi da calcio dove un sé smarrito vagabonda, esorcizzando con punture d’ironia la sua precaria condizione. Questo uomo-bambino, uomo-giullare di sé stesso, identifica il suo andare nel moschettiere:

“Allora esco / e vado a guardare i miei passi / che vorrebbero tanto / (come mille moschettieri) / essere uno / per ogni raggio di sole”.

Così, è bello immaginare quei passi vestiti di nero e sete lucenti, a ricordare l’inchiostro che si srotola sulla carta, appuntiti fioretti di zeta, ribaditi con perseveranza andando

“per un letto castano / di mie pietruzze in salita. / Poi, di sera, / tornando a zonzo verso casa”.

Le parole di Pancamo sono fotografie di un presente da canzonare, pungere, esorcizzare, un presente disilluso dove nascono, al posto del dolore, divertenti neologismi e frecciate poliglotte sul sentire dell’uomo, ormai cosmopolita:

“obbligato al tic nervoso / di battute a profusione / (la seguente per esempio: «I pulLovers? Amanti freddolosi»)”.

E la scansione del tempo in questi scritti, avviene quasi in affanno, respirando versi brevi e rime, sequenze d’attimi, che quando si baciano ci riportano assonanze ed echi di vita.

– Francesca Ferrari

  • Decomposizione psichica

Musica come bava alla bocca:
e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,
il loro sguardo è vento
che si perde nel labirinto di stelle.

Ogni parola è una stella
che splende di saliva: e cieli agitati
innevati di stupore
tramontano lontani,
evocati dalla morte.

Il mio cielo
è questo mio cervello
pieno di tralicci spezzati
e di barriere sventrate
e d’asfalti sfigurati
e d’acque ferite
e di binari sradicati
che si mordono col ferro.
Dentro le vene,
aggrovigliate come un gomitolo
di dolore,
il sangue è un fiume abbandonato
terso di rumori prosciugati.

La morte è silenzio
stonato.


  • Morte antologica permanente

Siccome la vita
ci rovina la vita
(sempre!),
a giugno ho visitato
(un po’ turista, un po’ becchino
e un po’ parente sconsolato)
l’interessante morte
antologica permanente
delle mie speranze
migliori:
quanti sogni falliti
imbalsamati in bella mostra!

Li guardavo e piangevo
desolato nero,
dannandomi frenetico
la salute.

E adesso è soltanto
stanchezza rabbiosa
resistere ogni giorno
al ripetersi ingombrante del respiro

e della luce.


  • When destiny is like Rochefort

Per quanto mi sforzi, non so ricordarlo.
Qual era il motto di quelli veri?
«All for one and Obama for president»?
«One for all and a concert hall for one»?
O magari «All for one and two for tea»?
Ecco l’ho trovato
… forse.
In realtà, non ci scommetto.

Perché solo d’una cosa
al momento sono certo:
meditando la vittoria
ho combattuto a spada tratta
per un posto nella City.
Invece ho conquistato
una sconfitta molto lunga
interminabile direi
… per giunta dal futuro
(che mi evita e rifiuta
per lo scacco che ho subito)
son rimasto separato.
Al margine di tutto,
vivo qui da irrilevante
– e purtroppo da qualunque –
obbligato al tic nervoso
di battute a profusione
(la seguente per esempio: «I pulLovers? Amanti freddolosi»)
dal dolore esistenziale
di poveraccio debordante
rovinato dal coraggio.

E chiamando flat-ulenza
il puzzo fondo ed insistente
che satura continuo
l’alloggio che possiedo
scalcinato e miserando
nella Londra dei falliti,
ho fondato coi miei simili
(un trio d’infilzati
dal destino mascalzone
con la faccia di Rochefort)
un gruppetto musicale:
un semplice coretto
di voci amalgamate
e miti proporzioni.

In che posto ci esibiamo?

Beh, cantiamo alla mattina
nel quartiere più (s)cadente.
È formato da una piazza
davvero grande e grossa;
la serrano tuguri
spregevoli e sciupati
sul punto di crollare,
una chiesa fatiscente,
poi negozi disastrati
senza merci di giornata
e che in preda a pantegane
(numerose, virulente)
vendono a man bassa
fetide schifezze:
cibarie rattoppate,
putride, allo sbando.
Nel teatro parrocchiale,
alquanto diroccato,
di un simile “prodigio”
d’igiene e architettura
chiamato Impiccadilly
(Impiccadilly Circus
il suburbio dei suicidi,
la borgata o meglio il ghetto
dei disperati e derelitti:
insomma dei meschini
stroncati senza scampo
da singolar tenzoni
riuscite malamente)
intoniamo acuti e trilli,
concerti amareggiati,
arie tristi, esacerbate:
siamo infatti spadaccini
in lacrime e stravolti
che piangono a cappella
(mentre ogni spettatore
si distrae a dimenticare
delusioni e sofferenze
con lazzi tipo questo:
«Ehi tu, meraviglia in prima fila!
Già, sei svedesona
ma in senso biblico persino?»)
i duelli assai perduti,

noi “Musketears”, tenori,
che di fiaschi gorgheggiamo.

  • Cerea, soprattutto

Non pirata né un signore
– anzi in genere un turista
(o forse un randagio
che ama di vista?) –,
saluto così
le plaghe sabaude:
«Bau Turin, mi vadu via».
E lasciando il castello di città
gli domando insospettito,
con una pacca affettuosa sullo stipite d’uscita:
«Vero che di me
sarà un disastro e nulla più?

… Taci, non favelli?
Pazienza, amico mio,
e cerea, soprattutto, Palazzo Madamin!».

  • Pomeriggio sfaticato

A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
sfoglio un libro
foruncoloso di parole.

Allora esco
e vado a guardare i miei passi
che vorrebbero tanto
(come mille moschettieri)
essere uno
per ogni raggio di sole.
«Miao», fa il micio.
«Vruum», risponde l’automobile.
«Boh!», commento io. E torno a casa
galleggiando su questi passi
che ormai hanno capito
di essere ben pochi:
«Vorremmo tanto» – pensano –
«che i raggi di sole
(come tre moschettieri)
fossero uno
per ognuno di noi».

A casa,
nel disordine alchimistico
delle ore scapestrate,
mi ritrovo a fare
la critica letteraria
di uno starnuto
o della mia
scarpa sinistra.

  • Il traviato

Nel vero senso del cimitero
e di un riposo ossessivo
non sa più divincolarsi
dalle materie (o macerie) di studio
che pian piano disimpara con pigrizia
nella vecchi’aia del suo podere.

Traviato da un senso malinteso d’allattamento,
al contrario dei fratelli
partiti allo sbaraglio
(coraggiosi inermi in armi),
lui cerca rifugio
nella casa di famiglia:
la masseria
prensile e sterrata.

  • Bravissimi a scuola

I geni decaduti
bravissimi a scuola
(otto e nove in pagella)
ma coglioni nella vita
(né un lavoro,
né quindi rispetto
da parte del prossimo)
ogni notte
– anche d’inverno –
dormono all’addiaccio
nel cortile.
MormorEndo
disperati:
«Come chiamare la nostra vita?
Degenerazione di fenomeni… ».

  • Anima e bagagli

Meticolosa nel seguirmi
va ligia al viaggio
la mia valigia
quando – fra dubbi e domande di servizio
(ma anche scorgendo
dal treno in movimento
quarti di paesaggio
di passaggio) –
parto anima e bagagli
per arrivi senza meta.

  • Verande d’azzurro

I

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza
prima di entrare nella moschea delle bocche.

II

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine
indossano pastrani di luce.

III

Un gregge di bagliori
alle pendici dei versi
nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

Canicola di gioia, tanfo d’allegria
negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità
negli acuti del sole
e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…

IV

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…
Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno
intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi
festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.
Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…

V

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

Dal lievito nullo di rocce azzime,
paesini salgono
pioli di luce.

  • Diversamente labile

Son diversamente labile: se il mio corpo, infatti, è traccia sicura, la voce spesso… invece no. Anzi son deboli e sottili (diafone direi) le parole che pronuncio. Così per consolare (o meglio completare) la mia capacità di farmi ben sentire, ho deciso d’imparare uno strumento musicale.

Ma sempre si crea un fiuggi fiuggi generale, quando a San Gemini – guidando la Rolls del mio padrone – sfreccio per il parco delle terme a velocità monumentale, diteggiando sui fori (e sterzando al tempo stesso), da vero e proprio… (fl)autista criminale.

  • Cioè?

Tornando dal treno
che ho lasciato alla stazione
riprendo la mia Lupo
e guidando verso casa
ascolto l’autoradio,
che annuncia proprio adesso:
«Azienda commerciale
ricerca venditori
esperti ed ambosessi».
«Cioè ermafroditi?»
– mi domando in un sorriso
d’umorismo sviscerato –
«Che stranissimi piazzisti!».
Ma intanto vedo fuori
che il buio ad ogni curva
è sempre più marcato.

  • Un cabarettista di San Gemini

Tu lo vedi:
come fanno gli sconfitti veri
perdo tempo a scherzare.

Così la mia carriera
di calciatore fallito
che al massimo ha militato
nella Pol. Dil. Sangeminese,
la esorcizzo a tarda sera
quando in pieno tentativo
sempre ozioso e vano
di staccarmi dal passato
(e rubando senza meta
ore sane al mio lavoro
di “fido” metronotte)
di getto m’improvviso
cabarettista volontario
nell’ampio bar del poggio.
Recito lì dentro
per tutti gli avventori
battute molto allocche:
«Conosco un attaccante
che ama scrivere per hobby
romanzi oscuri, incomprensibili:
lo chiamano Ka(f)kà… ».
Oppure:
«L’Italia del calcio
ai mondiali s’è desta
e dell’elmo di Scipio
s’è montata la testa».

Tu lo vedi:
come fanno gli sconfitti veri
perdo tempo a scherzare.
(«Lo sai? Achille era figlio di Pelé=
o,
pare»).

Settembre 2006

  • Ma poi…

Hai voglia se voglio
ogni tanto.
Ed anche in passato
ho voluto
(lo dimostra ad esempio
lo slogan-mascotte
che inventai
– “Volley, sempre volley,
fortissimamente volley” –
per il mio liceo,
il Classico “Vittorio Alfieri”,
e più precisamente
per la sua squadra
di pallavolo).
Ma poi
nonostante i miei tentativi
di costituirmi brillantemente
pubblicitario di successo
o schiacciatore famoso,
son finito calciatore sconosciuto
nella Pol. dil. Casteltodino
– ad affrontare da terzino
avversari scorretti
che non sono di certo
(para)stinchi di santo.

  • Vecchiaia: canto di un barbone errante della discarica

I
Quanta spazzatura
che mi ritrovo addosso
nelle dolci siepi di bosso.
Qui tra le foglie verdi
han fatto una discarica.
L’oblò di lavatrici scoperchiate
è un belvedere
per le formiche nere.
(Provviste nel secchio:
alimenti scompagni
come le scarpe vecchie,
bucate dalla noia dell’usura).
“Alla discaricaaaa!!”,
gridano torme di rifiuti.

II
Caldo e fetore
nei venti acuti
si mescolano a formare
uno smog estivo.
(Infatti se gli uomini
dàn di matto,
la sporcizia dà di puzzo).
Così il rosso del mio sangue,
che ogni mattina si sveglia,
non vuol dire più
rigenerazione
ma soltanto
riciclaggio.

  • Racconto

I: in casa, di sera.
Dalla finestra aperta
mi prende ancora
a ditate nel cervello
questo calore in maniche di luna,
che mi costringe sempre
a sentirmi male.
Tanto male:
un concerto di cicale
il silenzio
che si sgretola nel muro.

II: fuori, di notte.
Ma penso ai ricordi:
lo so che migrano
suscitando lo spazio.
Anche esterno.
Così almeno posso uscire.
Infatti eccomi:
vado a camminare.

E passeggiando zoppo
fra lune di tempo,
trovo un angolo d’ombra
come uno spiraglio di stanchezza.

Se guardo attraverso
davvero a lungo
riconoscerò, poi,
nell’aria del mattino

(le campane – non per me –
sono l’alba
popolata di prime ore)

i detriti del mio semplice destino.

  • Scia

Solo
confortato solo
da questa viuzza
che si prosterna
davanti al mio portone,

procedendo inerme
da un capo all’altro dei lampioni
senza dire nulla

tranne

una scia di passi.

  • Amore o desolazione?

Mangiamoci il tacchino riscaldato:
andiamo verso il forno
tenendoci per mano.

  • Sui vetri appannati

Sabbiature di letto e di lenzuola
durante la malattia
semplice e leggera.

Sui vetri appannati
l’inverno, intanto,
stacca ideogrammi
di cuoio, di spazio
di lotta serena…

  • Disprezzo ai tramonti

Se la morte gira:
cimitero a vista.

Come disprezzo
questo mondo
nel quale si vive
solo per evitare
noie al motore.
Se il rombo dei pistoni movimentati
è felicità,
lo stridor di denti della frenata
che sarà?
Delusione? Depressione? Confusione senza pari?
Oppure lo scatto nervoso
dell’uomo che, dal finestrino,
ha visto una puttana a puntino?

Quando la morte gira:
seppellire a vista.

  • Somiglianze

A quest’ora
ogni paese
è un fagotto
di stelle e di buio.

Ma lo è pure
questo cielo vagabondo
(guscio d’aria e di respiri)
che stringe in un solo mondo
città, mari e tempeste.

Ma lo è pure
questa via
(intirizzita di pioggia)
col suo buio
incatenato ai lampioni
e un po’ di stelle
che sussurrano al mio palazzo
la ninna nanna:
vedo tante finestre
chiuse fra perimetri di sonno.

A quest’ora
ogni uomo
è un fagotto
di buio e di stelle.

  • Coriandolo

Le stelle digrignano in cielo.

Vento che straripa dal buio:
quel gorgo è una solitudine
che si tuffa nel mio corpo.
Il vento si accartoccia nel respiro,
sommerge la notte
in un intrico di notti.

Ma è un coriandolo
questa città
in mano al vento!

  • A mezzanotte

Ecco i fantasmi di queste labbra
e di quegli uomini all’occhiello dell’amore,
che attraversano le ombre cave dell’aria mansueta
con lo sguardo di chi trova nel buio
un manto di vita.

  • Io adesso festeggio

Nel vento,
ossigeno vettoriale
che m’indica la distanza
(ovvero la forza)
fra me e l’orizzonte,
la naftalina di vecchie allegrie
mi tiene conservato il cuore.

Ecco perché
io adesso festeggio:
sì, come Athos
– uno dei quattro
bravi un tempo a danzare
a lume di lama –
m’infilzo preciso
una bottiglia alla bocca
deciso a brindare.

  • Confronto

S’alza al mattino
un fumo di tigri
dalle iridi aperte,
in campagna;
un’espressione grinzosa
rimbocca la faccia
dei contadini.
E mentre il fiume
s’accalca ai loro piedi,
si spulciano gli occhi
scrupolosamente
trovandovi affogate
zampette di ragno.

Io invece,
montanaro del cuore che batte,
m’inerpico per un letto castano
di mie pietruzze in salita.
Poi, di sera,
– tornando a zonzo verso casa –
sembro un fantasma nero che,
appuntito come un ago,
viaggi sui trampoli del buio.

Pietro Pancamo (1972) coordina il portale «L(’)abile traccia» (citato in un volume della Zanichelli).
È stato conduttore e direttore editoriale di «Poesia, l(’)abile traccia dell’universo», podcast culturale della defunta emittente milanese Pulsante Radio Web.
Attualmente è redattore sia del mensile digitale «Il Cofanetto Magico» (diretto da Maria Cristina Giongo, giornalista che scrive per il Gruppo Rizzoli) sia del blog letterario «Viadellebelledonne», uno fra i più seguiti in Italia. Su «EffettoTre» (mensile autonomo d’informazione che tre delegati della Rappresentanza Militare hanno appositamente ideato per il personale della Regione Carabinieri Sicilia) è titolare della rubrica “Effetto… Letteratura”.
È autore di «Manto di vita» (LietoColle, Como, 2005), una silloge di versi che ha suscitato l’interesse di Giancarlo Pontiggia. Compare in «Poetando. L’uomo della notte» (Aliberti editore, Roma-Reggio Emilia, 2009), antologia a cura di Maurizio Costanzo.
Nel 2012, la Rete Uno della radio nazionale della Svizzera italiana gli ha dedicato una puntata del programma «Poemondo».
Recensioni a sua firma sono uscite nel sito della rivista «L’Indice dei libri del mese» e in quello dell’edizione fiorentina del «Corriere della Sera».
Fra le riviste da cui è stato recensito –o su cui ha pubblicato (talora in inglese) poesie, articoli o racconti– figurano «Poesia» (Crocetti Editore), «Poesia» (blog del canale televisivo Rai News), «Gradiva», «Atelier», «La Mosca di Milano», «Tuttolibri» (inserto de «La Stampa»), «La poesia e lo spirito», «Poeti e poetastri» (portale gestito dall’agenzia letteraria “Perroni & Morli Studio”), «Scriptamanent» (Rubbettino Editore), «Stilos», «El Ghibli», «Corpo12», «Lettera.com», «Subway Letteratura», «Sagarana», «IF. Insolito & Fantastico», «FantasyMagazine» (testata giornalistica del gruppo editoriale DelosBooks, fondato nel 2003 da un dirigente della Mondadori), «Il Paradiso degli Orchi», «BooksBrothers», «TerraNullius», «Oubliette Magazine», «GraphoMania», «Tangram», «InFonòpoli», «Books and other sorrows», «Progetto Babele», «Filling Station» (quadrimestrale canadese) e «Snow Monkey» (periodico statunitense).

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