LA PULEDRINA

D’accordo.
Tutto chiaro.
Houston, abbiamo un problema.
Il tipo è proprio me che sta seguendo e io non mi ero sbagliato.
Ha cominciato a fissarmi già dentro al ristorante, ogni mossa, senza mai smettere. Persino in bagno mi è venuto dietro ad un certo punto, non so con che intenzioni. Per fortuna me ne ero accorto e ho fatto in tempo a chiudermi in una toilette. Ho cercato di controllare dal buco della serratura ma non c’era molto da vedere. Si è guardato intorno, sicuramente ha capito che lo stavo osservando, si è lavato le mani ed è tornato in sala.
Seduto al tavolo ho cominciato a studiarlo con più attenzione, riflesso nella vetrinetta dei vini. Sessanta, sessantacinque anni e la corporatura di uno che nella vita ha spaccato pietre o ha fatto il buttafuori nel bar della legione straniera. Un gorilla canuto che non mi staccava lo sguardo di dosso nemmeno a morire. Portava la forchetta alla bocca, beveva, si puliva con il tovagliolo senza mai smettere di guardarmi.
L’ho esaminato, l’ho scrutato nella speranza che qualcosa riemergesse ad illuminarmi ma per quanto mi sforzassi il suo viso continuava a non dirmi niente.
Mi sarebbe piaciuto essere un vero duro, fottermene, mangiare di gusto e poi andarmene. Magari con un bel ferro sotto l’ascella con il colpo in canna da schiaffargli sotto le narici fuori dal locale. “E’ me che stai cercando, amico?”
Invece faccio solo l’otorinolaringoiatra e a quel punto mi era passato completamente l’appetito senza contare che se avessi potuto mi sarei fatto scortare a casa dalla Delta Force.
L’ho tirata per le lunghe sperando di essermi sbagliato e di vederlo uscire prima di me ma niente da fare. E’ finita che nel locale siamo rimasti solo io e lui. Lui a fissarmi come un maniaco e io a pensare cosa diavolo era meglio fare.
Amici da chiamare non me ne venivano in mente e comunque nessuno di così amico da potergli chiedere di scortarmi nell’eventualità che fosse vero che un energumeno malintenzionato mi stava spiando. Ciò però non toglieva che potevo sempre fingere di avercelo, un amico così. Con il cellulare ho chiamato il radiotaxi e ho chiesto una macchina fuori dal ristorante. A conversazione già chiusa ho esclamato ad alta voce “D’accordo! Allora ci vediamo tra cinque minuti qui davanti! Ciao Giorgione!”
Non so che diavolo mi sia saltato in mente di inventarmi un nome così ridicolo. Come se Giorgione facesse più paura, che ne so, di Giorgino. Già che c’ero potevo urlare “Mi raccomando, porta anche Superman e l’Uomo Roccia così facciamo la strada insieme e ci si tiene compagnia!”.
Non ho capito se ero stato poco credibile o cosa, comunque è successo che quando ho pensato che il taxi fosse in procinto di arrivare e ho fatto il cenno di chiedere il conto, l‘energumeno mi ha preceduto, ha pagato ed è uscito dal locale prima di me. Ho lasciato i soldi sul tavolo con una certa apprensione e quando mi sono affacciato sulla strada ho fatto in tempo a vedere il tipo che mandava via il mio taxi. Sono rimasto impietrito. Lui si è voltato e mi ha guardato. Io ho girato sui tacchi e mi sono avviato lungo il marciapiede lesto come un furetto. Ovviamente lui si è messo subito alle mie calcagna.
Non so quanta strada avremo fatto nell’ultima mezz’ora. Ho scartato d’improvviso cento volte, imboccato vie laterali, percorso sottopassaggi, sono salito e sceso dall’autobus, sono entrato e uscito da bar affollati senza mai riuscire a distanziarlo di un solo metro. Nel frattempo non ho smesso un istante di domandarmi chi diavolo possa mai essere questo mastino misterioso.
E se fosse un paziente insoddisfatto? Magari uno a cui ho tolto maldestramente un tappo di cerume in ambulatorio. Oppure una tonsillectomia recidiva che ha giurato di strapparmi a sua volta le tonsille ma senza anestesia? Forse dovrei trovare il modo di fargli sapere che non ce le ho più neanche io le tonsille.
Sto iniziando ad accusare un po’ la stanchezza di questa sgroppata per la città, quando realizzo che da qualche minuto non vedo più alle mie spalle il profilo belluino del tonsillectomizzato.
Attenzione. Cautela.
Senza diminuire l’andatura mi volto ancora e poi ancora in tutte le direzioni: il mio inseguitore sembra essersi volatilizzato. Troppo bello per essere vero. Proseguo ancora per un po’ come fossi inseguito finché non mi arrendo all’evidenza. L’incubo sembra essere finito.
Ancora scosso raggiungo casa mia. Sto infilando le chiavi nella toppa quando me lo trovo accanto nel buio del pianerottolo. Non faccio nemmeno in tempo a gridare. Mi spinge in casa senza tanti complimenti, chiude la porta a doppia mandata e si infila le chiavi nella tasca del cappottone.
“Chi sei?” sussurro con un filo sottile di voce.
“Ce ne ho messo di tempo a trovarti, Luigi Bertacchini! – il mio nome pronunciato da quella voce cavernosa mi fa venir voglia di farmela addosso, giusto per scaldarmi un po’ dal gelo che mi sento lungo la schiena – Venticinque anni per la precisione. Eri scomparso dalla città. Ho immaginato che ti fossi trasferito, magari per l’Università. Poi l’altro giorno su Tele Essepiquerre ho visto una pubblicità. “Abolite la rinite!” Giusto un pagliaccio come te poteva trovare uno slogan del genere.”
“ Ma chi…”
“Taci, lombricolaringoiatra dei miei stivali. Non ti dice niente il nome di Selvaggia Scoppelliti?”
“Dunque mi faccia riflettere…”
“No, certo, la tua faccia dice tutto. C’era da aspettarselo. Lei era un fiore, un angelo ma per te era niente, un kleenex. Quando mi disse che aveva conosciuto un ragazzo più grande, uno per bene, uno studioso, la misi in guardia. Attenta appapà, quelli sono i più pericolosi, quelli si approfittano e poi ti fanno soffrire. Ma i papà non si ascoltano mai.”
“Un attimo, un attimo! Vuol dire che lei sta parlando di Selli? Selli, l’amica di Annunziata, quella di Aprilia?”
“Vedo che qualcosa nella tua mente assassina si accende…”
“Assassina? Veramente io avevo diciassette anni e…”
“Silenzio! Ti approfittasti di lei, la corrompesti, la iniziasti alle pratiche più degradanti…”
“Io? Ma se era un’assatanata…”
“Attento a come parli, porcosuinoiatra, se ci tieni a vivere ancora qualche minuto. Dopo che tu la lasciasti non fu più la stessa. Passò da un uomo all’altro, lasciò il lavoro al lavaggio cani finché…”
L’omone scoppia in un singhiozzo che sembra il barrito di un pachiderma.
“Mi dispiace molto che lei soffra signor Scoppelliti, posso offrirle qualcosa, una tisana al tiglio, due fiori di Bach?”
“Stai fermo dove sei! – tuona il mammut estraendo da sotto il cappotto una lama di almeno trenta centimetri – Lei si mise a girare quei film e io la persi per sempre. Ogni tanto, Dio mi perdoni, vedo le sue foto sulle riviste e sul computer. Selli, la puledra del porno, la chiamano. E sei tu che l’hai rovinata, tu maniacomerdomaialoiatra!”
“Io? No! Io no! Io l’ho lasciata perché mi stava, ehm, deperendo, d’amore intendo, e non riuscivo più a studiare ma…”
“Il tuo tempo è finito, dottore defuntoiatra. Ho lavorato quarant’anni ai macelli. Quando avrò finito con te, sui tuoi pezzi mancherà solo il cartellino con il prezzo.”
La stanza quasi buia si fa ancora più buia quando l’ombra enorme del macellaio si avvicina alla mia poltrona. Io sono un rifiuto, uno straccio senza volontà, non ho nemmeno la forza di muovere un muscolo. La lama raccoglie la scarsa luce che entra dalla finestra e la rimanda come un bagliore che mi ghiaccia il cuore.
Sto per morire il giorno del mio compleanno.
Sto per morire all’età di quarantadue anni a causa della puledra del porno di Aprilia e di suo padre Jack lo Squartatore. Ci sarebbe da ridere, se ne avessi la forza.
E’ in quest’istante che precede la morte che si accende la luce e compaiono tutti i miei amici ridendo a crepapelle e cantando “Tanti auguri”.
C’è anche un grande pacco per me e quando lo apro, ancora tutto frastornato, viene fuori che dentro c’è Selli vestita da puledrina, con le briglie e tutto il resto, che sembra tanto contenta di vedermi, dopo tanti anni.
E sono anche dei gran bei compleanni, questi a sorpresa, proprio belli alla fine non c’è che dire. Da raccontarseli per anni con gli amici.
Sempre che a uno gli regga il cuore.

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