Punti invisibili (racconto)

quando morì prendemmo noi il suo cane, e i bambini lo amavano ma lui tutte le sere aveva un lamento che somigliava al cigolio di una porta e si metteva a dormire lì all’ingresso come nella speranza di qualcosa.
Portava sempre pantaloni scuri il professore e camicie un po’ logore, a quadri, che gli smuovevano l’umore statico del portamento e il sorriso lunatico di chi nasconde un magnetismo alieno agli incontri.
Poteva starsene mesi in casa da solo, nessuno avrebbe chiesto di lui, solo Mario, il portinaio, che ogni tanto mi chiamava e mi diceva -questo glielo dà il professore e mi porgeva un libro, che aveva sempre una dedica dentro, la stessa: -non mi ringrazi, sono io che devo ringraziare lei.
Questo cane aveva un pelo nerissimo e ci mise un po’ ad abituarsi a noi, a Folco e a Margherita e alla nostra carta da parati che proprio non gli piaceva.
Quando Mario mi chiamò per dirmi del decesso era domenica. Noi la domenica si va al parco ma quel giorno spiegammo ai bambini che il parco era chiuso perché il comune aveva stabilito così. E’ importante, credo, tenere sempre a mente qualcosa di oscuro nelle spiegazioni per dar loro la cognizione di una impossibilità.
Così mi innamorai di quel maledetto cane, che all’inizio pareva stordito, come se il mondo che gli rappresentavamo proprio non gli andava ma poi, col tempo, prese a volerci bene e s’impadronì di ogni minimo spazio della casa; ma rimaneva sempre inesplorato un codice tra noi e lui e l’unico che veramente lo capiva, e anche un po’ lo temeva era Folco. Folco l’azzurro del cielo nel freddo gennaio, al riparo dei gangli nervosi d’ogni tristezza acuminata; la garanzia indebita delle carezze nel trionfale auspicio di ogni benevolenza gratuita. La spiaggia d’inverno, le corse e i salti nei punti invisibili del cuore.
Quando Matilde mi telefonò per dirmi dell’accaduto rimasi impietrito e per mezz’ora stetti a fissare il portapenne in avorio ch’era appartenuto al padre di mio padre e che recava incise le lettere F e C con la data dei funerali di Pascoli. Chi sa perché. Il braccio di Folco avrebbe conservato a vita il segno della sofferenza animale e la sua mente il panico rabbioso che porta ai fossi, all’asfalto delle statali mute alle ambulanze.
Lo accompagnai al canile perché voleva vederlo. Rimaneva in lui incondizionato, un amore testardo e vero rotto al culmine di una rete metallica, sorda alle mani ed elettrica come una forma del dolore. Pensai che dopotutto il professore aveva ragione, era lui che doveva ringraziare me, forse per quello che non gli ho mai detto, per quella sera che gli aggiustai l’antenna e restammo a guardare un documentario sulle cattedrali, perché sapeva che gli avrei fatto il funerale e forse perché sapeva che lo avrei per sempre odiato, fino ad amarlo come si amano le nuvole, i fiumi, gli alberi.

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