Questo fiore marcito che è l’Italia – il “caso Braibanti”

 

Aldo Braibanti, a quattro anni dalla morte avvenuta nel 2014, è figura dimenticata. Negli anni Sessanta fu implicato in una vicenda giudiziaria che ebbe anche eco internazionale: fu condannato, infatti, incredibilmente, per plagio, l’unico cui questo reato del codice fascista, poi abolito, fu imputato. Dietro il pretesto del plagio si condannava la relazione omosessuale con Giovanni Sanfratello, non gradita ai genitori di quest’ultimo, cattolici, ultra-conservatori, fascisti. Braibanti fu condannato a nove anni di cui sette gli furono condonati perché aveva partecipato come partigiano alla Resistenza. Giovanni Sanfratello fu invece ricoverato in manicomio dalla famiglia dove subì contro la propria volontà trattamenti radicali di tipo insulinico e dove fu sottoposto a diversi elettrochoc.

Questa vicenda mi è nota perché ne parlò Carmelo Bene, nel suo libro intervista con Giancarlo Dotto nel 1998. Ecco le sue parole:

“Un fatto ignobile. Uno dei tanti petali di questo fiore marcito che è l’Italia. Fu condannato a undici anni, [sono nove in realtà, fonte Wikipedia] per un reato mai tirato in ballo fino ad allora. Il plagio. Per giunta ai danni di un maggiorenne… Tutto è plagio, che scoperta! Qualunque soggetto pensante e parlante è quotidianamente sottoposto a plagio. In seguito, sempre troppo tardi, questo reato fu cancellato dal codice penale. Contro Braibanti si scatenò la rappresaglia del sociale, la vendetta delle masse. Era l’intellettuale migliore che avesse l’Italia all’epoca. Aveva interessi pittorici, letterari, musicali. Profeta in anticipo di trent’anni. Fu uno dei primi a condannare il consumismo. I “diversi” allora in Italia si contavano. Lui, Pasolini, pochi altri”

Così leggo oggi questo interessante libro di poesie, a tratti davvero straordinario per intensità e precisione, Frammento Frammenti, edito da Empirìa nel luglio 2003, che raccoglie una grande parte dell’opera poetica di questo intellettuale, scritta fra il 1941 e il 2003. Man mano che si procede con la lettura delle poesie, che sono ordinate cronologicamente, aumenta la percezione di trovarsi alle prese con un libro importante. Sorta di romanzo autobiografico, Braibanti nella lucida nota iniziale chiarisce le ragioni del titolo scrivendo “le varie opere di un autore sono in realtà frammenti di un’unica opera”.

Così il linguaggio conosce le sue fratture, le sue ellissi, le sue frantumazioni. Difficile parlare di un’opera così vasta che per la stessa volontà dell’autore sfugge alle facili etichettature. Ciò nonostante mi sembra che questo laboratorio da principio abbia a che fare con le avanguardie degli anni Sessanta,(a cui Braibanti fu però orgogliosamente estraneo) sebbene se ne distacchi per una maggiore fiducia nelle potenzialità significanti della poesia e per le lotte civili che il poeta intraprese, contro il nazifascismo, contro il razzismo e le varie discriminazioni che come visto subì in prima persona, contro il consumismo, prendendo le difese di un certo edonismo che è rivelazione della sacralità delle pulsioni vitali e infine proponendo una visione ecologica di una certa potenza. Tutto questo lo rese intellettuale dissidente cui anche la dimensione di quello che allora si chiamava ’”impegno” andava stretta.

Questa è dunque un’operazione poetica di grande valore, lasciare sulla pagine sillabe che sono “luminescenti tessere sparse” che insieme rivelano e nascondono il loro senso, in una tensione intellettuale che si intuisce solitaria, e negli anni via via sempre più isolata. Questo anche perché Braibanti non rientra in facili classificazioni. Sebbene di formazione marxista, l’intellettuale, nato a Fiorenzuola d’Arda, in provincia di Piacenza, nel 1922, scrive versi feroci contro Stalin (si allontanerà progressivamente dal PCI), così come contro Hitler, è consapevole della miseria rappresentata dalla religione, ”l’ebreo Gesù è il più grande nemico del cristo”, condannando, come Artaud, i preti, i muezzin, i lama,“ cinici predicatori degli dei “e questo è pericoloso in una società cattolica come la nostra, allora come oggi, sebbene Dio sia a
volte usato nei versi giovanili come orizzonte con cui si confronta un’umanità forse stanca e disillusa. Più tardi diventerà “dio astenico e beffardo” o addirittura con lucidità nietzschiana ”una vecchia e ingrata malattia da cui possiamo guarire.” E più tardi Dio non rappresenterà nient’altro che una ” ingorda voglia di onnipotenza.”

Il suo si configura in seguito nella splendido poemetto Declamatio, per esempio, e più o meno in tutta l’opera, un anticlericalismo radicale, che, forse, dato il profondo gnosticismo che affiora, bisognerebbe definire un “ateismo eretico” Bisogna essere grati a quest’uomo che scrisse, nell’Italia bigotta del 1963, questi versi: “o vecchio o prete o foschi/ tiranni dei bambini!” La modernità fluida di questo poemetto, il suo ricorso alla biologia per decifrare la metafisica, il suo richiamo alla dimensione subatomica, credo sarebbero piaciuti molto al Deleuze de” L’anti – Edipo”. Questo poemetto mi sembra che sia una macchina che produce flussi desideranti che decodificano la grande macchina religiosa, dal Cattolicesimo al Buddismo zen passando per Induismo e Tao. Altri straordinari poemetti o poesie lunghe costellano il libro: La ballata di Anticrate, Mobile segno, Confidenziale, Lettera a Cornix… in cui Braibanti condanna la cultura dominante con toni definitivi.

Figure come Arlecchino, Pierrot o il chapliniano Charlot, sono spesso protagoniste delle poesie giovanili forse a raccontare la vita come farsa in cui tutti indossiamo una maschera. Sono versi sfuggenti, non direi ermetici, ma in cui qualcosa è perennemente nascosto, probabilmente la natura omosessuale degli amori raccontati e più tardi un enigmatico gnosticismo, filosofico e concreto, carnale. Poesia come atto politico dunque e monologo solitario in cui svettano versi quasi cruenti nella loro condanna del conformismo:
“A dodici anni s’impicca e prima scrive: ciao mamma tanti saluti a Dracula/ La gente dice cuore e vorrebbe dire culo” Versi che Carmelo Bene citò nel prosieguo dell’intervista di cui sopra.
Emozionante la poesia dedicata a Fausto Coppi – Morte di un campione – il quale ha regalato alla popolazione di tifosi ”molti sogni innocenti” e la cui morte giovane lo consacra definitivamente a mito e a simbolo.

Anche Pasolini scrisse in un articolo di Aldo Braibanti, lodandone la mitezza e l’imperturbabilità dinanzi a una società che si accanì contro di lui fino a fargli scontare due anni di carcere per quella assurda vicenda del plagio. Questo scrisse, fra l’altro, Pasolini su Braibanti:

“La sua presenza nella letteratura è stata sempre intelligente, discreta, priva di vanità, incapace di invadenze.”

Proprio in virtu’ di questa mitezza, che fu scambiata per debolezza, egli divenne un perfetto capro espiatorio cosicché l’opinione pubblica poté scagliarsi contro di lui con la veemenza da linciaggio sua propria. Alcuni giornali della destra di allora lo definirono: “il mostro” , “il professore”, “l’omosessuale.” Ecco dunque che la “pubblica opinione/ è il tiranno arrogante.” e profeticamente Braibanti già nel 1978 parla di “videodroga” e addirittura di un mondo “a misura di computer […]nella giungla delle informazioni informali”.

Egli non s’identificò conformisticamente con l’intellettuale di sinistra, cosa che ai tempi della vicenda giuridica in cui fu coinvolto forse lo avrebbe salvato, né si lasciò inquadrare dall’allora nascente industria culturale; in seguito mantenne per tutta una vita la discrezione di cui parlava Pasolini negli anni Sessanta. Si riparlò un po’ di lui per il sussidio della legge Bacchelli che gli fu assegnato nel 2006 dal governo Prodi.
Affiora, prepotentemente a partire dagli anni Settanta, l’amore che Braibanti nutriva verso gli animali. A lui dobbiamo alcuni dei versi più penetranti contro la realtà dei macelli o una poesia straordinaria sui lupi che “ululano per malinconia” mentre il poeta confessa di non amare “chi vince”. Riconobbe agli animali la loro dignità, li sentì come vittime dell’uomo, fu vegetariano, condannando a più riprese “ le tribù senza luce dei mangiatori di carne”. Braibanti era anche un esperto di formiche a livello scientifico, un mirmecologo.
Affiancando versi e prose poetiche, mescolando tutto con abilità, tirando fuori dal suo cilindro questa lingua scabra e tagliente; Braibanti esplora una dimensione in cui alla parola è restituita una facoltà oracolare e a tratti quasi una valenza mistica, espressa con grande pudore. Nelle ultime poesie di questa raccolta necessaria il tema ecologico si fa sempre più pressante a riprova della capacità di Braibanti di vivere il presente. Tutto sotto il segno di una razionalità quasi insonne. C’è l’autobiografia di una maschera in questi versi, dove Braibanti persegue lo straniamento linguistico proprio della poesia con sobrietà a volte con freddezza. Il mistero della parola poetica si conferma così inesauribile e la sua opera ne è scaltra testimonianza.

Così Aldo Braibanti da caso giudiziario può essere restituito a caso letterario, in quella dimensione fuori dal tempo che è propria della poesia, che pure è così potentemente storica da poter essere usata come radiografia di ogni epoca. Ammiriamo così la tremenda attualità di questi versi, scritti nel carcere di Rebibbia nel fatale 1968:

“lo so – presente è la violenza – ancora di metafisica si muore
la tolleranza del pubblico merita solo i sondaggi della pubblicità
il consumatore ha quello che vuole – il consumatore l’avete inventato voi
voi avete venduto abusato massacrato per sole parole
voi siete fermi all’orda- perseguitate torturate braccate il diverso[…]
la vostra idea è natura
castrata “

ETTORE FOBO

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