Recensione di Donatella Pezzino a “Quarto giorno” di Marcello Comitini

Non esiste distinzione più classica di quella che oppone il vivere al morire. In Marcello Comitini, invece, la vita e la morte sono sorelle, in quanto figlie della stessa insoddisfazione; e adesso, al crepuscolo dell’esistenza, è il tedio della vita a restituire senso ad una morte forse da sempre, più o meno segretamente, vagheggiata. Ma in questo “Quarto giorno”, più un moleskine che una silloge in senso stretto, il naufrago di tutti gli altri giorni approda al pensiero di una morte che non è, come per molti altri della sua generazione, la meta finale di un percorso lineare, seppur sofferto; la morte, qui, è un tutt’uno con il desiderio del nulla, dell’annichilamento totale. Niente oltre, niente aldilà; di Dio non si nega l’esistenza, ma lo si percepisce distaccato, quasi ostile. Dio non parla, non condanna e non assolve: a giudicare Marcello è solo Marcello, e il verdetto, in questo caso, non lascia scampo. Comitini è il demiurgo scontento di ciò che ha plasmato, l’artista che distoglie lo sguardo dall’opera di tutta una vita che, nonostante le tante correzioni, si ostina a restare un abbozzo, un incompiuto: sé stesso.

I miei capelli hanno il colore dell’erba inaridita.
Si sciolgono i miei piedi, tornano nel fango.
Dal polso spezzato la mia mano pende
come un frutto rinsecchito.

Giaccio incompiuto nell’alito di Dio che
ha distolto lo sguardo dal suo terribile errore.

Tornare al fango, essere niente; è questo, probabilmente, il destino di chi ha troppo desiderato? Un desiderio che ha assunto moltissime forme, lambito città, corpi, voci; che ha creduto di trovare nella bellezza femminile, nell’arte, persino nella solitudine, l’appagamento edonistico dei sensi e dell’anima, per poi incontrare invece, alla fine, solo la sua stessa immagine riflessa? Ma è dunque solo un relitto quest’uomo, al termine della sua lunga ricerca infruttuosa? Un pezzo di legno fradicio abbandonato sulla spiaggia, in attesa di riassorbirsi nell’impietoso ciclo della materia? Sono queste le domande che stanno alla base di tutta la raccolta, e che vedono l’uomo e il poeta a colloquio con l’amico-nemico di sempre: il tempo. La creazione del tempo (il “quarto giorno” che dà appunto il titolo al libro) viene qui vista come l’inizio, per l’essere umano, di una condizione di schiavitù e di alienazione tanto più insidiosa se si considera che per la maggior parte degli uomini essa è un asservimento sotterraneo, inconsapevole e sempre più brutale con l’avanzare del progresso.

l’andare lento delle auto come animali rassegnati
che fiatano sospinti da una mano

La perdita dei valori, della semplicità genuina di cui ancora la memoria del poeta conserva gelosamente traccia, ha portato al trionfo della città tentacolare, e di una non-vita dove l’uomo si ritrova ad essere strumento delle cose; e dove ogni giorno è una corsa cieca nella quale l’anima soffoca e svilisce.

Un altro giorno di vita – una ferita –
che leggermente sanguina e sfiorisce
rinchiudendo in sé stesso i colori della sera.

In questo sordido vuoto di cemento e di rumore, aprire gli occhi significa ritrovare e al tempo stesso smarrire la propria identità, toccarsi e non sentirsi, cercare invano un punto del fondale dove poggiare il piede.

Trascino le mie ali lungo il mio deserto
di polvere e di gesso.
– Io poeta sordo al mio stesso canto.

Comitini è uno di quegli spiriti delicati e inquieti che restano ai bordi delle strade, respinti da una folla di occhi tutti uguali, a guardare impotenti lo sfacelo del mondo e dei propri sogni.

In questa città stipata di uomini e di auto
che ingolfano le strade e ci spingono contro i muri
c’è spazio per le mie mani e i tuoi capelli?
Ci lascerà toccare le nubi oltre le case,
tenere fermo il sole nell’azzurro che s’imbruna?
Vedo le nostre bocche ferite dal frastuono
i nostri corpi insanguinati stendersi
nell’erba dolorosa di rugiada.
Con le mie mani consolerò i tuoi occhi.
Tu offrimi la notte dei tuoi capelli.

La donna, in particolare, ha sempre rappresentato per questo autore la terra promessa, la catarsi che salva. Eppure, nonostante le sue mani l’abbiano sfiorato tante volte, il corpo femminile resta una riva lontana, che il possesso fugace del sensi rende ancor più irraggiungibile.

L’amore straziato dal silenzio
di sorrisi, da tutti i fiori sparsi
dai cuori sui sentieri deserti
sa che alla fine scenderà
la pioggia sulle parole
e non sapremo mai chi siamo
quando tengo le tue mani
bianche e inquiete tra le mie

La donna, per Marcello, è come l’amore: una felicità che sfugge nello stesso istante in cui si afferra. Tutto ciò che ne rimane è un sapore di cose perdute, quello “stupore doloroso del vuoto” dal quale germoglia, veleno e al tempo stesso antidoto alla precarietà del tutto, il disinganno. Ci si aspetterebbe, a questo punto, di scorgere tra i versi di Comitini i segni di quella avanzata vecchiaia che deriva dalla rinuncia a tutte le illusioni; ma così non è. Marcello è giovane: è un Dorian Gray che vede invecchiarsi intorno luoghi e persone, scontando la sua insoddisfazione con un’atroce, eterna giovinezza. Una giovinezza che è solo un replicarsi all’infinito delle stesse angosce, delle stesse solitudini, delle stesse attese deluse. Scrive infatti ne I vagabondi:

Resta il disordine delle sedie intorno alla tavola
il cibo lasciato a metà dentro i piatti
e un vivo calore di dita sul metallo delle posate.
Il bagliore bianco della tovaglia
tra i calici rossi di vino come gelidi fiori d’anemoni
alle carezze del vento
attende che tornino gli ospiti verso quel sogno
più vasto e vano del consumarsi dei giorni.

Giorni come petali che un fiore perde lentamente, uno dopo l’altro, attendendo anche per sé una caduta che non arriva. Spoglio di tutte le vite che ha amato, di tutti i sogni che ha inseguito, il poeta resta solo con sé stesso e con i suoi ricordi, due ostacoli che gli impediscono di convivere non solo con il passato, ma anche con il presente:

Qualcosa nel cuore ci dice ricorda
e le nuvole tornano a oscurare il cielo.

Venga allora la morte: ma com’è, poi, questa liberatrice? Che aspetto ha? Non di porta che si apre, gentilmente, per accogliere il viandante stremato dalle tempeste della vita; non di braccia divine che s’aprono per consolare, promettendo la pace. Qui la morte è uno specchio: e ha lo stesso volto dell’uomo, per una volta arbitro del suo destino.

Facoltà di lapidazione da esercitare con un colpo
secco, con un qualcosa che si spezza. E l’ideale
sarebbe che il corpo divenisse rigido in pochi attimi
e grigio come una statua di pietra.
Intanto siamo qui in attesa che la morte si avvalga,
se le va, della facoltà di lapidazione. Non con pietre
colte intorno, come vorrebbe il rituale, ma
con brandelli del nostro stesso corpo trasformato in
sassi.

Il nulla del dopo vuol dire nessun rimpianto: del resto, ognuno di noi è, dalla nascita alla morte, semplicemente un frutto acerbo. Aver vissuto, aver amato, aver lasciato memoria nei figli o nei nipoti, non ci assegneranno alcun ruolo in questo gigantesco paradosso. Particelle confuse e irrilevanti, scompariremo come siamo apparsi: senza le giuste risposte.

Inutilmente ci chiediamo
con le mani al viso in che stagione siamo.
La sentiamo in fondo al cuore
la stagione dei morti
la stagione dei cadaveri scoperti
dalla pietà dei vivi sotto enormi pietre bianche
e il pallido lucore di lumini indifferenti e inerti.
La stagione in cui guardiamo al mondo
nell’afrore umido del vento
come se non ci appartenesse,
come se non avessimo
altre stagioni che ci attendono.
*
Donatella Pezzino

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