Recensione di Franca Alaimo a “Canto dell’attesa” di Luigi Finucci

La poesia di Luigi Finucci ci restituisce, attraverso uno sguardo religioso in contrasto con la dominante cultura del nichilismo, il senso del movimento oggettivo e ideale che egli va tracciando con gli altri esseri viventi nel labirinto della vita, tra oscurità e bagliori di bellezza e tenerezza, in cerca di risposte.
La grazia dei versi, nati da un lavoro tenace e attento specialmente all’esattezza e pregnanza del lessico, interpreta già stilisticamente il desiderio di una soluzione armoniosa, che risollevi il destino dell’umanità tutta, assumendo come figure epifaniche il bambino e la donna, portatrici di speranza e di amore, capaci, come già accaduto nella dimensione privata dell’autore, di dare senso al proprio andare.
E tuttavia non per questo cessano la minaccia del dolore, l’imprevidibilità degli eventi, lo scorrere del tempo: ogni conquista va meritata quotidianamente attraverso una postura etica, alimentata da una visione sacrale, che nella silloge è sottolineata dalla citazione di passi biblici che fanno da esergo alle quattro sezioni di cui essa è composta.
Tali citazioni esaltano i momenti salienti del viaggio esistenziale: l’amore, la crudele cecità del tempo, la presenza del dolore, il valore fortificante della fede, come dire che vincoli affettivi e vigore religioso fanno “santi” l’inizio del viaggio come la sua fine in una sorta di saldatura circolare: quel che sta nel mezzo appartiene al mondo, e va vissuto intensamente e fraternamente cercando di non sporcare l’anima con il male.
Questa visione della vita è interpretata poeticamente attraverso la metafora del viaggio, là dove gli elementi geografici (monti, sentieri, fiumi, alberi), pur attingendo alle numerose esperienze concrete dell’autore che ha visitato i luoghi più disparati del nostro pianeta, si trasformano in simboli del proprio spazio interiore, in strumenti di rivelazione, in situazioni psichiche.
La loro rappresentazione ha anche la funzione di cucire insieme memoria e conoscenza, riportando alla mente del poeta esperienze spesso irte di difficoltà che lo hanno messo a confronto con l’angoscia, la solitudine, il dolore, avvertiti come sentimenti universali che investono la natura tutta, parto di bellezza non dissimile da quello della donna, che mette al mondo nuova vita ma, come l’altra, sempre minacciata.
Ne deriva una perfetta osmosi fra dimensione esterna e interna, che determina una costruzione sorprendente di immagini dal significato doppio (descrittivo e simbolico), e attesta una sorta di atemporale temporalità e spazialità a-spaziale proprie di una poesia complessivamente emozionale, in cui prendono rilievo semplici dettagli e gesti minimi, frammenti memoriali che vengono percepiti dal lettore come pure folgorazioni. perché ognuno è portatore di uno stato d’animo, un messaggio: il legno che diventa ponte; le gambe cresciute per i sentieri; le radici/ ben piantate sulle pendici; la terra madre; il tessitore delle reti, e così via fino all’ultima immagine che chiude il libro: La bambina/ è inciampata perdendo/ il sentiero:/ l’erba aveva l’odore di una casa; in lei sono presenti e la piccola figlia Maria (ricordata già nel test a pag. 44: le carezze di Maria/ si riflettono/ nello specchio) e ogni nuovo nato/nata che, nel riconoscere nell’erba “l’odore di una casa” cuce insieme il parto della terra e quello della donna. Del resto “ventre” e “seme” sono lemmi ricorrenti a conferma che tutta la silloge vuole tessere l’elogio della vita, che va vissuta, comunque, in uno stato di attesa fiduciosa, come, appunto, recita il titolo: Canto dell’attesa.
Il quale si presta ad una doppia interpretazione, senza che l’una escluda l’altra, ché, anzi, entrambe avrebbero la funzione di sottolineare (non giurerei su una scelta volontaria quanto piuttosto su uno di quei casi colmi di generosa gratuità) quell’atteggiamento costante di sovrapposizione della dimensione personale e universale che caratterizza l’intera silloge.
Se è vero, infatti, che il libro, come mi ha suggerito lo stesso Finucci, è cresciuto insieme alla bimba portata in grembo dalla moglie, tra ansie, aspettative, sogni, difficoltà, per cui tende a oggettivare un stato emotivo ed esistenziale del tutto personale, potremmo leggere il titolo così: io canto dell’attesa (quest’ultima essendo un complemento d’argomento); è anche vero, però, che la seconda lettura, come il canto dell’attesa (quest’ultima intesa come complemento di specificazione), indicherebbe l’universalità di uno stare al mondo, un invito, una speranza, che, appunto, appartiene alla natura più autentica della poesia (il canto).

Franca Alaimo

*
Il funambolo è caduto, in equilibrio
tra i rami uguali su concessione
della notte.

La corda era resistente
paragonata al tronco, e le risa
allo scrosciare non hanno udito
il senso.

Si dilegua la folla, in silenzio
così la storia si ripete
e qualcuno perde la lacrima
greve,
il giorno dopo il sole sorge:
d’altronde la vita
sembra continuare.

*
È stata la notte – non ricordo
che l’albero aveva radici
ben piantate sulle pendici.
I passanti erano schegge, aculei
sui terreni dove con mio padre
avevo sepolto le parole che non ci siamo
detti, però le ricordo bene:
ho creduto di stare intorno
al fuoco e raccontare una leggenda
ma è stato solo un fallimento,
la pioggia è caduta come
un giorno qualunque, sulla fronte
e sulle case.

© Luigi Finucci, Il canto dell’attesa, Ladolfi editore,2018

https://www.ibs.it/canto-dell-attesa-libro-luigi-finucci/e/9788866443919

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