Recensione a Don De Lillo: L’angelo Esmeralda (Ein. 2013) (di Giovanni Perri)

Dal ’79 al 2011, mentre scrive romanzi di incommensurabile valore, De Lillo accumula una serie di racconti (nove in tutto) che entreranno a far parte di un volume (L’angelo Esmeralda, Einaudi Supercoralli 2013, pp. 216 trad. F. Aceto) la cui impronta, per stile, tecnica, tematica, audacia espressiva, senso panico e mimesi scenica oltre ogni possibilità immaginativa, è la stessa che egli impiega nei romanzi: ugualmente attratta, attraversata, rifinita nella medesima straordinaria capacità di incidere su una realtà negandola fino all’esplosione, fino allo sfinimento di ogni piccola forma; dove i personaggi appaiono come inseriti in una bolla vagante di sogni profetici, ambizioni di rinascite, tensioni escatologiche di ombre necessarie alla legge del tempo, dove principio e fine hanno la stessa scaturigine, la stessa inesauribile funzione vitale. Tempi, ambienti, sentimenti, angosce del prima, del dopo, del durante, rivissuti in piccole orbite a scomparsa; sospetti congegni girevoli del vivere spaesati, traumatizzati, come tirati da un io demone o fantasma, che dicono insieme la teoria di un vissuto incognito e incompleto, prematuro e insieme profetico, temibile, malato; e allora ecco movimenti quasi al limite della parola, quasi come se la parola non potesse renderli se non lasciandoli esaurire nel nulla, oltre la loro fuggevolezza, nel trauma dello spazio che li tiene incontrollati, ma pure fermi, circostanziati, nel fremito di una perfetta inquietudine. E la parola fissa l’esistenza. Il mondo tutto, nominato, esiste come per reazione a qualcosa che minaccia: la civiltà, la guerra, una calamità, una crisi finanziaria, un lutto; tutto trattenuto: ossessivamente: scavato da un occhio mentale, che si fa collettivo, di filosofia o sociologia in delirio, prova d’abbandono e resistenza a tutte le forze della lingua che si incastrano nella finzione narrativa, composta a fotogrammi, nel pathos meditativo della logica che inghiotte lo stupore e ci restituisce un vuoto epocale, di macerie e lacune, afflizioni, rovine, assenze. E le assenze sono quelle che maggiormente pesano. Sembra che i personaggi si muovano in questa sfera sotterranea del vuoto, in una specie di gorgo dostoievskiano; sembra che manchino a se stessi, quasi sempre, prima ancora che mancare al lettore, il quale segue flash di sottofondo, nella speranza che qualcosa gli riveli l’onda di disperazione, ne faccia brillare il senso come rubandolo alle neve o alla pioggia, o a qualche rugginoso detrito nei silenzi assordanti di una periferia o nella sagoma di una maniglia, di un cappotto, di un albero, provandone l’esistenza, nel vano ipotetico delle rivelazioni, nel gergo dei sogni che suonano come miracoli. Ed è miracolosa la scrittura che De Lillo tiene come in sospensione: immagini che restano dopo la loro scomparsa dandoci il tempo di sentirne il peso. L’immagine di Esmeralda che compare sotto un cartellone pubblicitario nel Bronx, dove fu assassinata, sotto gli occhi impotenti di suor Edgar, è forse l’illusione, il bisogno di consolazione della fede, la sua materializzazione o la sua messa in discussione; I due astronauti rimasti nello spazio durante la seconda guerra mondiale sono forse l’estrema excusatio dell’uomo nell’impossibilità di rimediare al male, ricucendosi un altrove possibile, l’unico praticabile e in grado di determinarlo veramente; stessa impassibilità per il broker che perde tutto e resta a guardare il mondo che precipita nella crisi; o per il professor Ilgauskas ritratto nel suo stato di trance, sconnesso, rimasto a galleggiare nella logica mistica di un dolore irrecusabile (irraggiungibile), “sulla scia di una specie di acume ferito”; e ancora: il corridore a cui sfugge la realtà; la paura di tornare alla normalità da un viaggio o da un terribile terremoto come avviene in “Creazione” o in “L’acrobata d’avorio”; lo spazio in cui si isola il protagonista di “La denutrita” che trascorre le sue giornate passando da un cinema all’altro nella incredulità un po’ panica un po’ metafisica della moglie. Insomma, una carrellata di personaggi per qualche verso assoluti, desolati o condannati a una pena più profonda dell’abisso che li tiene, come inventati per essere tirati dal cuore del lettore, che leggendo, “subisce”, come è stato detto, il destino, terribile e magico, (autenticamente letterario) di andare dove non vorrebbe andare.
Giovanni Perri

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