Selfie Connection (di Marco Incardona)

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(da Bagatelle di inizio Millennio)

 

Se ne fa un gran parlare, tanto che la parola appare ormai come comune, quasi scontata, eppure il selfie rimane qualcosa di, ancora, largamente sconosciuto.

Voglio dire sconosciuto dal punta di vista estetico, filosofico. I detrattori, numerosi e troppo frettolosamente lanciati in crociata liquidatoria, hanno contribuito a questa misteriosa confusione.

Il selfie, come atto concentrato, personale e di gruppo, rappresenta un fenomeno estetico di delicata comprensione. Quello che appare come spontaneo e naturale, è in realtà, il risultato di un equilibrio complicato, quasi impossibile da raggiungere.

L’overdose di immagini, a cui il mondo del selfie sembra, inevitabilmente, condurre, non aiuta a comprendere. Gli attori del selfie, sono dei veri attori, sono maschere che sanno essere persone.

La recita del selfie, è una recita che ama mimetizzarsi, che nega categoricamente di essere una recita. Sarebbe inutile cercare di indurre gli attori a smascherarsi. Perfettamente inutile, come sarebbe inutile chiedere ad un ladro, di smettere di pensare che il mondo sia fatto di ladri e che gli altri siano altro, che degli stupidi da depredare.

Non ci saranno, dunque, pentiti del selfie, come ci sono stati pentiti di Mafia e pentiti di militanza politica. Non verranno mai scoperte delle cupole, delle centrali del selfie. Il caos ed il magma del selfie rimarranno imperanti e preponderanti, questo è il punto.

Nondimeno pensare di poter giudicare, quello che vuole essere fenomeno, come qualcosa di diverso dal suo voler essere fenomeno, come il rinvio a qualcosa di diverso, sembra essere il peccato originale, che alimenta questa confusione.

Divagare verso la società, la consumazione, la tecnologia, verso la vuotezza del mondo contemporaneo, sarebbe come fare lo struzzo, che caccia la testa dentro la terra, per non scoprire di essere, esattamente, come tutti gli altri.

Tornare all’immagine, al gesto del selfie come metafora del tempo, dei tempi, questo è l’unico modo di affrontare il fenomeno.

Gesto metaforico, gesto che richiede equilibrio, senso dell’armonia e dell’ironia. L’immagine, vera sfida e vera croce e delizia del selfie, parla chiaro, lascia tracce, svela, immediatamente, la sua falsa coscienza. Nel selfie non è possibile mentire, colui che non partecipa al gesto con trasporto, viene immediatamente svelato. Tanto più che nessuno ha l’arma puntata per consegnarsi al gesto.

Veniamo al dunque, al gesto, all’atto concentrato di essere immagine, di essere rappresentazione metaforica del tempo.

L’attore del selfie deve, inevitabilmente, essere talmente vero da sembrare finto, e talmente finto da sembrare vero.

L’autoconfusione nel gesto è assolutamente necessaria. Basterebbe un piccolo dettaglio, una smorfia, un lieve gesto di assenza, l’indizio, anche solo accennato, di uno sguardo che fugge altrove, ed ecco che, l’insieme armonico del selfie, verrebbe minato.

Non si può partecipare con disagio al gesto, perché l’immagine non mente, l’immagine richiede un attore competente, e determinato, capace di dominare e di concentrare la propria espressività.

La gente ha uso di dire che, le lingue straniere, sono più facili da apprendere per i bambini ed i giovani

Forse è proprio seguendo un analogo ragionamento, che si deve dedurre la particolare capacità dei giovani nell’arte del selfie. In loro l’equilibrio tra gesto spontaneo e atto preparato con arte e tecnica affinata e rodata, raggiunge dei risultati inarrivabili.

Giovani spontanei al punto giusto, falsi e costruiti fino al minimo dettaglio, capaci di controllare il gesto con estrema naturalezza.

Naturalezza che li porta a sfidare l’ordine costituito. Alle antiche immagini di gruppo intruppate, bloccate, false, oppongono il gesto irriverente, autocritico, autoirriverente.

Salti di gruppo, linguacce, pose degne del migliore degli scultori manieristi, eppure senza mai perdere il senso armonico ed estetico d’insieme.

Come un’immensa variazione sul tema, il giovane conosce ed utilizza le immense potenzialità autoestetiche del selfie.

Uno e plurale, egli si esprime in un ventaglio illimitato di pose, rimanendo sempre e comunque se stesso. Cambiano i gesti, le persone, le situazioni, ma la naturalezza estetica non cambia. Il giovane conosce, istintivamente, come concentrare l’autorappresentazione estetica di se stesso, secondo il variare delle situazioni.

Che si tratti di un selfie con il Papa, con il Presidente del Consiglio, o con un ubriaco incontrato in discoteca, il giovane sa sempre autorappresentarsi al meglio.

Lungi dall’essere un atto estemporaneo e velleitario, il selfie, come tentativo totalitario e tautologico di catturare il tempo, di essere istante di vita, necessita di grande concentrazione.

Quindi, bisogna essere chiari su questo punto, il selfie per essere veramente quello che vuole essere, necessita di un esercizio estenuante, illimitato, capace di controllare ogni minimo dettaglio.

Questo proprio per la sua immediatezza.

Nessuno si azzarderebbe, anche solo per scherzo, di mettere in dubbio che per fare un tuffo riuscito, si rende necessario un esercizio quotidiano e costante.

Che lo si voglia o no, questo vale anche per il selfie. La sua estetica ama rappresentarsi come spontanea, come cattura dell’istante, ma in realtà, essa richiede un esercizio costante.

Un esercizio non solo estetico e fisico, ma un esercizio soprattutto mentale. L’attore del selfie deve avere una particolare visione del mondo, per poter essere un buon attore. Le immagini del resto non mentono. Il selfie è un modo di essere, un modo di vivere, un modo di pensare.

Il kamikaze del selfie è pronto al sacrificio, su questo non ci sono dubbi, ma questo unicamente, perché convinto di agire per il meglio, di essere in consonanza con il suo tempo.

Oggi abbiamo ancora disagio, nel pensare, che qualcuno abbia potuto agire come SS, pensando di essere in consonanza con il tempo, di essere dalla parte giusta della storia. In attesa, che un qualche periodo dell’umanità ancora lontano, decida di condannare come disumana e vuota, questa overdose di immagini, l’attore del selfie ha giusta ragione, di credersi sulla cresta dell’onda e celebrarsi come padrone del mondo.

I sacrifici, le ore passate davanti allo smart phone, le centinaia di foto preparatorie, appaiono ai suoi occhi, come giuste, sacrosante fatiche, per essere pronti all’atto finale. Lui e solo lui conosce i rischi di un atto distratto, ingannato dalla sicurezza degli esiti passati.

La Cappella Sistina, richiede un sacrificio enorme, ma, una volta terminata, essa è una volta per tutte.

Il selfie invece, non si appaga mai, non conosce esiti definitivi. Il migliore dei selfie deve essere l’ultimo. Questa lascia nell’attore un senso di eterna insoddisfazione, di eterna ricerca della perfezione. Ma va bene così, perché, altrimenti, egli si adagerebbe sugli allori e smetterebbe di combattere come il più accanito dei gladiatori.

Nel selfie, l’attore contemporaneo non cerca di esprimersi, cerca di rappresentarsi. Rappresentandosi, inevitabilmente, si pensa e si giudica e, dunque, si limita, si modifica, si autodefinisce.

Nell’autorappresentazione del selfie e non certo nella morale e nell’etica, egli trova le ragioni del contegno, dell’autolimitazione, dell’accettazione delle regole, con cui poi si conduce nella vita quotidiana e si comporta nella società.

Il selfie non è qualcosa di liberatorio e di anarchico, proprio nella misura in cui il suo attore vi si dedica con tutte le sue forze.

Tutto può accadere, ma solo nell’angusto recinto e raggio d’azione del selfie. Il resto viene liquidato come non rappresentabile, come scoria incapace di riassumere la realtà dell’istante e l’istante della realtà.

Se le rivoluzioni sociali si potessero fare a colpi di selfie, esse avrebbero ancora un grande futuro nella storia dell’umanità. E non e detto che si debba assistere anche a questo.

Intanto, imperterrita l’overdose continua magmatica la sua conquista e obbliga a prendere partito.

Perché, piaccia o meno, è proprio nell’esercizio quotidiano ed armonico dell’arte del selfie, che, l’attore contemporaneo, trova il senso profondo del suo carpe diem, di oraziana memoria.

I miagolatori di Via San Gallo a Firenze

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2 thoughts on “Selfie Connection (di Marco Incardona)

  1. Caro Edoardo,
    Il tuo blog è stato inserito tra i blog amici dei Miagolatori di via San gallo.
    Speriamo che la nostra collaborazione letteraria dia ottimi risultati.
    Grazie di aver ripubblicato l’articolo sui “selfie” di Marco Incardona, già pubblicato in precedenza (come tanti suoi articoli) sul blog dei Miagolatori !
    Olivier (e Marco) per il blog dei Miagolatori
    https://imiagolatoridiviasangalloafirenze.wordpress.com/

    • carissimi,
      benvenuti a bordo! datemi solo un po’ di tempo e chiederò al moderatore del blog, di inserire i miagolatori fra i nostri siti e blog amici…….. l’invito a collaborare con noi, oltre al caro Marco, è esteso ovviamente anche ad Olivier ed altri autori/rici che riterrete poter essere interessante pubblicare su questo spazio sempre aperto…….. vi ricordo anche la rubrica dedicata a possibili vie di superamento del post-moderno, che curo personalmente per la rivista on line quadrimestrale, che viene stampata da Matisklo Edizioni. ci aggiorniamo presto, grazie ancora!

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