TALKIN’ BOUT “PER UN ORA DI NUOTO” DI LAURA SALVAI (Matisklo ed. 2013)

Non si riesce a non porsi alcune domande, dopo aver terminato d’un fiato “Per un’ora di nuoto” di Laura Salvai (D’un fiato, sì. Scommettiamo?). Domande ineludibili che riguardano innanzitutto la “buccia” del racconto, che è quella che colpisce per prima.
“E’ indispensabile essere nati negli anni sessanta per gustare e comprendere appieno il romanzo?”, ci si domanda. “Quanto contribuisce alla godibilità della lettura il gioco del riconoscere-riconoscersi in sapori e situazioni che identificano al di là di ogni dubbio l’atmosfera di quel tempo?”. E ancora: “Quanto conta il sapore di prequel che è nascosto in ogni piega del racconto e nei pensieri della protagonista bambina che è bambina esattamente nello stesso modo in cui quelli come me erano bambini?”. In altre parole (cioè), che peso ha la piacevole sensazione di preveggenza che dà il sapere ormai fin troppo bene quel che sarà dell’Italia descritta dalla piccola protagonista con la sua lingua schietta? E quel che sarà di quella FIAT, di quel razzismo ancora larvale ma già manifesto, di quel perbenismo, di quel catto-tutto, di quelle madri manesche e politically scorrect che agitavano il battipanni ignare di ogni futura carta dei diritti dell’infanzia, di quella puzza di piedi e cloro che ti portavi indosso fuori dalle piscine, di quella contestazione giovanile, di quella rivoluzione che sembrava stesse per arrivare da un momento all’altro?
E alla fine bisogna rispondersi che certamente conta tutto questo, per il lettore che quegli anni li ha visti, e contribuisce all’atmosfera, senza dubbio, ma è ben lontano dall’esaurire il senso della storia. Che non si risolve per niente tutta qui, in un’operazione di rievocazione, e che l’ambientazione, a guardar bene, non è nemmeno la cosa più importante in questo romanzo. Che avrebbe potuto svolgersi e scivolare via egualmente anche in un altro tempo e in un altro luogo.
Perché quella che qui viene descritta è innanzitutto la storia di un passaggio inevitabile, cruciale e obbligato, di cui ognuno serba una propria personale memoria.
Passaggio dall’infanzia all’adolescenza, racconto della lenta, inarrestabile, talvolta angosciosa presa di coscienza della realtà del mondo e insieme del vero volto degli adulti.
Racconto in presa diretta e in prima persona, fresco e spontaneo, mai di maniera, che scivola semplice perché credibile, innanzitutto.
Ecco così che la voce di Anna Morra ripercorre per noi l’inverno della quinta elementare e l’estate del 1971 che precede l’inizio della scuola media. L’ultima vera estate da bambina. Un’estate emblematica che io, come molti di voi, ricordo d’aver rimpianto a lungo e di cui oggi, al contrario della Salvai (come invidio questa puntualità della rimembranza) non mi resta una sola immagine se non il livido attutito della fine di un tempo.
Primogenita di cinque figli di famiglia modesta (proletaria si sarebbe detto all’epoca), tra una madre rigida e un padre silenzioso, di origini contadine, inurbato nella città della FIAT e reclutato in fabbrica (operaio massa lo avrebbe detto Tronti), Anna ha una mente sveglia e indipendente, che si pone domande scomode e non accetta risposte evasive («Se Dio è buono, perché ha fatto morire il papà di Carmela?»). Fuori la modernità incombe, spinge e urta alle porte della famiglia, cattolica e tradizionalista, che rifiuta persino di possedere la televisione e non va in vacanza non solo perché non se lo può permettere (l’operaio FIAT arrotonda, come nella migliore tradizione, con secondi lavori durante la chiusura agostana) ma anche perché si tratta di un’invenzione recente, da sradicati ed emigranti, estranea alla cultura contadina in cui ha ancora le scarpe. «Che disgrazia!», esclama la madre di Anna alla notizia della commercializzazione della pillola anticoncezionale, aggirandosi per casa e profetizzando che presto sarebbero arrivati l’aborto e l’eutanasia.
Ma nonostante questa resistenza, il seme dei tempi nuovi germoglia nella mente della bambina.

Io voglio parlare italiano, come la televisione, e da grande imparerò l’inglese per girare il mondo. La vecchia Anna Teresa ci viene matta. Dice che sono superba e che lascio morire la nosta bela tradissiun……Ma che me ne faccio io della tradissiun? Non mi serve a niente. È come il giogo per i buoi che mio nonno usava una volta per arare i campi. È appeso a un chiodo sotto la tettoia, coperto di ragnatele. È diventato inutile perché adesso ci sono i trattori.

E questo non tanto per spirito di ribellione ma per esercizio di libero pensiero, potremmo dire, che è il carattere distintivo della mente al suo stato nascente e spesso si perde in seguito, soffocato dalle sovrastrutture.
E’ un autentico percorso di formazione quello che la ragazzina compie di fronte a noi, offrendoci la propria visuale intelligente e disincantata, mostrandoci il mondo che la circonda, tratteggiando in maniera gustosa e arguta le proprie relazioni familiari, facendoci intravedere sullo sfondo e nei discorsi dei grandi il fermento sociale che agita il paese (Il brutto era avere soltanto dieci anni. Se fossi stata più grande avrei potuto protestare contro la guerra nel Vietnam, invece mi toccava andare al mese mariano.)
La definitiva presa di coscienza dell’arbitrio della morte sulle nostre vite e della preziosità dell’esistenza, l’intuizione del mistero del sesso, la nascita della prima vera amicizia, il bisogno crescente della libertà sono le conquiste che Anna compie pagina dopo pagina e procedono di pari passo con le lezioni di nuoto. La piccola “rana imperfetta”, quasi un girino, che inizialmente fatica persino a stare a galla, riesce, nelle ultime righe del racconto, a muoversi agevolmente nell’acqua, come in un rito di passaggio, segno del completarsi della metamorfosi che da bambina la tramuta in adolescente.
E’ con un pizzico di rimpianto che lasciamo la nostra giovane nuotatrice nelle acque cristalline del mare calabro, in piena Terronia, lì dove nessun membro della sua famiglia s’è mai spinto. Ma non abbiamo nemmeno il tempo di rammaricarci che tosto siamo avvertiti dalla postfazione che quello che si è appena concluso non è altro che il primo romanzo di una trilogia tutta dedicata ad Anna Morra, che è nel frattempo diventata la nostra eroina. Operazione modernissima, in linea con la più recente tradizione cinematografica derivata dal genere fantasy, o viceversa antica, proustiana, se vi pare.
E’ così che ci consoliamo del sottile lutto che accompagna la fine di ogni storia: se l’episodio numero due affronterà il tema dell’adolescenza di Anna con la stessa freschezza mostrata fin qui, sarà un gran bel leggere, questo è poco ma sicuro. Parola di un vero figlio degli anni sessanta, nato a Torino, per giunta (diofà).

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Ivano Ferrari

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