THERA INTERIORE

A Henri,

con la mia sete sulle tue mani.

I

E’ già tutto trito e marcio,

la Capitale che mi chiama a sé

raschiando la sua voce nauseabonda fino alle mie orecchie

il mio cappello rosso con su scritto Mercedes,

ho un altro nome, infilzando bordi di pizza e sugo scadente

con forbici ripulite rapidamente dietro banco con scottex e ammoniaca,

passando da un lato all’altro di piazza Barberini.

II

Apro la mia bocca per assorbire il tuo suono, Tritone

tra le tue monumentali braccia nude riscaldo il mio guscio di travertino

e la tua voce nel mio grande orecchio orale sta chiamando la tempesta.

III

La coperta cremisi di tua nonna tinteggiata dalle nostre mani,

ci perdiamo in uno sballo letterario di giochi in cucine romane, io e te,

alla fine ci ritroviamo sotto questa coperta cremisi, senza pantaloni o con tute estranee

e niente mutande,

tu mi prendi i fianchi ed entri a riempire la mia cavità stretta e rosea

in cui spesso ci affanniamo per cercare un rimedio al nostro indugio da scrittori da strapazzo,

devo mantenermi con le mani sul pavimento mentre spingi parole calde nel mio cranio florido.

IV

Dovrò lavorare per quindici ore, e nessun minuto nobiliterà il mio corpo snervato e celere.

Mi divincolo fra i tavoli e alla fine indosso un grembiule rosso bianco e verde,

ho gli alluci rotti e porto sulla spina dorsale una sensazione in bianco e nero, sussurra:

‘So che sei venuta dal fiume, lo vedo dalle tue mani’.

Scaccio il pensiero come una mosca deforme tra le dita malmesse,

il puzzo plastico della cucina afro-egiziana o qualcosa del genere

entra nel mio piccolo orecchino di ferro, facendoci dentro tre o quattro giri,

mi torna in mente un tizio che ho visto stamattina in metro: ha aperto le grandi fauci anziane

in una smorfia che io e la ragazza accanto a me abbiamo impercettibilmente e in un sobbalzo

avvertito come un repentino dolore cosmico e insopportabile.

Era uno sbadiglio,

era uno sbadiglio.

V

Ti tengo ferma sul mio capo, Conchiglia

ma non sto chiamando la tempesta.

Posso sentire il sibilo della tua staticità appena sulla punta del naso

ma sto solo radunando le onde lapislazzuli intorno al mio corpo informe

e nel mio canto dolce ti scaglierò contro il mare calmo fino a liberarti.

VI

Sono la città troneggiante e imperiosa,

mi muovo come un aereo da uno strato all’altro del globo.

intorno a me creo confini sempre diversi e bagnati da vasti laghi.

Tu vieni dal fiume, (te lo sussurro ogni giorno),

vieni da foto incartapecorite, insudiciate da scritte-penna bic e dialetti antichi,

vieni da giardini del sud, piatti fondi di coccio e occhiaie materne senza fine.

Ti osservo vagare nelle mie spoglie imputridite, gli organi vivono a stento,

sono un millepiedi pieno di merda e mitologia.

Vago mentre tu scrivi questo poema inutile

lasciando sul tavolino bianco non tuo le impronte di una tazzina da caffè troppo grande.

Ti ho vista senza passato dipingere e scendere da aeroplani, pullman impazziti,

calpestare il mio asfalto, i sampietrini incrostati sul mio basso ventre,

ti ho ammirata mentre nella disperazione di piogge vigorose hai proteso le tue braccia esili

verso la mia notte scura e hai cercato di pregare che io ti sputassi via,

ma ti sto facendo strada (errando per tutto il mondo)

sto cercando il tuo nido.

Troverai una porta minuscola alla fine del tuo pianto interno

e sgorgherai nell’immenso litorale sconosciuto.

VII

Dammi temporali, figlio di Poseidone,

dammi rumori brutali di acquazzoni che si infrangono sul mare

poi buttami nella mischia, senza pace né tranquillità

così che io possa scollarmi dal fondale spinta da maree

e vibrazioni di tempeste,

dammi caos.

VIII

Lavoro da nove ore, sento un formicolio infiltrarsi nei timpani

come se avessi messo la testa nel forno, ma non sono Silvia Plath

e col forno a trecentoquaranta gradi riesco solo a bruciarmi il guanto in lattice

della mano sinistra.

L’indice pulsa di un colore vermiglio ma non posso gridare,

sorrido a clienti-meduse che elettrizzano l’altra parte del bancone

e quando mi abbasso per riprendere equilibrio mi vedo riflessa nell’acciaio,

ho le guance accese, mi sorrido senza alcun compiacimento con la consapevolezza

di dover drizzare le gambe a breve,

mi tolgo il cappello per un istante e tocco il sudore di un’altra sui miei capelli.

Mi torna in mente il sogno che ho fatto la scorsa notte:

ero sotto casa mia in una macchina dal colore ombroso

e una donna molto simile a me si toglieva la maglietta,

aveva capezzoli scuri e sguardo mediterraneo,

io le accarezzavo le costole,

le dicevo all’orecchio: alla fine sei qui Mercedes, alla fine sono qui.

IIX

Sergej Rachmaninov, Romance, (Igor Bezrodny, violino)

IX

Credi che non possa sentirti?

Sei la città perduta.

Tu mi perdi, dimentica della mia mente caliginosa.

Tu credi di vedermi mentre mi muovo come un verme cieco nel tuo grembo marcio,

mi mostri le tue statue dagli occhi opachi,

mi mostri luci e porte e illuminazioni future.

Io ti amo, aereo di case e fuochi,

ti amo fino a renderti una stanza buia.

X

Finché ancora tempo,mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti sulla bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, lungo la Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Prima che bruci Parigi, N.Hikmet

XI

Sono un carcere abbastanza grande da poter edificare la mia struttura

intorno ai vostri cervelli.

Avete nove teste trasparenti e un talento che fluttua

magnifico e inghirlandato come un lampadario arabo.

Mi poggio col mento di pietra sui vostri spiriti

che creano una lunga barriera

mentre voi vi strusciate l’uno contro l’altro come gli unici serpenti rimasti(buoni e ancora vivi)

intorno ad una mela fulgente di desiderio, sotto una coperta cremisi.

I vostri respiri sono animali feroci che rincorrono prede sgomente,

sono venti che scoppiano da fessure gelate.

Vorrei schiacciarvi, tumulare ogni parte di voi.

Sono il lavoro, indifferente e secco,

sono un dittatore astuto ma non ancora potente,

un lattante dall’anima torva.

Sono un carcere abbastanza grande ma senza fondamenta,

provo ad afferrare le redini della vostra aurea di terremoto rischiando di crollare.

XII

Ti libererò, conchiglia,

coi miei occhi, che sono di travertino come te,

che hanno visto i secoli imbruttirsi di centinaia di morti

strisciati fin qui su carri zoppicanti da campagne lontane,

troverò una pace soltanto, una porta che ci farà sgorgare dove

noi dovremmo troneggiare: nell’immenso litorale sconosciuto.

XIII

Sono estasiata e piena un’intimità sublime,

sono felice a causa e grazie alla vostra pena,

perché posso essere un tappeto, un campo di fiori

il dipinto che avete fatto con dita e musica,

posso rimanere sopra di voi

fino a riportarvi all’origine.

Sono la coperta cremisi,

le punte del mio corpo leggero sfiorano il pavimento caldo e notturno

ed io sono un fantasma buono, faccio parte dei sogni newyorkesi ed omosessuali

del vostro inconscio avvilito, vi nascondo come un segreto di carne nel mio petto:

vi porto dentro me.

XIV

 

Su quaderni di scolaro
Sui miei banchi e gli alberi
Sulla sabbia sulla neve
Scrivo il tuo nome

Su ogni pagina che ho letto
Su ogni pagina che è bianca
Sasso sangue carta o cenere
Scrivo il tuo nome

Sulle immagini dorate
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Scrivo il tuo nome

Sulla giungla ed il deserto
Sui nidi su le ginestre
Sulla eco dell’infanzia
Scrivo il tuo nome


Sui miracoli notturni
Sul pan bianco dei miei giorni
Le stagioni promesse
Scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole sfatto
E sul lago luna viva
Scrivo il tuo nome

Sulle piane e l’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
E il mulino delle ombre
Scrivo il tuo nome

Su ogni alito di aurora
Sulle onde su le barche
Sulla montagna demente
Scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Su i sudori d’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Le campane dei colori
Sulla verità fisica
Scrivo il tuo nome

Sui sentieri risvegliati
Sulle strade dispiegate
Sulle piazze che dilagano
Scrivo il tuo nome

Sopra il lume che s’accende
Sopra il lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Scrivo il tuo nome…

 

 

 

 

XV

Da quando sono qui non ho bisogno di lampade accese di notte.

Ho finito le quindici ore, le mani egiziane dell’uomo alto che lavora con me

sono martelli grevi caduti sui miei piedi.

XVI

Esco e ti incontro, Tritone, sei al buio, (la mia vista è appannata)

accanto a te sono tutti stranieri e tutti morti; io ricordo la mia lingua madre:

mi sale in gola con un singulto improvviso, mi si schiaccia fra i denti.

La conchiglia fra le tue mani lascia andar via acqua e vita a fiotti, i vostri corpi,

la vostra esistenza di travertino, ha visto gli anni accavallarsi, ha visto tutto il mondo passare da qui, rotolare lento e distratto, ha visto il tremore e poi l’euforia

di canti celestiali che nasce dentro me come un’isterica ispirazione azzurra,

una pazzia ancestrale riportata al mio stato come presente assoluto.

Non ho bisogno di dormire con lampade accese, perché devo arrendermi alle tue parole

calde nel mio cranio florido -non posso fare altro- nella mia testa macchie viola del fiume

da cui provengo si sovrappongono in continuazione: un museo di idee e manicomi.

Porto sulle spalle una coperta cremisi, e ti vedo arrivare con una bottiglia in mano,

così lascio volare la coperta di stanchezza nel cielo freddo e stellato e succederà qualcosa-

qualsiasi cosa- mentre apriremo assieme la piccola porta lucente dell’aspirazione.

XVII

L’origine du monde, Gaustave Courbet, 1866

XVIII

Sopra il frutto schiuso in due
Dello specchio e della stanza
Sul mio letto guscio vuoto
Scrivo il tuo nome

Sul mio cane ghiotto e tenero
Sulle sue orecchie dritte
Sulla sua zampa maldestra
Scrivo il tuo nome

Sul decollo della soglia
Sugli oggetti familiari
Sulla santa onda del fuoco
Scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Scrivo il tuo nome

Sopra i vetri di stupore
Sulle labbra attente
Tanto più su del silenzio
Scrivo il tuo nome

Sopra i miei rifugi infranti
Sopra i miei fari crollati
Sulle mura del mio tedio
Scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non chiede
Sulla nuda solitudine

Sui gradini della morte
Scrivo il tuo nome

Sul vigore ritornato
Sul pericolo svanito
Su l’immemore speranza
Scrivo il tuo nome
E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti

Libertà.

Paul Eluard, Libertà, 1942

 

 

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