Vittorio Musca

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La poesia di Vittorio Musca arriva al cuore del lettore, ci parla di sé, di luoghi lontani e personaggi senza tempo.
È come una piccola scala che ci porta dritti dritti verso il nocciolo dell’essere artisti, del ricordare l’anima e la storia di dove camminiamo e di ciò che siamo.
Leggendo le sue poesie ci si accorge di stare davanti a delle fotografie attente della realtà e non è importante ciò che cattura col suo sguardo (penna) ma che si veda l’essenziale e citando le sue parole “Perché poi chi tra noi sia il ramo o la foglia/ non è ciò che conti tanto quanto il quale sia la pianta o la radice…”.
È proprio questo portarci all’essenza delle cose che fa della sua poesia un manifesto, una protesta, un invito a vederci chiaro. È palpabile questa “protesta” , questa voglia di denunciare e di far vedere e leggere una verità che non appare a tutti, nascosta come in questi versi “Combattiamo per altri/ esposti dal pannello più evoluto/ con la garanzia di almeno un centro/ che almeno da morti non serviamo…”.
La poesia di Vittorio è un percorso e ci conduce ad una velata tristezza, ad una malinconia di amori e luoghi lontani; quasi commuove camminare insieme ai suoi versi per le vie di Cracovia cercando di afferrare qualcosa, sicuramente di immenso valore, che tutti ricerchiamo nelle nostre vite “in un disperdersi in cui mi son perduto/ e dove pagherò per sempre/ ai tuoi occhi il mio cuore/ insieme…”e che purtroppo ,come descrive perfettamente Vittorio, spesso ci sfugge “perché fosse possibile fosse vero/ averci ballato assieme/ tenendole la mano/ come si tiene la nebbia…”.

Luigi Finucci

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  • Rapporti in polaroid

Sii libera come l’aria che è chiusa nei miei polmoni
e felice come la bocca di Ophelia
e sola come la notte che passa nei viali.
Non trattarmi più
come se tutto quello che t’ho dato
valesse più del tuo silenzio sul Garda.
Chissà, poi, cosa vedranno dinanzi allo specchio
delle mie parole che non sono che coca e acquerelli.
Siamo come le bottiglie nel mare
e non facciamo altro che sputarci dentro quarzo e tabacco.
Perché poi chi tra noi sia il ramo e chi la foglia
non è che conti tanto quanto il quale sia la pianta o la radice.
Stiamo come gli alberi col trauma dei piedi
nella sincerità di lacrime truccate di fumo.

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  • 1887

Cosa c’è nell’occhio sinistro di Van Gogh?
Non sarà mai come v(u)oi
e come se glielo avessero trapiantato
per quell’abito borghese ben stirato
e sotto l’orbita finte lacrime e colori
e toni vuoti, tra toni chiari e toni scuri,
lacrime odi e colori ancora di là dal naso
sono la parte oscura che lo rende più confuso.
È come un lupo dentro una caverna
e quell’angolo stempiato del frontale è una lanterna,
e quella bocca che parla e tace
con un ghigno lì a sinistra che non si cuce
bestemmia ed implora scuse senza voce
e cerca di tacer ciò di cui già dice.
Quell’espressione assente ed acerba
e quei colori nei capelli e nella barba
e la farfalla e la lepre nella cravatta
e l’oscurità nel dentr’intorno così perfetta.
Artista e genio e pazzo, capello rosso e irto e mosso
come in un ritratto del padre di se stesso.
Ma ciò che urta e fugge e sembra tetro
è tutto lui con tutto il buio dietro.
Da che distanza ti dovremmo guardare?
Dov’è il limite da superare?
E di quanti pastori e minatori ignoravi il nome
Prima di vedere il nero dei corvi e delle loro piume.
Pazzo di troppo amore mai restituito
pazzo per chi è fermo di qua dal vetro
di quel quadro a cui nessuno mai guarda da dietro.
Titolo: “Autoritratto”, di Vincent Van Gogh, capolavoro incompiuto.
1887

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Cristo!
L’ultimo reduce, le sue notizie,
non piante mai,
consegnate in diffuse valigie
piene di stelle e gioie
insieme ad un pigiama a strisce,
e le parole, rivolte a se,
come i primi cavernicoli
allunati alla luce
di tutta la povertà,
nei viaggi così arricchiti
di piscine,
di optional-gadget
in alto mare,
impaurite dalle tempeste,,
artificiosamente calme
del buon costume
e poi nessun dormiente
in questa cazzo di nave
d’aumentate scelte
e controllo
e con niente di ritorno
al principio,
nessuna conclusione;
solo pioggia
e vento caldo dalla sete. (NON CI SON VERBI IN QUESTA POESIA)

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  • Il business dei primati

La schizofrenia del creare oracoli sulle pergamene,
nella stanza di lei,
suonava come negli afterhours
le lettere di plastica con cui ora batte,
con le atmosfere di quando
fuori dalla scuola,
i cani appena pisciano sui loro territori
e poi, sulla tavola, l’anima che avanza
ai disagi dell’anima che resta
nella pulizia grigia delle lame dei coltelli
che affettano le cipolle
col sapore steso e morbido del miele
e riflettenti le bestemmie d’orpello alle uscite ed alle case.
È la solita commedia,
sempre più classica e ridicola
delle già morte verginità
di labbra nuove che s’abbracciano,
fino a sanguinare.

Il terrore della Fine del Terrore
Combattiamo per altri
esposti dal pannello più evoluto,
con la garanzia di almeno un centro,
che almeno da morti non serviamo
alla giustizia condotta in pubblico,
in giorni di festa,
per buffe balie briganti
in vestiti da poliziotti con bastoni,
nei teatrini del mondo spalla
per farci assieme due risate. Giustizia
giustizia
giustizia che rinfranca
che la condanna vien da se
e la pena è pane quotidiano,
come per i vecchi le mattine nelle chiese
la prima comunione,
attese senza preghiere,
tra un ospizio ed un orfanotrofio
con le solite procedure
per l’Agnello offerto da Dio
che è sempre carne umana
da mangiare.

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  • Ecce Nietzsche

Castelli: “Sono tutti contro tutti.”
Perché lavorate ancora?
Per far gola alla vostra fame
o per rappresentare la dignità delle teste chine?
Un attimo, prendo da bere,
gli scioperi me li devo pur pagare.
Avete sete di giustizia?!
…..peccato, perché non ho più soldi
e penso che la giustizia sia immorale,
soprattutto oggi che in Europa
c’è solo una moneta a prendere le misure.
Addio homo,
il Papa polacco desiste dal morire.
Scusatemi un momento,
saluto un amico,
è da tanto tempo che non lo vedo,
le solite quattro cazzate, e poi…..
perché dovrei perdere proprio con lui il tempo a parlare?
Dicevo…..
Non è una scusa sufficiente la lapidazione
per seguire il pastore come le pecore smarrite,
nelle manifestazioni dove siamo ancora
come ebeti pronti ad applaudire un qualche fantoccio d’ideale,
in ostinate peregrinazioni di esseri nati per camminare.
…..ancora con la giustizia,
la giustizia è solo un altro potere
quando la libertà vuole dominare;
il re è già anarchico,
non ci pensa mai, non gli dà alcun fastidio
l’idea del farsi seppellire;
il re è sempre lì che ride.
E voi…..voi lì a dargli contro,
(accendo una sigaretta che mi si voleva rubare).
Non siete ancora stanchi del dir di no per convenzione?
Solo domande, le mie,
cos’altro fare nel clamore?
Si chiede il nome e qualche altra generalità
per poter far accoppiare
il nostro intimo che ci ha chiesto una firma
ricattandoci con il profondo che ci avrebbe chiesto la rigenerazione.
Locale, globale, glocale…..
spero non sia solo l’obbligo ciarliero
del tempo libero
la nostra migliore aspirazione.
Sono stanco anche del comunismo
che alla base vuole la stessa condizione,
la stessa idea da boicottare.
…..io esco un attimo per fumare
…..ci credereste se vi dicessi
che sono tanto leggere le mie droghe
che mi riesce di sognar solo persone
infinità incompiute e tristezza nelle cose?

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  • Resti nei resti dei resti che dai

C’è chi crea per te
sentimenti che non puoi nemmeno sentire
e mostri da farti evitare
come le poesie delle tristezze più bieche;
quando poeta l’amore falsa
il senso delle rose
in un calice che ingabbia
dove si chiaroscura
di ceri accesi e di casse dell’olivetti
con conti con trombettieri fissi
per i loro tesori nei silenzi
di quando chiusa la porta
o sei nella luce
o sei sulle scale.

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  • Lune di chiusura

La prima serata offre
le finestre spente in caserme
e le luci di quelle in allarme,
e le nuove auto col silenzio al posto del motore
si fermano solo per le oasi automatiche del tabacco;
forse sto fumando troppo
forse per questo ho il tempo perso il gusto
eterno,
e nelle sere ocra dei lampioni oltre il ponte
pattugliate da grate-alla-notte,
stanno coi gomiti a sbirciare fiumi di binari
in questa loro serena marcia di disperazione,
per una libertà a schiava
in amore di vincoli e d’altri tempi
lunghi abbastanza da potersene stancare.
Ricordi; le poesie, (come questa), su ordinazione, sono un ordigno
a cento passi nella notte che passa sopra te
e che crepuscola d’alba
ed intanto son quasi ventiquattro ore
che non bevo e non mangio
e dopo tutto il passato è indigesto ed il futuro di troppo
così nel buio complotto, col digiuno,
come nel grembo del vizio.
Il problema della tv a quest’ora
è la luce fluorescente che proietta su me alieno
a due realtà diverse.
I poeti muoiono di se,
ma sotto il sole i valori sono tanto alti
che è impossibile non restarne infetto,
così che ogni delirio e morbo
scintilli di incenso e sfarzo.
Povera la notte,
come tutto,
presa a parole.

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  • Come si tiene una nebbia?

Il cuore di Cracovia è un mercato
dove mi son perso quando ti ho incontrato
e poi ho perso tempo quando ti ho perduto
a perdermi in posti in cui non ti ho trovato
in un disperdersi in cui mi son perduto
e dove pagherò per sempre
ai tuoi occhi il mio cuore
insieme
pesati e pesanti
su bilance a due piatti
con da una parte i tempi
e dall’altra il loro valore
e sotto delle molle di sogni minori
e noie sperate
a far tutte le gravità leggere
per cui abbandoniamo la filosofia
del non giudicare
per non essere giudicato
e misurami con gli occhi il cuore (quanto non hai veduto)
e quello che per loro varrà,
sarò il loro valore
e rispondi
mia dolce biologa
ai miei millenni di domande
con i tuoi millenni di silenzi
e di bellezza senza parole:
esisteva in quel tempo a Cracovia,
un angelo, forse,
cui non ho creduto,
che si vedeva in giro di rado,
che parlava poco,
perchè fosse possibile fosse vero
averci ballato assieme
tenendole la mano,
come si tiene una nebbia
in un valzer antico
suonato da una chiesa
che maschera in un allarme
un saluto sospeso
al mio cuore, di Cracovia,
che non è che un mercato.

 

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Sono Vittorio Musca, 34 anni, nato a San Pietro Vernotico e residente a Bologna.
Ho studiato Scienze Politiche presso l’Alma Mater laureandomi nel 2008 e nel marzo 2015 conseguirò la seconda Laurea Magistrale presso la Facoltà di Lettere.
Ho spesso lavorato e viaggiato all’estero, sfortunatamente, al momento, solo in Europa: ho trascorso quasi 3 anni in Germania, 6 mesi tra Brno e Praga ed altri 3 a Cracovia.
Mi piacerebbe insegnare o comunque poter svolgere un’attività che abbia una qualunque utilità sociale e fornisca a me una gratificazione umana.
Ho composto al momento circa 70 poesie (pur riuscendo a recuperarne solo 55-57), 2 opere teatrali, “Questi sono i dilemmi”, tre atti al di là dell’assurdo in cui i personaggi fanno solo domande senza mai fornire una risposta ed una commediola breve con un amico spagnolo a cui manca al momento un titolo. Ho in cantiere un diario di viaggio in Spagna (con una struttura thriller), un diario/romanzo sul “Digiuno” e nei prossimi mesi un terzo romanzo o sceneggiatura con un amico.
Non scrivo con costanza ma solo quando è valido, almeno secondo me quello che posso proporre; per questa ragione possono anche trascorrere mesi o anni.
Per la poesia “frequento” poco i poeti e soprattutto tra gli scrittori, dai giornali (un tempo) e dai vecchi “imbariaghi che sembrano la letteratura” trovo le voci per poter scrivere. Nella letteratura ufficiale trovo tra i miei riferimenti i seguenti: Kerouac (ed in parte la beat generation), Wilde, Blake, Dante, Cervantes, Dostoevskij, Nietszche, Hugo. Molti altri sarebbero e molto pochi poeti.
Non mancano ispirazioni profonde da altre arti (credo ci sia molta musica, in quanto matematica) nel mio scrivere poesie. “Sento” le anime di Van Gogh, Modì, Beethoven, ecc.

Vittorio Musca.

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