wo bist du, Fee Feuer?

Non so veramente cosa potrei mai fare con i vostri crucci da detenute in maglie gialle. Laura sbatte le lenzuola sul letto di modo che io possa aspirare polvere guardando fuori dalla finestra. Palazzi, è strana l’impossibilità di qualsiasi via di fuga, eppure sei voluta venire tu qui, non è vero? Sto pensando ad Apollo, il sole nel cielo, cavalli bianchi. ‘Io penso che ti prenderà’ ‘Chi?’ Le chiedo. Lei afferra il cuscino, le mie dita sono molli e senza speranza, lo lasciano scivolar via senza che io me ne accorga. ‘Come chi? Lo chef’. Mi metto a pulire sudori di uomini senza cravatta, che nudi hanno lasciato peli di pubi e risvegli aristocratici dentro il cesso di un hotel a quattro stelle, che di certo non risplende nei miei occhi di notte. ‘Mi sembra di averti già vista’ dice all’improvviso Laura, con un accento romeno veramente straziante, che a volte soppianta all’improvviso con un fluente tedesco. Provo ad interessarmi un po’ della sua storia, sperando di ricavare qualche riga dalla merda nordica che mi circonda in questo momento. ‘Perché parli italiano?’ le chiedo. ‘Sono stata otto anni con un ragazzo, a Torino, abbiamo due figli’. Fine dell’interesse. ‘Devi fare un po’ più veloce’, incalza. ‘Ma tra un mesetto avrai imparato’ Tra un mesetto avrò cambiato già grembo per altre tre o quattro volte, Laura. Mi viene in mente il mio romanzo, Angeli dai tombini, finiti poi, effettivamente, in una fogna virtuale piena perlopiù di mutanti senza aspettative terrene. Sono lontana dalle porte caotiche della città eterna che mi ha regalato Tritone in poemi afflitti e uova interstellari per poemi dramma-romantici. Le cose sono cambiate, ma non c’è niente di triste. Un punto di sutura nero come il dolore incastrato tra Francia, Svizzera e Germania. Dogana pastorale, novembre veramente troppo caldo per i vestiti poveri ma pesanti che ho portato fino a questo posto di macerie. Che mi era venuto in mente? Le strade non arridono, il Reno che mi aveva mostrato una pace illusoria crea grandi fessure attraverso i miei nervi da sonnambula chiaroveggente. Quando sorride noto che le manca un premolare dalla parte sinistra della bocca, il che genera un fastidioso contrasto con le pareti nuove di zecca che la circondano. ‘Non lo so, ti ho già vista da qualche parte, ne sono sicura’ ‘Molti anni fa’ Dico io, non pensando neppure, a dire il vero. ‘Macché, sei troppo piccola, guarda, il materasso si tira su così, altrimenti ti spezzi la schiena’ Faccio cose che non appartengono a niente, sistemo letti, sono sovrappensiero, e a fine giornata non posso firmare neppure il contratto perché non risiedo in questo inferno dante-onirico, in cui tutto è molto caldo ma sì di un ghiaccio veramente non familiare. Me ne vado, e in fin dei conti non si può dire che sia successo niente di che, Laura mi guarda un’ultima volta mentre mi spiega che per scendere devo spingere il tasto E sulla lastra metallica accanto all’ascensore, mentre le porte si chiudono lei rimane per qualche istante ferma lì, con gli occhi socchiusi, sì, mi ha già vista da qualche parte. E questo non è niente, è il vagare, la non conclusa storia, la mezza partita. Io sono l’unico e come soggetto unico e a sé stante mi piace essere onnipresente e vegliare sonni profondi in posti in cui non so neanche perché mi sto ritrovando. La salamandra sulla mia spalla mi dice di smetterla di scrivere storie sui suicidi, io le dico giustamente che non scrivo più niente da un bel po’, solo poesie e desideri di stanze proprie. Smettila, dice lei seccata e ruota la testa rugosa verde ariel verso i lampioni, tengo strette tra le dita, che adesso hanno ripreso appieno tutta la forza, gli orli delle maniche del mio giubbotto e le dico, ti ricordi che cosa mi chiedevo in quelle pagine? Lei ha ancora un atteggiamento supponente, rimane girata dall’altra parte sbuffando. Dico sul serio, te lo ricordi? Non fai altro che creare drammi! Rendi tutto una tragedia, sta zitta, mi fa. Io le dico che invece mi ricordo bene che cosa avevo scritto tra le pagine arrabbiate di quel primo romanzo zoppicante, e sì lo so, sto parlando come se avessi in un baleno oltrepassato almeno cinquant’anni di cammini con bastone e viste meravigliose proprio accanto al Portogallo. Ma tu lo sai che in realtà siamo qui, in questa strada umida, ma troppo umida, che si trova in un posto così tanto insignificante da farmi pensare a ciò che ho fatto molto molto lontano da qui, quando credevo tutt’altre cose, eppure non è passato così tanto tempo, no? E adesso mi sto porgendo un’altra domanda. Lei non ce la fa più ad ascoltarmi, così mi rotola addosso fino a lasciare lenta anche la punta del mio piede destro, cammina piano e controvoglia, la cosa va avanti così per una mezz’oretta, nessuna delle due dice una parola. Ad un tratto si ferma, io dietro di lei. Alza la sua microtesta fino a guardarmi negli occhi, Lo so, dico io sorridendo. È sempre la stessa strada, ma non dovresti guardarmi così, lo sai che ci si ritrova sempre qui, no? Sono sempre gli stessi lampioni, ovunque noi siamo, è da mezz’ora sempre lo stesso casale con le luci rosse dentro, e scommetto che non avverti neppure la stanchezza, no? Proprio come se in realtà fossi immobile. Lei smette di guardarmi, continua a camminare, e io dietro di lei. Non sei immobile, lo sai molto bene, mi dice seria. A quel punto io la afferro e me la rimetto sulla spalla, non sparire questa notte, non lasciarmi sola, le dico. Lei è sempre supponente e abbastanza taciturna, ma funziona così tra di noi. Cammino per un bel po’, rimanendo ovviamente sempre nello stesso punto, finché non ne posso più dei labirinti di quel che un tempo era il mio sonno; Io me lo ricordo che qual era la domanda, incalzo, mi chiedevo ripetutamente ‘Creare cosa?’ e stavo tutto il giorno con la testa chinata a scriverlo in quel maledetto libro, cercando invece di plasmare quel che oggi penso siano solo le teste mozzate dei fantasmi di Schopenhauer. La strada è quasi al termine, dice la Salamandra, scorgo da qui il grande cancello. Verrai a trovarmi ancora? Sai qual è il percorso, vero? Certo che no. Mi sembra giusto così. Non so dove sono, sospiro tutto d’un tratto, ma è come se non avessi parlato io, e forse è proprio così, ma non posso chiedermi che cosa ci faccio qui, perché sto uscendo da questo posto, per tornare, ripartire, mettere il piede dietro al cancello di giunchi che nella notte sembra ricoperto di edera rossa. Lei è sparita, sento come un vuoto nello stomaco, ma so che presto potrò esser dimentica di tutto, non appena sentirò il rumore metallico del cancello che si chiude ora e per sempre nella quiete di uno dei miei qualsiasi posti mentali.

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