11 Gennaio 1995

11 Gennaio 1995
Quella giornata di merda era iniziata alle 5 del mattino coi carabinieri che bussavano alla mia porta e finiva con un agente di custodia che mi consegnava il “corredo”.
Coperta, posate, un cuscino in spugna e carta igienica.
Avevo 26 anni e secondo le indagini appartenevo ad una “organizzazione criminale dedita al traffico e allo spaccio di cocaina operante a Milano”.
Buffo. Ero sempre stato un balordo e una volta salito a Milano deciso a lasciarmi alle spalle le serate nei bar del Medio Volturno, tra sbronze ed eroina, venivo arrestato su due piedi. Tra l’altro per una faccenda grossa (2,8kg di cocaina pura al 95%) che, anche volendo, non avrei mai avuto la capacità di mettere in piedi. Tuttavia facevo ancora affidamento sulla “competenza degli inquirenti ” trascurando però un piccolo particolare: anche loro sapevano giocare sporco. Assolutamente certo della mia totale estraneità ai fatti, quei signori avevano deciso di far leva sulla paura di chi non c’entrava nulla ma poteva in qualche modo “essere a conoscenza” di determinate cose, pur non avendone preso parte attiva, spingendomi a “testimoniare” o “collaborare” paventando la possibilità di pene severissime in caso contrario.
Cosi’ eccomi qua, con la mia “dote” tra le braccia e l’agente che mi faceva strada. Quando aprì la porta vidi quattro tizi seduti ad un tavolo che giocavano a carte. “Buonasera” dissi.
Sentii la porta richiudersi alle mie spalle e lo scatto della chiave.
Uno dei quattro tizi si alzò, mi prese tutto l’armamentario e lo posò sul tavolo, poi disse qualcosa in slavo agli altri che subito si alzarono ed iniziarono a preparare quella che doveva essere la mia branda.
Andai in panico, non capivo perché lo facessero ma ringraziai, erano molto gentili ma non ce n’era bisogno, avrei fatto da me…
Quello che si era presentato per primo si fermò e mi guardò
“è la prima volta che ti blindano, vero?”
Poi mi spiegò che le cose funzionano così al gabbio, ai nuovi arrivati si prepara la branda.
Quella notte non dormii granché, mi svegliò un agente urlando il mio nome attraverso la porta, ordinandomi di seguirlo. Quando chiesi di cosa si trattasse bofonchiò qualcosa a proposito di “magistrato… interrogatorio…” senza neanche voltarsi.
L’interrogatorio durò dieci minuti finché il magistrato -una donna che non alzava mai lo sguardo dal fascicolo- fece segno alla guardia di portarmi via, agitando la mano come quando si scaccia una mosca.
Dopo due ore ero ancora in “sala attesa” che aspettavo di essere riportato nella mia cella. Iniziai a pensare che mi avessero dimenticato lì, avevo freddo, decisi di bussare alla porta blindata.
“COSA CAZZO HAI DA BUSSARE? COSA CAZZO VUOI? DEVI STARE A CUCCIA PEZZO DI MERDA, DA QUI ESCI QUANDO LO DICO IO, CHIARO?”
L’agente appoggiò la sua faccia contro la mia continuando ad insultarmi. Guardai a terra senza fiatare aspettando da un momento all’altro una testata che non arrivava mai. La sensazione che provi un’istante prima di sentire il dolore è insostenibile se dura un po’ più a lungo. Arrivi a desiderarlo quel dolore. Lo vuoi fino a sanguinare. Desideri smettere di tenderti fino allo spasimo mentre il respiro non ti concede l’aria.
L’agente aveva gli occhi rossi, delle chiazze di barba mal rasata e l’alito pesante. Poi mi spintonò contro il muro. “Sta a cuccia” disse.
Da allora più nessuno ha avvicinato così tanto la sua faccia alla mia senza subirne qualche conseguenza.
E poi ricordo tutto quel camminare compulsivo.
Si scendeva in un cortile di venti metri per dieci e lo si percorreva avanti indietro infinite volte. Vista dal di fuori una cosa simile appare grottesca, buffa, ma una volta che ci sei dentro comprendi che quella è l’unica via di fuga che ti viene concessa e ne cogli comunque tutto l’assurdo, insano significato. Impari in fretta che in qualsiasi posto tu vada troverai sempre quello che pensa ad imporre il suo stato di potere. Per quanto esso sia limitato da quattro mura e meschinità di ogni genere, ci sarà sempre chi se ne farà affascinare e comincerà a lavorarci, alleandosi con chi teme e azzannando chi ritiene più debole, per l’aspetto o per i modi.
Io malgrado tutto sono sempre stato una persona affabile e quand’ero più giovane, anche un timido.
Evidentemente Gedjo (un detenuto serbo con cui condividevo la cella) scambiò la mia gentilezza e la mia disponibilità per debolezza o per paura. Fatto sta che dopo una settimana, all’arrivo di un suo connazionale si sentì finalmente in maggioranza e una sera iniziò a sbraitarmi contro perché ero davanti al cancello della ” stanza” (aspettavo il carrello del refettorio con la cena) e avrei dovuto togliermi dai coglioni “italiano di merda, chi cazzo ti credi di essere?”
Ci rimasi talmente male che lì per lì non reagii.
Fu un grosso errore, me ne resi conto subito.
E’ così naturale se ci rifletti. I cani si annusano il culo per capire chi è il più forte, digrignano i denti, ringhiano. Anche gli uomini adottano la stessa metodologia.
Una mattina dovevo presentarmi al colloquio coi parenti, chiamai ad alta voce l’agente. Gedjo cominciò ad insultarmi, allora capii.
Capii che non potevo subire ancora.
Mi misi a distanza utile in modo da poterlo calciare in faccia se avesse provato a scendere dalla branda. Poi lo chiamai “pezzo di merda”.
Decisi di tastare il terreno. Mi fissò confuso, disorientato.
Non scese dalla branda.
“Ti ammazzo, un qualche giorno ti ammazzo…” rispose a denti stretti.
Lo mandai a farsi fottere.
Quando tornai dal colloquio, mentre gli altri erano all’aria mi procurai un pezzo di vetro rompendolo da uno specchietto incollato al muro. Ci sono quelli che si succhiano il pollice, quelli che si carezzano il naso. Io per sentirmi al sicuro mettevo la mano nella tasca dei pantaloni e toccavo il mio triangolino di vetro.
La faccenda ebbe il suo epilogo una sera in cui tutti e quattro i miei “coinquilini ” giocavano a carte, si fece tardi ed io chiesi di spegnere la luce. Ovviamente il serbo rispose come immaginavo.
A quel punto scesi dalla branda.
Avevo il triangolino di vetro nella tasca della tuta che usavo come pigiama, e la mano in quella tasca. E avevo anche paura, una gran paura.
Loro erano quattro. Due serbi e due croati e non sapevo come avrebbero reagito, quale posizione avrebbero preso. Sarebbero rimasti neutrali?
Mi piazzai di fronte a lui.
“io adesso vado a pisciare, quando esco di qui la luce deve essere spenta” dissi con calma.
“Vaffanculo italiano di merda! Io ti ammazzo! ” urlò senza alzarsi dalla branda.
Andai a pisciare, ero terrorizzato. Pregai che avessero spento la luce.
Uscii. Avevano fatto una sorta di “separé” attaccando una coperta a mò di tenda a soffitto in modo da filtrare la luce elettrica.
Quello che mi aveva dato il benvenuto preparandomi la branda mi disse: “Ok Gino, lasciaci almeno finire la partita, tanto la luce non dà fastidio ora. Prendi anche qualche sigaretta”
Guardai la mia mensola, c’erano una decina di Alfa senza filtro.
Gli altri avevano capito ed avevano trovato un compromesso per tutti. Accettai senza discutere oltre. I piantoni di guardia quasi sicuramente dormivano e se fosse successo qualcosa mi avrebbero tirato fuori da quel buco troppo tardi.
Dopo due giorni riuscii a farmi trasferire in una cella di napoletani che avevo conosciuto al “passeggio”, durante l’ora d’aria.
Quando raccontai a Salvatore com’erano andate le cose, un cinquantenne azzoppato in gioventù’ da una gambizzazione, con la schiena arata da vecchie cicatrici di coltellate, lui annuì senza dir nulla.
Da quel giorno Gedjo non scese più al passeggio.
Io fui scarcerato tre mesi dopo. Assolto per non aver commesso il fatto.
Per due anni non sono riuscito a stare in stanze chiuse senza camminare avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro.

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Gino Panariello

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