Anita Napolitano | Inediti 2021

 

<<Un percorso di approfondimenti e di ricerca, un mondo parallelo in fieri che mi ha permesso di rialzarmi nei momenti di difficoltà. Un viaggio nei sentimenti che mi ha fatto assaporare il gusto delle emozioni, questo indagare, scovare mi ha reso meno vulnerabile, la conoscenza di alcune delle sub-identità mi ha fortificato. Che dire? Grazie Poesia, grazie a Voi che pur attraversando un  tempo difficile e impoetico tenete alto lo stendardo.>>

Anita Napolitano

 

 

Letto 23

A mio padre malato terminale

Ed è lì nel verde che si erge il cipresso

dove in diagonale parlottano gli alberi

e le rondini di mezza primavera

fitte, fitte e insieme cambiano rotta

disegnando nel cielo cerchi di vita.

Ed  è lì tra pareti d’ arancio

e barelle di ghiaccio , tra il soffio

che separa i vivi e i morti

che pensieroso Crono è seduto.

Ed è lì tra l’ incessante passo

del camice bianco

e i fili  rossi di sangue che lascerò

decidere agli occhi

se guardare nelle pupille il nero.

Ed è lì, nel viale del dolore

al crocevia della sofferenza

dove il pensiero si inabissa

la lingua mozza spezza le parole

e l’ alfabeto diventa muto

che fletterò le mie ginocchia,

Ed è lì che lascerò decidere alle lacrime

se scendere o meno.

Sentinella a guardia del tuo gracile corpo

non aspetterò trepidante il cambio

non indosserò la livrea del dolore

ti regalerò le mie carezze e i miei sorrisi.

Pa’ guarda il campo verde,

è lì che la cornacchia gracchia

e il figlio suo zompetta in cerca di cibo.

Oggi il sole acceca e l’ azzurro del cielo

sbatte contro il vetro della finestra chiusa,

vieni dammi la mano,

quella tua mano livida e rugosa,

letto 23 lasciamoci alle spalle

la condanna del nero.

 

 

***

 

 

Sibilla solitaria

O leggiadra Luna,

che senza tempo ti trastulli

nel petto del colle, tu,

che sali a illuminare il buio,

mille cose tu sai,

mille cose discopri.

Luce d’argento,

che nelle smeraldine acque

approdi, testimone onnipresente

di fatui fuochi e di amori

imperituri, non crogiolarti

nei lusinghieri fasti.

Questa notte

ti ucciderò: già vedo il sangue

segnarti le bianche labbra.

Questa notte ti ucciderò,

così non sarai più

la Dea immortale.

Dondolerai ferita

sul neonato sangue

dei bambini morti.

Superdonna, solitaria sibilla

e muta, nel nostro breve corso,

presta il tuo sordo orecchio,

ascolta l’urlo singhiozzante

dei tuoi figli, metti a dormire

le vergini puttane, che solo

in cielo sanno brillare.

Illumina l’occhio orbo di Dio

sul marcio che c’è in terra.

 

 

***

 

 

Passione di mezza estate

In questo cielo disadorno di stelle
lascerò decidere agli occhi
se far scendere le lacrime.

 

Mai e poi mai  ti fustigherò
colpevole  passione,
fosti tu in quel giorno di mezza estate

ad abbacinarmi, a curvarti per ordire la trama.

In quel giorno in cui il fringuello

cantava e i bianchi anemoni

rischiaravano la siepe, frugasti ben bene

e rubasti quello che di più geloso avevo custodito,

Fosti tu a ghermirmi tra i filari delle viti

e il fragoroso frinire delle cicale

 

Dolce meretrice dai vellutati seni
e le bianche cosce di fanciulla,
saprò aspettarti

Incantagione dei sensi

ogni volta che vorrai

scioglierò le mie chiome dorate

fin su i capezzoli

e berrò al tuo calice il nettare d’ ambrosia

 

 

***

 

 

Cercami

Cercami dentro di te,

cercami nell’ incavo del petto,

sospirami dentro.
Inciampami nella curva del costato
dove il gemito dimora
Quando la graziosa luna

volgerà il  volto al monte
graffiami la carne…

Il tuo amore è più ricco della ricchezza.

Sarà l’ amplesso dei cuori
a partorire il florido germoglio
Cercami dentro di te
cercami nell’ incavo del petto,

sospirami dentro
lì dove alberga la radice.
Indosserò la tunica di cotone
e i sandali ornati
Sarò la tua schiava, guerriero offeso
mi siederò ai piedi del triclinio

per onorarti

Cercami dentro di te,

cercami nell’ incavo del petto,

sospirami dentro,

ed è lì che a insaputa del mondo

abiterò per sempre.

 

 

***

 

 

Gaza “Parco giochi  di Shati”

 

Ho piegato le mie ginocchia su questa terra

e ho pianto per i miei fratelli

L’ ho visto quel palo,

quel palo della morte

e ho fatto il segno della croce

L’ ho vista la scure che sfigura,

ho visto il razzo propagarsi in cielo e il fumo nero.

 

E tra le radure e gli anfratti l’ angelo della morte,

ho udito le urla strazianti di una madre

per il sangue sparso di suo figlio

e l’ innocente canzonetta della giovinetta

in cerca dei suoi giochi.

L’ ho visto il bimbo scalzo con gli occhi di ghiaccio

e  il vecchio con il capo riverso.

L’ odore nauseante della morte

e il sapore amaro della polvere da sparo.

Nel cimitero senza tombe

ho visto il mostro senz’occhi

che al parco giochi di Shati ha squarciato il petto.

L’ ho vista l’ irruenza del torrente in piena

che ha sepolto i morti vivi

Shhhhhh!!

Se ascolti in silenzio,

in quella terra sommersa di ombre

e di nubi inghirlandata

sentirai  ancora il respiro dei bambini morti,

l’orso di peluche genuflesso

intonerà la ninna nanna.

 

 

***

 

 

Arresta il pianto

Arresta il pianto
non credere che questo cielo genuflesso
appartenga solo a te
Squarcia il sole il dolore
lascia fessure aperte dall’alto al basso
da te a me, dall’alluce al cuoio capelluto
è colata di sangue sulla pelle
è terra trita e smossa
unghia appuntita che graffia il costato
Vorresti uccidere la cagna ferina,
la sua ombra che passo, passo ti segue,
buca la pelle come ago nelle vene
è lava di vulcano incandescente e brucia.
Sangue di pettirosso ferito
non fartene alibi o scusante
non incupire il passo, non incupire i passi
separa il male dal bene
è via d’ accesso al privilegio
dopo la nerità il raggio spunta.
Arresta il pianto asciuga il sangue
quella nenia martella, percuote le ossa.
Non c’ è radice senza terra,
la terra è zolla profumata e marcia
radice malata o sana germogliante
la medaglia è doppia
l’equilibrio nel disagio è santo
***
Quello strapiombo
Quello strapiombo
Quel colare a picco
Quella candela
Quella cera addosso
Quel cappio stretto
Quel respiro offeso
Quella vetta, quel dirupo
Quella scesa
E quella voglia matta
Di restare
Nonostante tutto.
Anita Napolitano è nata a Roma, città in cui vive e lavora. Si è laureata in Scienze umanistiche all’Università La Sapienza  con una tesi di antropologia sociale dal titolo “Il rito, il teatro, lo spettacolo”. Nel 2003 ha frequentato alla Sapienza il laboratorio del Prof. Ferruccio Di Cori, psichiatra, “Teatro spontaneo delle emozioni”. 

Nel 2004 ha partecipato, in ambito universitario, al laboratorio di teatro e psichiatria a cura del Prof. Michele Cavallo collaborando alla messa in scena di un classico rivisitato sul tema della follia. Ha pubblicato due libri di poesia: “ Il Trionfo di Galatea – Edizioni Progetto Cultura, “Fuorvianti Parvenze” – Ed. Estro-Verso – collana Equi-libri, l’ ultima produzione dal titolo  “L’ Agonia dei Fiori” edizione privata. E’ curatrice della collana ” La fenice e la tortora” Edizioni Progetto Cultura

  Ha scritto vari testi teatrali tra i quali ricordiamo ” Il sano delirio di Donchisciotte della Mancia” rappresentato al Teatro Anfitrione di Roma e “Il monologo “ Beatrice Cenci – la notte prima di essere decapitata” rappresentato nella prestigiosa cornice di Castel Sant’Angelo dall’attrice Valeria Zazzaretta,  nell’ Abbazia di San Salvatore Telesino (BN) e nella Chi​esa di San Francesco a Capranica. Ha organizzato e coordinato con grande successo nell’ ambito del Festival Musicale delle Nazioni lo spazio poetico al  Teatro Marcello di  Roma con il direttore artistico Angelo Filippo Jannoni Sebastianini e Carla De Angelis.

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Il viaggio nella percezione che non è né fuori né dentro è il primo passo nella conoscenza del mondo delle origini. La vita vive!

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