Archetipo blues

Santa Maria Donnaregina, coro delle clarisse, dieci e trenta del mattino. Una donna anziana, sola, seduta su uno degli stalli appoggiati alla parete destra che sovrasta la piccola navata voluta da Maria d’Ungheria. Giornata piovosa, tipicamente ottobrina. Nel chiostro, tra gli arbusti, le gocce d’acqua cadono da un cielo strettissimo. Non so da quanto tempo stesse lì, ma eravamo in due, solo noi due in quel piccolo scrigno interamente affrescato. Mi affaccio dalla balaustra per vedere dall’alto, in prospettiva, il monumento funebre dedicato alla regina, il corpo disteso, poggiato alle araldiche sagome scolpite nella loro allineata, gotica leggerezza. Quando mi giro mi accorgo che la signora sta piangendo. E’ un pianto strano, sembra venire da un fuoco appena spento. Sono imbarazzatissimo e guardo altrove. Mi avvicino alla controfacciata fingendo di essere interessato ad alcuni dettagli della parete sinistra, le lente processioni dei santi angioini assegnati al cupo rossore dell’incendio che vi divampò lasciando i pigmenti segnati ma salvi. Mi infilo nella porta e un po’ furtivamente mi allontano quando mi sento chiamare -aspetta! addo’ vai? viene cca‘! la signora aveva nelle mani un fazzoletto e due vetri al posto degli occhi -vieni, vieni, t’aggia dicere na’ cosa. Mi spingo verso le scale e attraverso una serie di cunicoli, porte, aule riadattate piene di quadri di notevole fattura, tele penetrate dal nero nel quale mi perdo insieme alla luce gialla intermittente che mi inghiotte. Mi ritrovo nella grande navata della chiesa nuova, esco di corsa scendendo la scalinata che dà sul largo Donnaregina ed entro in un bar pieno di bandiere e stemmi dedicati a Maradona. Dallo sbuffo della macchinetta esce un ragazzo con dei baffi curiosi e dice:-’a stann cercanne pe’ tutt’ part ma nun a trovano!, rivolto alla cassiera, la quale mi fissa senza parlare aspettando che io ordini qualcosa.
-scusate, ma che stanno cercando-, faccio io, nella speranza di capirci qualcosa. Lei continua a guardarmi.
-cosa dovete prendere voi, scusate?
-un caffè, grazie, avete detto che stanno cercando, ma chi? cosa?
-Stanno cercando una vecchia del quartiere, ‘na povera maronn‘, vende pastori di cera a San Gregorio, ogni tanto scappa e i figli s’a metten a cercà. Voi di dove siete?
il banconista è abilissimo, mi guarda per un secondo, poi, come se io fossi un pensiero venuto dal cumulo delle sue notti insonni passa una pezza sul banco pieno di tazzine e mi dice – è senza zucchero, attenzione che la tazza è calda. Io ringrazio, prendo la tazzina bollente dal piattino e sento un movimento sotto i piedi, sarà la metropolitana penso o sono io che sto tremando ma tremano anche le tazzine e i cucchiaini, poi sento le urla provenire da fuori, ‘o terramot, ‘o terramoot‘!! un quadretto con i capelli di Maradona davanti all’entrata oscilla, e dal soffitto cade una nebbiolina di polvere, ascite fore! urla la signora, ascitee, allora esco e comincio a correre, il dedalo è impazzito, la gente è sconvolta, sento un boato enorme, ci muoviamo a casaccio, arrivo a via Foria, scende una pioggia fitta, siamo sullo spartitraffico e il cielo non esiste più.
Sento dire che c’è stato un crollo ma nessuno sa dire dove, dicono che è una chiesa allora penso alla signora col cuore lesionato e gli occhi di vetro, la voce venuta da lontano chiusa nel suo cielo stretto. Sono angosciato. Non ho la forza di andare a vedere, me ne scendo piano per via Foria, arrivo a porta San Gennaro e mi fermo davanti all’affresco di Mattia Preti col santo patrono che intercede per proteggere la città devastata dalla peste. La mano napulegna ai piedi della Madre nella possente cornice sopra l’arco a tutto sesto. Sembra un frammento di presepe, l’oleografia di una città sfortunata e speranzosa che cade e si rialza sempre e ancora e ancora. Decido di passare sotto la porta e affrontare ogni possibile crollo. Entro e mi dirigo di nuovo verso largo Donnaregina ma un agente della polizia municipale mi ferma. Non mi fanno entrare. Piano piano viene chiusa ogni strada, io mi siedo su un muretto e aspetto, non so cosa, poi chiudo gli occhi mentre la pioggia continua a scendere, come sempre, ignara e testarda.

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Giovanni Perri

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