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Confutatis maledictis.

Le sfiorerò il viso accostandomi poi alle sue mani, andrò a sedermi vicino a lei.

Lei si girerà e con grandi occhi neri scioglierà un pezzo del mio fegato, allora le offrirò da bere e ancora una volta lei si girerà a guardare davanti a sé.

Il Requiem di Mozart sarà già iniziato in quel momento, le bocche saranno spalancate, lei avrà i capelli raccolti e un’aria sempre immersa sotto la penombra.

Io, nella pausa, scambierò il silenzio da una parete all’altra, nel buio.

Dall’altra parte è freddo, fuori da questo posto è il freddo

come nelle mie mani, sono grandi e bianche, no?

Sono mani di uno che ha suonato tutta la vita, mani di anima appesa al cappio,

sono immense e fatte apposta per te, vero?

Lei si girerà di nuovo sorpresa quando le sfiorerò il collo con il medio e l’indice della mano destra, ma poi prenderà in fretta e furia un fazzoletto di seta bianca dalla sua borsetta, che nel semibuio sembrerà un fantasma poggiato sulle sue labbra. Si frizionerà il naso ed io potrò sfiorarle gli orecchini di perla.

Chi era l’uomo in maschera di fronte alla porta di Mozart, Danielle, chi era a palpitare nel cuore della notte, a chiedere sgolandosi che questa messa in Re minore venisse a sfondare poi le tue porte?

Vedo cadere giù come su una scala bianca e nera un sottile filo, nessuno può avvertirlo.

Lei inizierà a piangere ed io inizierò a dirle delle cose, a farle domande e a far risuonare la mia voce tra le tasche, nei cappelli, nelle pieghe dei pantaloni di tutti gli invitati, seduti e assenti.

Nelle piume delle borse e nelle strisce di velluto delle giacche marroni io affonderò, proferirò il verbo inutile di tutti gli anni della mia vita.

Lei non se ne accorgerà neppure, sarà a casa nostra, in quel momento.

Sarà nel nostro letto e avvertirà la mia statuaria lontananza, sarà lì e smetterà di piangere e ascolterà la mia voce.

Indossate i cappotti, smettetela di essere così ipocriti, sarò con voi, alto e in nero, mentre attraverserete la chiesa scambiandovi lacrime di cipria.

Tornerete nelle vostre stanze, ed io soffrirò, soffrirò a pensar che nel vostro letto immobile sarete caldi e finti uno accanto all’altro.

Lei si girerà dalla mia parte del letto e poserà una mano sul cuscino facendo affondare i suoi capelli e i resti dei miei occhiali da riposo fino a creare un varco profondo e irraggiungibile.

Io mi toglierò la maschera allora, e cercherò di non dormire mai più, sulla coperta fresca, accanto ai suoi singhiozzi.

E sarò ben felice di aver ricevuto un funerale così, coi suoi occhi nella chiesa che più volte hanno visto la mia faccia di sbieco, con Mozart, la notte prima che morisse.

Il mio Requiem, Danielle cara, è stato quello in cui ho raggiunto la vetta più oscura e celestiale:

sfiorando il tuo viso e accostandomi alle tue mani, rimanendo immobile, sapendo di averti lì, sapendo che avevi lasciato il posto vacante per me, godendo a occhi socchiusi del mio funerale, sentendomi come se fossi uscito da un ventre caldo, da una stanza che solo io e te conosciamo.

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Veronica Falco

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