Giacomo Leopardi / Caffè letterario

A sé stesso

Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.
*

XXXVIII

Io qui vagando al limitare intorno,
invan la pioggia invoco e la tempesta,
acciò che la ritenga al mio soggiorno.

Pure il vento muggia nella foresta,
e muggia tra le nubi il tuono errante,
pria che l’aurora in ciel fosse ridesta.

O care nubi, o cielo, o terra, o piante,
parte la donna mia: pietá, se trova
pietá nel mondo un infelice amante.

O turbine, or ti sveglia, or fate prova
di sommergermi o nembi, insino a tanto
che il sole ad altre terre il dí rinnova.

S’apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto
posan l’erbe e le frondi, e m’abbarbaglia
le luci il crudo Sol pregne di pianto.
*

Imitazione

Lungi dal proprio ramo,
Povera foglia frale,
Dove vai tu? – Dal faggio
Là dov’io nacqui, mi divise il vento.
Esso, tornando, a volo
Dal bosco alla campagna,
Dalla valle mi porta alla montagna.
Seco perpetuamente
Vo pellegrina, e tutto l’altro ignoro.
Vo dove ogni altra cosa,
Dove naturalmente
Va la foglia di rosa,
E la foglia d’alloro.
*

La sera del dì di festa

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti
Posa la luna, e di lontan rivela
Serena ogni montagna. O donna mia,
Già tace ogni sentiero, e pei balconi
Rara traluce la notturna lampa:
Tu dormi, che t’accolse agevol sonno
Nelle tue chete stanze; e non ti morde
Cura nessuna; e già non sai nè pensi
Quanta piaga m’apristi in mezzo al petto.
Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno
Appare in vista, a salutar m’affaccio,
E l’antica natura onnipossente,
Che mi fece all’affanno. A te la speme
Nego, mi disse, anche la speme; e d’altro
Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.
Questo dì fu solenne: or da’ trastulli
Prendi riposo; e forse ti rimembra
In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti
Piacquero a te: non io, non già, ch’io speri,
Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo
Quanto a viver mi resti, e qui per terra
Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi
In così verde etate! Ahi, per la via
Odo non lunge il solitario canto
Dell’artigian, che riede a tarda notte,
Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;
E fieramente mi si stringe il core,
A pensar come tutto al mondo passa,
E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito
Il dì festivo, ed al festivo il giorno
Volgar succede, e se ne porta il tempo
Ogni umano accidente. Or dov’è il suono
Di que’ popoli antichi? or dov’è il grido
De’ nostri avi famosi, e il grande impero
Di quella Roma, e l’armi, e il fragorio
Che n’andò per la terra e l’oceano?
Tutto è pace e silenzio, e tutto posa
Il mondo, e più di lor non si ragiona.
Nella mia prima età, quando s’aspetta
Bramosamente il dì festivo, or poscia
Ch’egli era spento, io doloroso, in veglia,
Premea le piume; ed alla tarda notte
Un canto che s’udia per li sentieri
Lontanando morire a poco a poco,
Già similmente mi stringeva il core.
*

Dello stesso

Umana cosa picciol tempo dura,
e certissimo detto
disse il veglio di Chio,
conforme ebber natura
le foglie e l’uman seme.
Ma questa voce in petto
raccolgon pochi. All’inquieta speme,
figlia di giovin core,
tutti prestiam ricetto.
Mentre è vermiglio il fiore
di nostra etade acerba,
l’alma vota e superba
cento dolci pensieri educa invano,
né morte aspetta né vecchiezza; e nulla
cura di morbi ha l’uom gagliardo e sano.
Ma stolto è chi non vede
la giovanezza come ha ratte l’ale,
e siccome alla culla
poco il rogo è lontano.
Tu presso a porre il piede
in sul varco fatale
della plutonia sede,
ai presenti diletti
la breve etá commetti.
*

Alla luna

O graziosa luna, io mi rammento
Che, or volge l’anno, sovra questo colle
Io venia pien d’angoscia a rimirarti:
E tu pendevi allor su quella selva
Siccome or fai, che tutta la rischiari.
Ma nebuloso e tremulo dal pianto
Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci
Il tuo volto apparia, che travagliosa
Era mia vita: ed è, né cangia stile,
O mia diletta luna. E pur mi giova
La ricordanza, e il noverar l’etate
Del mio dolore. Oh come grato occorre
Nel tempo giovanil, quando ancor lungo
La speme e breve ha la memoria il corso,
Il rimembrar delle passate cose,
Ancor che triste, e che l’affanno duri!
*

L’infinito

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

(Da Canti, commento di E. Sanguineti, Milano, Mursia, 1977).

Giacomo Leopardi nasce a Recanati nel 1798. Di famiglia nobile decaduta, studia con alcuni precettori ecclesiastici, rivelando fin da bambino eccezionali doti di classicista. Nella biblioteca paterna, Giacomo trascorre la prima giovinezza in dialogo muto con gli autori antichi, affinando la sua abilità di traduttore dai classici, imparando varie lingue, componendo opere di erudizione, dedicandosi alla poesia e alla filosofia. Sono i sette anni di studio “matto e disperatissimo”, vissuti in totale solitudine e reclusione, che lo corrodono nello spirito e nella salute. In seguito, su incoraggiamento di Pietro Giordani, si concentra interamente sulla poesia: tra il 1816 e il 1817 scrive i suoi primi canti e inizia la stesura dello Zibaldone, il diario di tutta la sua vita. Nel 1822 si reca a Roma, viaggio che aveva intensamente desiderato; la città eterna, però, lo delude profondamente. Negli anni successivi si sposta tra Milano, Bologna, Firenze e Pisa, dove frequenta i circoli e i salotti e compone i suoi più grandi capolavori. Infine si trasferisce a Napoli, dove muore nel 1837. Nella sua poetica, l’amore per il bello si affianca ad una visione “pessimistica” della natura, vista come causa di tutti i mali dell’uomo: da vera “matrigna” cinica e crudele, infatti, la natura ha dato all’uomo un ardente desiderio di felicità, ma non i mezzi per soddisfarlo. Tale stato di cose non ha altra via di scampo che la morte, in quanto è costitutivo della stessa condizione esistenziale: di fronte a questa terribile constatazione, l’uomo e il poeta reagiscono con la disillusione, la rassegnazione e l’ironia. In linea con il Romanticismo, invece, è la sua vena profondamente intimistica che fa della poesia uno sfogo immediato dell’anima. Oltre ad influenzare tutta la letteratura posteriore, la grandezza e la complessità di Leopardi sono stati (e lo sono ancora oggi) oggetto di studio da parte delle più diverse discipline, dalla filosofia alla critica letteraria. Tra i suoi scritti più celebri ricordiamo le Operette morali (1824-1832), i Canti (1818-1836), lo Zibaldone(1817-1832), l’opera filologica Paralipomeni della Batracomiomachia(1831-1837) e un ricco epistolario.

(Immagine: Caspar David Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818)

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