HASHISH E MOZZARELLA (PARTE 2)

Arrivai a casa senza intoppi.
Appena sceso dall’auto tirai giù i secchi in cui avevo messo i pezzi e li svuotai nel giardino davanti casa.
Mia madre uscì e mi chiese cosa stessi facendo, mi limitai a bofonchiare qualcosa riguardo a scarti che neanche i caseifici riprendevano perché troppo avariati.
Quando rientrò corsi in auto a prendere un vecchio zaino militare, tolsi gli involucri in cui i pezzi erano avvolti e ce li buttai dentro alla rinfusa, avrei provveduto dopo a confezionarli.
Mi sembrava di essere osservato, mi girai ma non c’era nessuno.
– Sarà la paura- mormorai, pensando che era l’ultima volta che facevo una cazzata del genere.
Quel che accomuna tante teste di minchia come me credo sia proprio questo: darsi la riserva mentale dell’ “ultima volta”per poi farsi prendere dall’esaltazione e dimenticare tutto.
Salii in camera mia, appesi lo zaino dietro la porta e tornai giù.
Mio padre, a casa in licenza per buona condotta, era seduto in cucina a bere caffè, il centesimo della giornata con annessa sigaretta, come tutti quelli abituati ad attendere pazientemente. Mi ha sempre colpito, sta cosa: la capacità dei detenuti di lungo corso di mantenere una calma quasi innaturale, anche nelle situazioni più assurde, alla rapidità con cui magari ti infilzano una forchetta in un occhio.
Mi guardò e mi chiese come stavo.
-Tutto ok- risposi dandogli le spalle mentre mi versavo del caffè in una tazzina.
-Sicuro?-
-Certo! Perché?- Risposi.
-Niente, credevo volessi dirmi qualcosa-.
Poi si alzò e mi disse di seguirlo su che doveva mostrarmi una cosa.
Quando arrivammo al piano superiore aprì la porta della mia camera e capii.
Mi fece cenno di entrare e così feci.
Dopo aver chiuso la porta prese il mio zaino, QUELLO zaino e lo mise sulla scrivania.
– Allora se non hai niente da dirmi, mi spieghi cosa cazzo stai facendo?-
Non risposi.
Si avvicinò, mi spintonò contro il muro e mise il dito davanti alla bocca facendomi segno di tacere.
– C’è tua madre giù- disse – Facciamo in modo che non si accorga di niente, ha già abbastanza gatte da pelare con me. Ma è questo che vuoi? Ma lo vedi da quanto sono in galera? Da 10 anni e soltanto ora iniziano a farmi uscire in licenza.
È questa la fine che vuoi fare, è così che vuoi finire? Perché tanto i soldi non li farai, stanne certo. Adesso stammi bene a sentire, prendi quella roba e falla sparire, non me ne frega un cazzo di dove andrà a finire, ma falla sparire, che se vengono i carabinieri per un controllo mi blindano di nuovo e buttano via la chiave- .
-Ok- risposi.
Poi si avvicinò di nuovo, guardandomi dritto negli occhi come aveva fatto prima e come prima ebbi l’identica sensazione di aver preso un cazzotto nei denti.
– Devi soldi a qualcuno, per quella merda? Dimmelo che al limite vado a parlarci io e vediamo di metterci d’accordo, in un modo o nell’altro-
Dissi che era tutto a posto, avevo già pagato tutto.
– Bravo fesso, contento di aver buttato via i soldi? Cristo, PERCHE’ CAZZO TI OSTINI A VOLER FARE STE STRONZATE? Non è nelle tua indole! Tu non sei tagliato per fare ‘ste cose, smettila di fare il buffone!-
Colpito e affondato.
Se voleva farmi sentire una nullità c’era riuscito.
-Comunque non me ne frega un cazzo- pensai, ancora indeciso tra il vergognarmi o l’essere arrabbiato per quel che mi aveva detto. Presi lo zaino e uscii, mi serviva un posto tranquillo dove poter confezionare “i pezzi”.
Nelle campagne circostanti c’erano un sacco di casolari abbandonati, non mi fu difficile trovarne uno adatto.
Avevo un bel po’ di fumo ora da piazzare, la cosa non mi impensieriva anche perché conoscevo un sacco di gente in paese e nei dintorni che fumava. Nei ’90 il fumo aveva preso piede dappertutto: la gente aveva smesso di considerarlo una droga persino nell’ enclave medioevale in cui abitavo:
I rampolli delle famiglie notabili del paese andavano all’università a Napoli e molti di loro avevano importato anche le cattive abitudini rendendo, come dire? “TRENDY”una cosa che prima invece veniva vista come il male assoluto perché usata soprattutto dai ragazzi dei ceti meno abbienti tra cui, invece, era ormai ampiamente diffusa l’eroina .
Comodo, sia per i figli di papà che potevano additare i tossici come “QUELLI SÌ che usano DROGA”, sia per i papà dei figli che non dovevano preoccuparsi per la reputazione della loro discendenza.
Ok.
Telefonai a Marco.
-Ciao, sono io. Se vuoi venire, qui è tutto pronto.-
-Tutto pronto? Ehm… guarda, oggi non riesco a venire fin laggiù, dovresti venire tu perché ho qualche problema e poi mi servono solo dieci grammi, non sono riuscito a piazz…-
Buttai giù subito.
Bestemmiai.
Un idiota, avevo dato retta a un idiota che giocava a fare il malavitoso, un ragazzino viziato dal padre a cui voleva dimostrare di essere un “dritto”ma tutto quel che riusciva a fare erano cazzate. Cazzate frutto degli sguardi compiaciuti di “genitore orgoglioso”ad affermazioni fatte per sentito dire, frutto dei vizi dati da chi, in preda ai sensi di colpa, cerca di comprare la stima dei figli, frutto di tutta la merda in cui nuoti credendo sia acqua.
E poi c’ero io, preso a dimostrare a me stesso che invece vaffanculo i padri che cercano di dirti qual è la strada giusta, non ce ne sono di strade giuste, se le strade fossero giuste io ora non avrei uno sconosciuto in casa che pretende di insegnarmi a vivere, VAFFANCULO.
Uscii dalla cabina telefonica del bar e ordinai un caffè. A quel punto entrò Fabrizio.
-UOOOOOHHH, GIGGINO!!!ALLORACOME VA???DAI CHE TI OFFRO NA BBIRRA!!!-
Fabrizio era un mio grande amico, ancora oggi lo siamo, anche se adesso lui è uno stimato professionista con due figli e una moglie, un uomo posato e responsabile, l’unica concessione alla testa matta di quei tempi è la passione per la musica e la chitarra elettrica che continua a suonare in giro per l’Italia, godendo anche di una discreta fama, ma sto divagando.
A quei tempi Fab si divertiva ad andarsene in giro con una moto da enduro forzando i posti di blocco per poi farsi correre dietro dai carabinieri e seminarli, oppure andando nelle campagne a fare motocross.
Proprio in uno dei suoi “raid”, tra cross e sfide all’ordine costituito, aveva avuto un incidente e ora se ne andava in giro con una gamba ingessata, ma SEMPRE in moto. Un autentico pazzo con alle spalle mulinelli di polvere e le maledizioni dei pedoni spaventati, un pazzo che urlava facendo il verso al tubo di scappamento del suo enduro e rideva, sfottendo il mondo con una canna in mano e i suoi spalancati occhi canzonatori.

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Gino Panariello

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