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Il primo della classe

Alle elementari non ero il primo della classe, non mi interessava esserlo e poi ero troppo timido.
Però quel che dovevo fare lo facevo, avevo fiducia in quel che diceva la maestra:
non c’è bisogno di alzare il braccio per primi e dire sempre “io lo so!” perché tanto se uno è bravo i fatti parleranno per lui.
Intanto i più veloci ad alzare la mano continuavano a prendersi bei voti e, visto che non facevo parte del loro club esclusivo, presero a segnarmi tra i cattivi sulla lavagna ogni volta che potevano, mentre quelli delle ultime file mi presero in antipatia perché non facevo casino.
Alle medie dedussi che forse la maestra non aveva detto proprio tutta la verità, così capii che potevo far casino e ovviare alle cazzate compiute studiando quando serviva.
Ottenni la licenza media senza troppi sbattimenti.
Invece alle superiori decisi che non me fregava più un cazzo, anche perché i professori del liceo scientifico che frequentavo non mi sembravano tutto sto concentrato di intelligenza o apertura mentale; il primo giorno ogni prof chiedeva agli alunni di chi fossero figli. Negli anni 80, a quelle latitudini, se facevi lo scientifico quasi sicuramente i tuoi genitori erano dei professionisti che speravano seguissi le loro orme, in modo da passarti il lavoro, che anche nel “pubblico” (SOPRATTUTTO nel pubblico) si otteneva “per diritto di successione” come del resto succede anche oggi, checché se ne dica.
Io invece non ero figlio di professionisti, non ero della zona e quei pochi che sapevano chi fosse mio padre lo sapevano dai giornali.
Mia madre ci aveva mandati al liceo perché probabilmente e comprensibilmente cercava, almeno per me e mia sorella una sorta di riscatto da perquisizioni, da sguardi sprezzanti di secondini convinti di essere portatori del verbo, da poliziotti e carabinieri troppo giovani e di parte per essere obiettivi anche con due ragazzini, dal pietismo perbenista e ipocrita della gente “perbene” del buco di paese dove eravamo stati costretti a trasferirci, da metal detector e mani addosso, da un mare di merda che ti è caduto addosso e da chi cita cose tipo “le colpe dei padri ricadono sui figli” interpretandole non come un dato di fatto ma come una regola da applicare.
Così quando venne il mio turno, dissi che mio padre non potevano conoscerlo perché non era della zona e quando mi chiesero di cosa si occupasse risposi “di banche e uffici postali, però ora è in vacanza”.
In fondo era vero.
Poi mi alzai e chiesi di andare in bagno, dove restai per mezz’ora a fumare.
Avevo quindici anni.
Il peggio doveva ancora arrivare.

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Gino Panariello

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