Iosif Brodskij: il poeta come esule

 

E così via è l’ultima raccolta, uscita postuma, di Iosif Brodskij, che vide la luce nel 1996 negli Stati Uniti, dove il poeta viveva in esilio dal 1972. Adelphi la propone nella traduzione di Matteo Campagnoli e Anna Raffetto nel novembre del 2017.

È l’estrema opera di uno dei maggiori poeti russi del Novecento, insignito del Premio Nobel nel 1987, a 47 anni,  il più giovane di sempre insieme a Camus, esule per motivi politici, refrattario com’era al regime comunista che lo perseguitò e avverso a tutti i totalitarismi, incline a una ricerca di libertà, considerata pericolosa ed eretica dalle gerarchie.

Qui Brodskij esprime una poesia densa, compatta, dove il colloquio interiore è arricchito dalla potenza dei luoghi attraversati, da Pietroburgo a Roma, da Milano a Lisbona, da Venezia a Ischia (molta Italia in questi versi!) alcuni visitati realmente altri, la Cappadocia di Silla e Mitridate, per esempio, ricostruiti minuziosamente nella loro antica geografia storica.

Si tratta di un libro corposo in cui il poeta russo si esprime spesso con l’ironia della maturità, del distacco, della saggezza e del disincanto, mixando i linguaggi, il russo e l’inglese, per creare sulla pagina una visione assolutamente originale, personale e persuasiva.

La grande poesia va letta con attenzione, meditata, questo libro non sfugge alla regola. Così è un crescendo, più aumenta l’intimità con questa poesia, più i preziosismi onirici, le divagazioni, gli epigrammi, il disegno colloquiale dell’opera, mostrano la voce di un classico, che refrattario alle mode, crea il proprio tempo dall’argilla della propria immaginazione.

Perché se a prima vista sembrano digressioni slegate fra loro, a una lettura più attenta e partecipe, questi versi divengono la sostanza di una ricognizione filosofica, per sfuggire alla “cattiva infinità” di cui scriveva già Hegel, per svolgere la loro funzione di denuncia sociale: la nostra era ci costringe a vivere una vita da “pupazzi”;  la loro funzione di disamina storica: la Cappadocia diventa un territorio stregato attraversato da eserciti in lotta, in un affresco storico dove la Storia stessa è così mirabilmente descritta: “ Poiché la storia, ovviamente, consiste nell’attrito di ciò che è temporaneo contro il permanente.”.

È presente anche l’introspezione famigliare: la figura del padre morto che riemerge in un sogno;  sono descritte curiose figure archetipiche del moderno,  come lo spasimante di una ragazza “per due terzi uomo, per un terzo automobile” nella poesia significativamente intitolata Centauri I

Poesia densa si è detto dove svoltato l’angolo di una descrizione  si è fulminati da un epigramma: “Vale la pena di accelerare/ il passo soltanto se qualcuno ti incalza sul sentiero/ assassino, bandito, il tempo andato…”, quando anche le nuvole sono ”più del corpo lievi/ e migliori dell’’anima.”

Nella splendida poesia Vertumno, oltre a ricordare l’amico e traduttore italiano Gianni Buttafava, trasfigurato nella visione mitica di Vertumno, appunto, Brodskij scrive una sofisticata ode al transitorio “perché lui solo[…]/ sa percepire la felicità.”, lasciando versi visionari come questi: “Un cane dipinto con i colori dell’aurora abbaia/ dietro a un passante che ha i colori della notte.” e scontrandosi con il dolore del lutto e della perdita.

In Ritratto della tragedia, quest’ultima perde l’aureola di qualsivoglia solennità epica e si rivela una bisbetica compagna dei giorni umani con cui intrattenersi in un perenne bisticcio dove la verve comica svela la sua natura scurrile e ciò che infine tocca a questa personificazione del tragico è aprire la porta per mostrarci un porcile che forse è il mondo intero.

Il dato visionario si coglie sempre sommesso ma preciso: “Vivevamo in una città color vodka ghiacciata”.

Leggiamo in Canzone di benvenuto il resoconto scarno, svagato, surrettiziamente ironico,  della vita di una donna, dall’infanzia alla morte; in Omaggio a Cechov vediamo i personaggi del celebre drammaturgo immersi in una raggelata quotidianità, prossima al delirio dei sensi.

Così questa poesia ci racconta la nostra transitorietà, il lutto, la perdita della memoria, il tempo andato, spesso ricorrendo all’understatement, all’ironia usando la rima per demistificare la poesia stessa, riconducendola a mero colloquio intrapsichico.  Rima che faticosamente i traduttori cercano di rendere in italiano con esiti più o meno felici.

 

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Ettore Fobo

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