JOAO ( LA VENDEMMIA DELL’87)

Da Giugno a Settembre lavorai a Formia, in un ingrosso di generi alimentari.
Facevo il “garzone mobile”, praticamente.
Andavo in giro coi ragazzi delle consegne che, usando a pretesto il fatto che non avessi la patente e la mia giovane età, mi facevano lavorare come un mulo.
A me però tutto sommato la cosa andava bene, avevo un lavoro, ero sufficientemente lontano da casa per tutta la settimana e nel tempo libero potevo dedicarmi ai miei interessi principali: la musica (a quei tempi avevo una cultura al riguardo davvero notevole, anche se non ho mai imparato a suonare uno strumento perché ero troppo inconstante, vago, volubile e ignaro del fatto che il tempo sarebbe passato, lasciandomi poi faccia a faccia con un milione di occasioni perse) la figa, la birra e le canne.
Il posto poi si prestava : Formia e dintorni d’estate erano piene di gente e in quella zona, contrariamente a dove abitavo io, negli anni ottanta riguardo al fumo c’era un atteggiamento molto più rilassato e meno ipocrita di oggi.
Per la figa invece le cose non sono cambiate, né credo lo faranno mai, checché ne dicano i benpensanti di oggi, che poi sarebbero i ragazzini di allora: tanti giri di parole, giochetti, ammiccamenti, sguardi; insomma la solita cazzo di giostrina per arrivare nelle mutandine della donzella di turno, la solita manfrina per farsele togliere dal ganzo di turno, ma vivaddio, va benissimo così.
Fatto sta che alla fine dell’estate, spinto anche dal calo delle “attrazioni locali” decisi di andarmene a lavorare in Svizzera per la vendemmia.
Conoscevo delle persone che ci andavano ogni anno, alcuni di loro erano a dei parenti alla lontana di mia madre, così non ebbi difficoltà nel farmi “arruolare “.
Mia madre, approfittando del fatto che andassi in Svizzera, comprò un po’ di cose incaricandomi di darle a sua sorella e alle mie cugine cha abitavano a Ginevra, cosi’ mi ritrovai carico di “prodotti tipici italiani ” tra cui due bottiglie di Sambuca, da portare ai miei parenti nei giorni di riposo .
La “squadra” era composta da un ventina di persone, nella maggioranza ragazzi e ragazze della mia età e dagli ” arruolatori”: erano una coppia, ogni anno partivano e si occupavano anche di procurare ulteriore manodopera, dove servisse. Li conoscevo alla lontana e sapevo che mi avevano preso per puro bisogno, anche se erano stati così scaltri da farlo sembrare un favore e sapevo per certo di non piacergli.
Erano quel tipo di personaggi che hanno raggiunto un discreto tenore di vita pur non avendo nessuna dote se non quella di “ingraziarsi le persone che contano” facendo loro praticamente da zerbini e ottenendone in cambio favori, agevolazioni, raccomandazioni- per la pensione, per il posto di lavoro dei figli, suggerimenti per scavalcare le graduatorie, per domande pensionistico assistenziali o per usufruire di donazioni, indennità, contributi statali e cose simili- di cui venivano a sapere solo quelli “con le mani in pasta”: cose perfettamente normali per l’epoca ed il posto. Oltretutto non credo sia cambiato molto.
Gente, insomma, per cui la disonestà era solo nelle azioni degli altri.
Coi ragazzi invece andai d’accordo dal primo momento; qualcuno di loro lo conoscevo già da prima, spesso venivano dove abitavo io a cercare erba e facevo da “consulente” accompagnandoli a prenderla o facendo da intermediario; quindi furono ben contenti di sapere che ero lì con loro e lo furono ancor di più quando si accorsero che avevo una discreta scorta di “materiale “con me.
Il pomeriggio della partenza, mia madre mi accompagno’ alla stazione e mi raccomando’ di non fare troppi casini, in preda sia alla preoccupazione che all’orgoglio per quel figlio scapestrato, casinista e pronto sempre a seguire gli esempi peggiori. Oggi capisco quanto, pur conscia delle mie tare, riuscisse comunque a vedere del buono in fondo alla melma che avevo nel cranio.
Non so, sinceramente, se fosse lungimiranza o semplicemente amore; ma è uno dei motivi per cui avrò sempre un debito di riconoscenza nei suoi confronti.
Arrivammo alla stazione di Ginevra in mattinata (i treni erano lenti a quei tempi) dopo una nottata passata nel corridoio a fumare la mia erba e a bere il vino dei ragazzi che si alternavano tra lo scompartimento dei “capi” e il corridoio, combattuti tra la paura di essere “richiamati all’ordine” e la naturale voglia di far casino.
Salimmo sui furgoni dell’azienda agricola che ci aspettavano fuori e mezz’ora dopo eravamo a destinazione.
L’azienda era davvero grande, un’aia immensa su cui si affacciavano almeno tre case, adibite a dormitorio, sala mensa e docce.
Non eravamo comunque soli, era pieno di altri braccianti, italiani, spagnoli e portoghesi soprattutto. Gente che veniva ogni anno si rivedeva e si stringeva la mano, veterani che vendemmiavano da decenni nello stesso posto e novellini arrivati per la prima volta; in gran parte ragazzi curiosi: solo la mia “carovana ” era composta in maggioranza da ragazzi “sotto tutela” di zii, cugini, amici dei padri ecc ecc, con la pecora nera al seguito: io, il figlio di Mariolina, quello col padre in galera. lo scapestrato senza arte né parte, il drogato.
Comunque si era creata una bella atmosfera con tutta quella gente che rideva e scherzava. Il vino scorreva e già prima di cena eravamo tutti ubriachi.
La mattina dopo eravamo in mezzo alle vigne e impantanati nel fango, col mal di testa e la nausea post sbronza, ognuno con le sue cesoie la sua cassa da svuotare ad ogni passaggio del “videur” nel contenitore che portava sulle spalle e che a sua volta svuotava sul cassone a rimorchio.
Quella del videur era una mansione che toccava a tutti, a turno, ma che nessuno voleva fare perché troppo faticosa: la maggioranza delle vigne, in Svizzera, è in collina e raccogliere l’uva è davvero tosto. Non fidatevi delle rappresentazioni ” classiche” in cui la vendemmia è raffigurata come una specie di passeggiata con gente che canta e donzelle sorridenti che ti buttano tra i filari, ti montano in groppa per far l’amore e poi tornano beate tra i grappoli puliti che si staccano dalla pianta solo toccandoli.
Io però non vedevo l’ora che mi chiamassero a fare il “videur”.
Preferivo salire e scendere dalla collina piuttosto che stare in mezzo ai filari a competere in velocità coi soliti fenomeni impegnati neanche tanto a far notare la propria velocità e l’altrui lentezza e staccarmi pezzi di dito ogni volta che sbagliavo misura con quelle cazzo di cesoie mentre tentavo di tagliare i grappoli viscidi di acqua e appiccicosi di zucchero.
Infatti quando arrivò il mio turno chiesi e ottenni di rimanere a lavorare come “videur” senza che mi si desse il cambio.
Poi finalmente arrivò l’ora di smontare e rientrammo alla cascina.
In mensa c’era vino a volontà e nessuno si fece pregare .
Si sedette affianco a me uno degli “adulti” che facevano parte del mio gruppo ed iniziò a parlarmi in modo insolitamente cordiale. Non capivo; fino a quel momento, tranne qualcuno della mia età, nessuno mi aveva dato troppa confidenza, anzi alcuni erano ostentatamente freddi, come a voler rimarcare la “distanza ” che dovesse esserci e invece ora questo signore, che aveva al seguito anche sua figlia, si metteva a fare il simpatico riempiendomi il bicchiere ogni volta che riempiva il suo.
Non capivo. Pero’ bevevo e beveva anche lui.
A quei tempi ero uno scapestrato, ma avevo solo 18 anni, ero un ragazzino e non sapevo “leggere ” i gesti della gente, per me uno che beveva in mia compagnia era uno che aveva voglia di bere e far quattro chiacchiere, null’altro.
Poi accadde qualcosa, mentre si parlava.
Mi chiese ridendo se avessi voglia di sfidarlo a braccio di ferro.
Accettai e vinsi.
Poi con la faccia rossa per lo sforzo e il vino tracannato in fretta disse: -ecco,vedi? Anche se hai vinto non credere che io non sia in grado di tenerti a bada-.
Non capivo, così chiesi cosa significasse quel che aveva detto.
Mi guardò dritto negli occhi e mi disse di stare attento a quel che facevo, che mio padre era in galera, ma ciò non mi rendeva automaticamente “temibile”, che anche lui conosceva gente”cattiva” e che se avessi fatto lo scemo con sua figlia, ci avrebbe pensato il fidanzato (che tra l’altro conoscevo), noto bullo del suo paese.
Mi limitai a ridergli in faccia, era ubriaco, anche io lo ero e non avevo voglia di mettermi a litigare in mensa, cosi’ continuai a rivolgermi a lui come se fosse stata una normalissima conversazione, tanto c’era confusione e nessuno si era accorto dei suoi deliri.
Poi uscii a fumare. Me ne stavo lì, quando arrivò un tizio di colore che lavorava con noi. Un portoghese chiamato Joao.
Quando sentì l`odore dell’erba mi chiese se poteva dare un paio di tiri, così fumammo insieme.
Il giorno dopo, al lavoro, notai che “gli adulti” del mio gruppo guardavano il tizio che aveva parlato con me ed ammiccavano, come se a stessero comunicandosi qualcosa.
Capii a cosa si riferivano quando passai vicino al tizio della sera prima che, evidentemente imbaldanzito dal mio atteggiamento, decise di mettere la classica ciliegina sulla torta .
-IO SONO UNO CHE SI FA CAPIRE, SONO UN TIPO SEMPLICE IO, VERO, RAGAZZO?” disse ad alta voce rivolgendosi a me.
Feci cenno di sì con la testa.
-EH,EH,EH.VEDETE? BASTA ESSERE CHIARI !-
Vabbè.
La sera eravamo a cena e Joao si sedette affianco a me. Bevemmo un bel po’ di vino, poi decidemmo di andare in città a cercare un po’ di fumo, cosi’ uscimmo, portandoci dietro un altro paio di ragazzi .
Trovammo del fumo davvero pessimo pero’ ci divertimmo e diventammo amici.
I giorni passavano tra la raccolta dell’uva e le sbronze serali alla cascina, ma il vino era buono, la testa al mattino non faceva male ed io mi divertivo a scivolare in discesa semplicemente sedendomi sulla terra viscida di nebbia e pioggia mentre il peso della cesta che avevo a tracolla faceva il resto.
Furono giorni parecchio divertenti.
Finché il signore delle sere prima, evidentemente ubriaco di nuovo, tornò al mio tavolo e si risedette affianco a me, con una pacca sulla spalla e parlando ad alta voce .
Feci finta di niente aspettando il momento buono, poi quando ricominciò con le allusioni mi alzai e andai via proprio nel pieno del suo discorso “padrino style”.
Ero fuori e aspettai che uscisse per continuare la sua stronzata .
Quando arrivò e fece per avvicinarsi gli dissi soltanto: -vattene!-
Mi guardò, gli occhi resi strabici dal vino, mentre fumava.
Si voltò ed andò via.
In quel momento capii cos’è l’insoddisfazione.
Avrei voluto prenderlo a sberle ma non lo feci per paura che qualcuno poi desse la colpa a me. Ero io quello tarato, lo scemo, il drogato,”quello che ha il padre in galera”.
Tornai in mensa.
Joao mi fece segno di sedermi vicino a lui brandendo una bottiglia di vino rosso e
la ripulimmo in neanche quindici minuti.
Due balordi, ecco cosa eravamo, un portoghese nero ed un bianco negro che si aggrappavano al loro canotto mentre facevano rafting sulla merda di madri sole, padri in galera, gente che parla di te in termini di “bravo ragazzo MA “e quel “MA” è un’ accettata sulla nuca mentre ti accarezzano, una sillaba che rende ossimoro la frase iniziata.
Credo che anche lui, arrivato sbronzo a trentadue anni con costanza e dedizione, i suoi bei demoni li avesse, attaccati all’anima come piattole al pube, col loro uncino ben conficcato nella pelle che ti fa grattare a sangue.
Quella sera decisi di aprire anche una bottiglia di Sambuca, così andammo di sopra e non ci volle molto a svuotare anche quella.
Eravamo lì che parlavamo del più e del meno a bassa voce con un altro paio di ragazzi e facemmo girare anche la seconda bottiglia, quando a Joao venne in mente di accendere la radio.
Erano le due di notte, gli dissi che forse non era una buona idea e lui, per tutta risposta mi si avventò addosso tentando di strangolarmi.
L’ultima cosa che ricordo sono le luci accese, gente che urla e qualcuno che mi tira via mentre prendo a calci Joao steso a terra.
La mattina alle sei qualcuno mi svegliò dicendomi in francese di far le valigie perché ero licenziato.
Ancora oggi mi chiedo quale sia stato il punto in cui Joao abbia deciso di averne pieni coglioni di gente che gli diceva di no, di gente che gli camminava addosso considerandola una cosa normale e in quale momento l’abbia identificata con me.
Mi chiedo”cosa” .
E “quando”.
Non “perché” .
Il perché l’ho capito, dopo anni, ma l’ho capito.

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Gino Panariello

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