La risalita 2 . Pippo e Donatella

Conobbi Pippo quando finalmente decisero che la mia gavetta sulle pedane dei compattatori l’avevo fatta e potevo essere “promosso”
Arturo, il “capo”, mi mandò a chiamare dicendomi che dal giorno dopo, visto che avevo la patente, avrei iniziato a guidare i camion.
-Sono tre mesi che sei qui, lavori bene, non parli troppo e ti fai i fatti tuoi, che ne diresti di lavorare come autista invece di continuare a romperti il culo in pedana?
-Beh, per me va bene, volevo solo chiedere…-
Mi anticipò.
– Non c’è nessun aumento, scordatelo; hai comunque il vantaggio di non ammazzarti di lavoro, mi sembra positivo, no?-
Nel suo piccolo era un genio: riusciva a far le peggiori cose pur di raggiungere il suo scopo e a farle sembrare atti di generosità.
-Ok- dissi- va bene, ci sto. Quando inizio?-
-Domattina, stessa ora di sempre. In pedana ci sarà un ragazzo che è quasi alla fine del percorso in comunità, si chiama Pippo. Aspetti lui e poi partite per il giro-.
La mattina dopo alle quattro ero davanti al cancello della comunità, poi vidi qualcuno uscire scavalcandolo.
Il tizio dopo una sequenza di bestemmie in siciliano guardò verso di me ed alzò la mano in segno di saluto.
Aprii il finestrino.
– Sei tu Pippo?-
– Sì, sono io, questi cornuti di operatori stanno dormendo tutti e nessuno mi ha aperto il cancello.-
Mi presentai, misi in moto il camion e ci avviammo. Pippo era pieno di entusiasmo perché stava per finire la comunità, dove era in affidamento dopo una condanna per furto. Mi parlava di quanto sto lavoro fosse importante per rimettersi in carreggiata e cercare di vivere senza fare stronzate.
Ci misero fissi in coppia, io sul camion e lui in pedana, ma appena potevo lo facevo salire in cabina e quando segnavamo le ore “baravo” sempre un po’ sulla durata del tragitto verso il termovalorizzatore, che a lui non veniva pagata.
Ci sapeva fare Pippo, con tutti, aveva un carattere allegro, rideva spesso e se ti chiedeva da fumare perché era senza soldi, il giorno dopo ti ricomprava il pacchetto.
Ci sapeva fare anche con le ragazze.
Donatella faceva l’operatrice in comunità, era da poco laureata in sociologia e molto carina: bassina, capelli biondi tagliati alla “maschietto” e con tutte le cosine al posto giusto. La vedevo quasi tutti i giorni minuta e sorridente tenere a bada i ragazzi della comunità che le chiedevano informazioni, raramente per reale bisogno, molto più spesso per beccarsi un sorriso o per sbirciarle le tette, comunque non credo qualcuno l’ abbia mai importunata, erano solo affamati.
Affamati di parole non urlate, di riposte e non di domande in risposta, di sensazioni non ottuse da tutta la merda che erano abituati a prendere, avidi di provare autenticamente qualcosa perché avevano dimenticato come fosse. Certe cose le dài talmente per scontate da non accorgerti neanche di averle perse se non quando le ritrovi, non so se mi spiego.
Pippo non ci mise molto.
Giocò la parte che riesce meglio ai coglioni come noi: quella del ragazzo ferito dalla vita, che è rude perché ne ha passate tante, ma in fondo ha un’ anima grande.
Lo dico senza disprezzo, anch’io sono stato un tossico e per quanto sgradevole possa sembrare ciò che affermo è la verità. Se c’è qualcosa che mi ha aiutato a non ricadere è proprio l’essere brutalmente onesto, ai limiti del cinismo, con me stesso per primo.
Vabbé.
Dopo qualche tempo, Umberto, il nostro coordinatore, mi chiese se ero disposto ad affittare una parte della mia casa a Pippo, disse che oramai era un ragazzo affidabile, che meritava una possibilità e che conoscendo la situazione aveva pensato a me visto che non navigavo in buone acque e un po’ di soldi extra mi avrebbero fatto comodo per il mutuo della casa che facevo fatica a pagare; garantiva lui per Pippo.
Col senno di poi penso che Umberto ci abbia guadagnato, facendo da ruffiano, comunque la sua offerta a fare da garante mi convinse e poi in fondo la cosa mi faceva piacere.
Non chiesi alcun anticipo, solo la rata di pagamento dell’affitto, che ammontava alla metà sul totale mensile e la divisione della spesa per il cibo e la casa.
La prima settimana Donatella si fermò quasi ogni sera a dormire da noi, approfittando dell’intimità che finalmente avevano, infatti avevano a disposizione tutto il piano superiore della casa e dandoci dentro, a giudicare dal cigolio del letto, mentre io stavo a quello inferiore.
Alla scadenza del primo mese Pippo mi chiese il permesso di posticipare il pagamento dell’affitto e di tutte le spese che avevo già anticipato perché aveva dei problemi urgenti da risolvere. Non me l’aspettavo, comunque dissi di sì, anche se mi seccava il fatto di non esser stato informato prima.
Allo stesso modo mi stupivano certi atteggiamenti così esasperatamente tesi alla loro “intimità” da sfiorare la maleducazione, come le sere in cui preparavano la cena soltanto per loro e se la portavano in camera, quasi fossero loro creditori nei miei confronti.
Però pensai fosse un comportamento dettato dall’imbarazzo. In fondo erano più giovani di me.
Finalmente arrivò il giorno di paga e Pippo mi telefonò dicendo che sarebbe rientrato tardi perché aveva un po’ di faccende da sbrigare.
Alle 2 di notte mi arrivò un’altra telefonata .
Era Donatella.
Piangeva.
Mi chiese di raggiungerli perché aveva un problema.
Quando arrivai trovai Pippo addormentato, completamente sbronzo, al posto guida e Donatella in lacrime, disperata perché non riusciva a spostarlo, così lo feci io.
Fu una specie di comica, con lui che grugniva ed urlava -LASCIATEMIIII!- ogni volta che lo toccavo, Donatella col suo piagnucolio ed io che tentavo di toglierlo dal sedile di guida.
Alla fine riuscimmo ad arrivare a casa, il problema ora era farlo scendere dall’auto e fargli salire le scale.
Donatella continuava a piangere dicendo – fa piano, ti prego!- ogni volta che cercavo di prenderlo per portarlo dentro e la cosa iniziava davvero ad infastidirmi.
Cominciai a pensare che sta storia dei ragazzi a cui serviva una chance l’aveva sfruttata abbastanza, sto tizio, che io i miei errori li stavo pagando e che ero un coglione, ma più di tutti mi dava ai nervi la ragazza, con la sua cazzo di aria affranta, come se fosse sempre colpa del mondo -Cazzo, se il mondo è un posto di merda è perché c’è gente come noi – avrei voluto dirle – E tu stai perdendo tempo dietro ad un coglioncello approfittatore credendo che abbia qualche merito solo perché per due anni gli è stato praticamente impedito di ammazzarsi con le proprie mani-.
La mattina dopo me lo ritrovai in cucina mentre facevo colazione .
Stroncai sul nascere quel che stava per dire
-La prossima volta fai le valigie e te ne vai affanculo. Discorso chiuso-
-Ok-
Bene.
Uscii a comprare le sigarette.
Quando tornai trovai un biglietto sulla tavola.
Era partito, sarebbe tornato in Sicilia perché aveva bisogno di pensare e di stare da solo, perché era un fallito e Donatella non meritava uno così e tutte le cazzate tipiche delle lettere di questo genere.
Dopo due giorni era di nuovo a casa, accompagnato da Donatella che era andato a recuperarlo in stazione a Milano, dove aveva dormito .
Solita manfrina.
“Abbi pazienza, diamogli un’altra possibilità, se per il mese prossimo non rientra con i soldi te li do io ” ecc.ecc.
Accettai e lasciai correre anche stavolta. ma già sapevo che sarebbe finita male
Dopo due giorni Pippo sparì; non lo trovavano più da nessuna parte, né Donatella né quelli della cooperativa.
Quando mi arrivò il messaggio sul telefono ci misi un attimo. Fu come un lampo. Andai a guardare nel mio cassetto.
I soldi erano spariti.
Lo ritrovò, tanto per cambiare, Donatella una settimana dopo sempre in stazione. Mi telefonò dicendomi che l’aveva ritrovato, che stava male perché aveva dormito in strada per tutti quei giorni ed aveva bisogno di venire a prendere le sue cose perché l’avrebbe portato a casa dei suoi.
“Per curarlo” mi disse.
Le batoste che avevo preso in quegli anni mi avevano ammorbidito e reso più “empatico” nei confronti degli altri, ma stavolta era davvero troppo
-Donatella, voglio i miei soldi, le spese che ho anticipato più i seicento euro che quello stronzo mi ha rubato.-
-Lo so, devi soltanto avere un po’ di pazienza, anche a me ha rubato il bancomat, ma me l’ha ridato. Tranquillo, ti farò rendere tutto quel che ti deve.-
-Mi sono spiegato male, evidentemente. Io voglio i miei soldi ora, non fra qualche tempo. E la pazienza l’ho finita, mi dispiace-.
Sentii tutta la sua irritazione quando mi rispose affermando che comunque non era certo quello il momento di discuterne perché Pippo stava male, in fondo anche a lei aveva fregato dei soldi, ma evidentemente avevamo due metri di valutazione diversi perché per lei veniva prima “l’essere umano”.
Certo.
-Gli esseri umani devono quindi essere necessariamente degli stronzi per onorarli della tua considerazione, Donatella? Guarda, non stiamo a perdere tempo, te lo dico subito. Se il tuo ragazzo non mi restituisce tutto quel che mi deve, inutile che veniate a prendere la vostra roba, perché non vi do niente- ribattei quasi urlando.
-Ma ci sono anche documenti importanti!-
Non se ne usciva.
Quella ragazza, con la sua dabbenaggine ed il suo amore al di sopra di tutto mi dava un fastidio quasi fisico. Possibile che per lei non esistesse altro che il suo “ragazzo” e la sua visione contorta del concetto di “forza” o di “combattere”?
Ripresi fiato cercando di calmarmi. In fondo era una vittima.
-Non me ne frega niente, Dona. Quando mi riporterete i soldi vi ridarò tutto. Avete tempo due mesi dopodiché butterò via ogni cosa-
Il giorno dopo cambiai la serratura di casa .
Poi andai da Umberto raccontandogli quel che era successo e chiedendogli di comunicarmi per per tempo il giorno in cui lo stronzetto sarebbe venuto a ritirare il suo stipendio.
Come se la cosa non lo riguardasse continuò a sistemare scartoffie sulla scrivania.
-Guarda, io non è che posso trattenergli i soldi dello stipendio per darli a te,eh! Chi mi dice che le cose siano effettivamente andate come dici?-
Non ci potevo credere.
-Eh, no. Adesso stai esagerando, Umbe. Chi non si è presentato al lavoro in questi giorni non sono certo io. Io sono venuto e puoi chiaramente vedere che sono lucido, quindi stai parlando così solo perché non ti piace occuparti delle rogne, ma adesso invece te ne occupi e sai perché? Perché, anche se fai finta di non ricordartene, fosti tu a propormi di affittare la due stanze a Pippo e mi dicesti che garantivi per lui-.
Arrossì.
-IO NON HO GARANTITO NIENTE? CHE CAZZO STAI DICENDO?”
Mi girai ed uscii.
Andai a parlare con Arturo, non che fosse meno stronzo, ma certamente più pratico di quel deficiente di Umberto il cui scopo principale era fare il capo farsi leccare il culo dai furbacchioni che lavoravano sotto la sua “supervisione”.
-Ok, non c’è problema. Ti avviserò il giorno prima, a patto che non facciate casino qui davanti-.
Diedi anche le dimissioni perché nel frattempo avevo trovato lavoro come manovale in un’ impresa edile.
Prima di andare via però avvisai un paio di amici che lavoravano lì chiedendo loro le stesse cose che avevo chiesto ai “capi”. Giusto per essere sicuro.
Quindici giorni dopo Arturo mi chiamò dicendomi che Pippo sarebbe venuto a ritirare lo stipendio e che lui non gli aveva fatto il bonifico ma aveva optato per il contante proprio perché avessi la possibilità concreta di farmi ridare i soldi .
-Anche se NON voglio sapere come – aggiunse.
Devo dire che la cosa mi stupì: non mi aspettavo un’azione del genere, forse Arturo era meno stronzo di quel che sembrava.
O forse stava semplicemente liberandosi della zavorra di quella “garanzia” data troppo in fretta dal suo socio.
Il giorno dopo alle 14 ero là.
Mi misi tra i mezzi d’opera parcheggiati, in modo da non farmi vedere neanche dai capi, avevo paura che vedendomi si tradissero e rivelassero la mia presenza troppo presto.
Dopo una quindicina di minuti vidi arrivare Pippo e un altro che lo accompagnava, un ragazzo con gli occhiali, dall’andatura sghemba che avevano sembravano abbastanza cotti entrambi.
Aspettai che entrasse, poi mi piazzai affianco alla porta, in modo da non farmi vedere quando usciva.
Appena la porta si aprì e lui fu fuori gli presi il portafogli dalla tasca posteriore destra, si giro’ di scatto e mi vide .
Non disse una parola mentre prendevo i soldi dal portafogli e li contavo.
Ottocentocinquanta euro, vaffanculo, me ne doveva almeno altrettanti .
-NO, MA COSA FAI?! MI SERVONO!NON PUOI FARLO!DEVO TORNARE A CASA!-
Lo guardai, presi una banconota da cinquanta e gliela misi nel portafogli che poi gettai a terra.
-Torna pure a casa, ce la fai, con cinquanta euro, se fosse stato qualcun altro non ti avrebbe dato neppure quelli. Ah, dimenticavo, tutte le tue cose, documenti compresi, sono a casa mia. Tempo un mese, se non saldi butto via tutto -.
Mi voltai e feci per andarmene, Pippo urlava al suo compare di fare qualcosa, questo provò a dire qualcosa camminandomi affianco; mi limitai a dirgli senza neanche guardarlo mentre camminavo – Ma vi siete visti? Sembrate due morti che camminano, davvero volete far credere a qualcuno che mi avreste ridato i soldi e che ciò che vi ho tolto servisse per pagare l’affitto? Fate ridere-.
Pippo mi camminava affianco, strafatto di roba e sbracciava, alternando suppliche e minacce.
Arrivato all’auto feci per salire e lui tentò il tutto per tutto strattonandomi un braccio mentre mi sedevo, così gli chiusi praticamente lo sportello dell’auto addosso e mollò la presa.
Mentre andavo squillò il telefono. Era lui che urlava dicendo che avrebbe chiamato i carabinieri e mi avrebbe denunciato per rapina, che aveva i testimoni e che questa gliela pagavo.
Attaccai.
Donatella la rividi dopo un mese all’incirca, venne col resto dei soldi che mi spettavano, così le diedi tutte le loro cose.
Mi chiese come stessi.
-Bene, tu? –
-Mah, guarda, abbastanza bene, Pippo adesso sta meglio; è nel parcheggio, voleva sapere se poteva scendere a salutarti –
-No- dissi -Preferisco di no. Voglio solo chiederti una cosa, Donatella…Perché? Perché con tanti bravi ragazzi che ci sono in giro vuoi andare ad immischiarti con gente che ha troppi anni più di te e troppa merda nel cervello per voler davvero cambiare? Chi cazzo te lo fa fare? Sei una ragazza in gamba, perché vuoi farti rovinare la vita? –
-Perché? Eh, bella domanda. Non lo so. Io lo amo-
Eh, sì. Lei lo amava.
Anche per questo era un brava ragazz

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