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‘La solitudine maestosa’ di Nefeli Misuraca. Nota di lettura di Stefania Di Lino

 

Nefeli Misuraca, “La solitudine maestosa”, La Vita Felice, 2018.

 

Una cosa sola è necessaria: la solitudine. La grande solitudine interiore. Andare in se stessi e non incontrarvi, per ore, nessuno; a questo bisogna arrivare. Essere soli come è solo il bambino.

Da Rainer Maria Rilke a Franz Xavier Kappus, 1903.

Tratto da “Lettere a un giovane poeta” a cura di Marina Bistolfi  Arnoldo Mondadori Editore, 1994.

 

Il coraggio richiesto dallo scrittore invece è una sorta di coraggio “cronico”, uno “stato di coraggio” persistente, quotidiano, discreto e non sempre riconoscibile. Non un’effimera vittoria sui propri limiti ma una modalità stabile dell’essere, la conquista definitiva di un territorio che non conosce limiti.

Da Julio Monteiro Martins, “Sagarana”, editoriale N. 50, gennaio 2013.

 

C’era un muro… Come ogni altro muro, anch’esso era ambiguo, bifronte. Quel che stava al suo interno e quel che stava al suo esterno dipendevano dal lato da cui lo si osservava.

Da Ursula Le Guin,”I reietti dell’altro pianeta”, “Quelli di Annares”, Dispossessed- An Ambiguous Utopia, 1974.

 

La scrittura è essenzialmente un atto d’amore che tenta di dare voce alla parte più ferita e più fragile di noi. Parte che, forse, non troverebbe espressione se non in quel luogo, ‘altro’ e parallelo, di difficile definizione, in cui sia resa possibile una funzione riparativa – e in qualche misura anche restitutiva – rispetto a ciò che si ritiene sia stato sottratto.

Questo luogo ‘altro’ è la poesia.

Secondo J.L. Borges è la poesia a trovare il poeta, non viceversa, perché le radici della poesia affondano in una sorta di memoria universale che riguarda l’intera umanità, passata, presente e, verosimilmente, futura, insieme, a mio avviso, alle esperienze e ai passaggi che hanno, in modo più o meno fortuito, attraversato e segnato le nostre esistenze, poiché se si irrompe a caso nella vita di qualcuno, mai a caso si continua ad abitare nei ricordi, talvolta struggenti.

Borges inoltre afferma che la poesia trae origine più dal dolore, dalla tristezza, dalla mancanza, che dall’allegria o da un eventuale senso di soddisfazione della propria vita, poiché la felicità è il punto d’arrivo, non il dolore che, in quanto tale, necessita di una elaborazione atta a lenire la sofferenza. Da questo lavorio interiore trarrebbe origine la poesia.

Nella ‘Solitudine maestosa’ di Nefeli Misuraca,  ‘l’amabile solitudine’, come titola la nota introduttiva di Rita Pacilio, non c’è davvero nulla di ‘accidentale’, sottolinea Guido Oldani nella prefazione. Si tratta infatti, di una solitudine necessaria, anzi ‘essenziale’, come Blanchot la descrive ne ‘Lo spazio letterario’, che non è isolamento nell’eremo, non è compiacimento autoreferenziale e narcisistico.

La ‘Solitudine maestosa’ di Nefeli non è esercizio solipsistico, ma luogo densamente abitato, è conditio sine qua non dello stesso atto creativo, e, al contempo, è anche il suo elaborato, una fune lanciata nell’abisso, direbbe Agamben, ovvero un ponte in grado di mettere in comunicazione profonda e sintonica il dentro e il fuori da sé. Un atto generoso, quindi, capace di collegare e collegarsi con solitudini altrettanto ‘essenziali’, compresa, ovviamente, quella del lettore.

Ma è anche, e soprattutto direi, la dimensione che più favorisce l’incontro per eccellenza: quello con se stesso e con ‘l’altro’, lo sconosciuto, lo straniero che ci coabita – insieme ad altri fantasmi – a volte senza incontrarlo mai.

Condizione imprescindibile quindi la solitudine, per creare spazio dentro di se ai fini di consentire l’ascolto che il dolore richiede, per elaborare il lutto, fosse riferito anche ‘solo’ alla primigenia separazione.

 

Penso che la sofferenza sia la condizione necessaria alla via della conoscenza. L’anima non guarisce mai del tutto, le resta sempre accanto un’ombra.

Eugenio Borgna

 

Leggere ‘La solitudine maestosa’, significa prepararsi per un viaggio denso di epifanie. Si procede guidati da una scrittura rotonda, piena, lucida, senza cedimenti,- per scrivere ci vuole coraggio – priva di auto-compiacimenti, come dicevo, o di sbavature egotiche, esente da strategie lessicali finalizzate a sedurre chi legge. Non si avverte alcuna lusinga o piaggeria nei confronti del lettore. È una scrittura colta, originale, di raro vigore espressivo, lontana da stereotipie deformanti e dal triste packaging del mercato dell’editoria che infesta, come un morbo contagioso, librerie e supermercati, rendendoli luoghi insalubri da cui fuggire, se si tiene alla propria integrità intellettuale. Un’editoria predace che tende a uccidere in tal modo diversità e varietà, su cui da sempre si basa lo scambio, la cultura, anche in senso antropologico.

Si tratta di una scrittura  profonda, tagliente, eppure semplice, malgrado la complessità degli argomenti trattati – temi, peraltro, che sono topoi letterari, quindi di valore universale.

Nel bel libro di Nefeli – ovvero una perla luminosa in questo panorama letterario alquanto depresso – ci imbattiamo in una modalità di versificazione diretta, schietta, che nulla cede a certo semplicismo riduttivo che leggo anche in poeti cosiddetti ‘consacrati’, i quali, a forza di scarnificare la parola, di depauperare il verso, elementarizzano i testi rasentando una mortale banalità.

In Nefeli Misuraca ci immergiamo in una scrittura che ha la corposità della carne (ferita) ‘Le cicatrici sono la memoria del corpo…’, ‘…un foro slabbrato riporta il segreto del drenaggio…’, e lo struggimento del ricordo ‘…ma il ricordo s’incastra tra le linee dei punti chirurgici…’, pag.26, e diventa rimpianto.

Si tratta di una poesia maestosa che svetta imponente, eppure scorre piana e leggera, ben salda su processi cognitivi che spaziano dalla letteratura all’arte figurativa, al cinema. Una scrittura che procede attraverso frames e oltrepassa la pagina – buca lo schermo, potremmo dire – tanta è la sua forza che  arriva diretta e sicura nel cuore di chi la legge, fino all’affondo.

 

Quando nasce un vero poeta tutta la terra trema, perché niente sarà più come prima […]

Mauro Scardovelli

 

Un dettato poetico, dunque,  che scuote dall’anestesia dei sensi, dal torpore del déjà vu, dal sopore in cui a volte sembriamo sommersi, obnubilati, talvolta persi;  è una poesia che rianima e ci modifica profondamente perché non si è più gli stessi dopo averla letta, e per quanto questa rara qualità mi sembri peculiare della grammatica  di  Nefeli,  voglio sottolineare anche l’uso sapiente di metafore e allitterazioni,  figure metaforiche che giungono – così come aveva già dimostrato il grande Juan Gelman, poeta dell’esilio e del dolore -,  laddove la lingua non basta, persino a  inventare neologismi come, per esempio: ‘…e s’ammorosava, amaro mare che non parlava.’ (pag.40).

 

Sia ben chiaro che nella visione del mondo offerta dalla poetessa, nulla è facile o scontato,  nulla è come lo si aspetta – nella lettura infatti ci imbattiamo in svolte concettuali sorprendenti –  perché nella poesia come nella vita, non va mai tutto bene, al di là di ogni pianificazione possibile.  E se poesia e vita procedono parallele, se, come dice  Josip Osti, una poesia deve avere il ritmo del cuore, ovvero della vita,   chi nasconde la fatica del vivere, il disagio implicito dell’esistenza, chi nasconde o mistifica con strofette vuote e non belligeranti la sofferenza umana, soprattutto in questo strano e perturbante  passaggio di millennio, vuol dire che mente a se stesso o che non ha nulla dire.

 

La giovane, eppure straordinariamente matura Nefeli, – il suo nome deriva dal greco νέφοςnephos, ‘nuvola’, e condivide la radice del suo nome con Nefertiti, ovvero ‘la bella è arrivata’, regina egiziana della XVIII dinastia, sposa del faraone Amenofi IV -, la nostra poetessa dicevo,  ci conduce verso ribaltamenti di situazioni, scosse telluriche,  scontri frontali, svelamenti che ci portano su un altro piano sensoriale, e allora si percepiscono i convulsi suoni della città,  le vibrazioni del pavé di sampietrini, l’odore bituminoso dell’asfalto colato,  la polvere, il taglio del bisturi, il sangue, il dolore, la perdita, le corse fermate contro un muro di pietra, ‘…Ma nella città, basta un tubo d’acqua/o l’impietoso scorrere dei copertoni/e il sangue rappreso nelle crepe dell’asfalto/scompare insieme all’animale straziato…’ pag.41.  Questa è guerra ‘…Muoiono decine di persone come sempre, dall’altra parte del mondo.’ pag.30.

La gente muore anche da questa parte del mondo, in una pace solo nominale, senza il proclama ufficiale  di una guerra dichiarata, e, per quanto ci riguarda, contiamo già le perdite, le assenze, i posti vacanti, perché si muore tutti come animali straziati, in caduta libera e senza ali, da un anonimo condominio/prigione simile ad Alcatraz, nelle belle città-vetrina, oppure in volo da un ponte che improvvisamente cede, per lucro,  per assenza di responsabilità, per impunità, schiacciati sulla linea di mezzeria, o contro un guard-rail.

Ma, e chiedo citando la poetessa a pag.38, proprio ‘Questa è la vita che ci appartiene’?

 

“La pandemia di angoscia mentale che affligge il nostro tempo non può essere adeguatamente compresa, o curata, se vista come un problema privato sofferto da individui danneggiati.”

(da Realismo Capitalista di Mark Fisher, John Hunt Publishing, 2009)

 

In certi tratti, quando l’inoltrarsi nella scrittura di Nefeli si fa più faticoso, come in una giungla (cittadina), succede di procedere a colpi di machete per farsi strada, per ripararsi da graffi e ferite, per scansare dolori, per respirare, per tentare almeno di ‘continuare a vivere’.  Eppur si continua a procedere nella lettura catturati da un nitore che abbaglia per bellezza, perché nei luoghi indicati dalla Misuraca, s’incontra il dono prezioso dell’autenticità. Ponendosi in ascolto (interiore), tutto vibra doloroso e vero, vivo e armonico, pur nella tragedia,  che, come un canto antico, sale dalle viscere della terra. O come un pianto cosmico racchiuso in quella materia oscura che tutti ci avvolge.  O Come il pianto di una bambina o di un bambino – il ‘fanciullino’ che ci portiamo dentro – e che vorremmo poter consolare, se non fossimo convinte che non sempre, e non per tutto, c’è consolazione,  poiché, dice Nefeli a pag.18,  ‘…non c’è voce che tenga alla perdita di tutto’.

 

 

Ci vuole

Ci vuole coraggio, cuore di pietra.

Sguardo da leoni. Alzarsi sulle punte

e spogliarsi d tutto, vestirsi di altro;

pavoneggiarsi su strascichi immensi

senza paura d’inciampare.

 

Ci vuole il cuore di una pianta, l’immenso

animo di acqua e di sole, senza altro che fiori

e clorofilla e silenzio per sempre

per avere il coraggio che serve,

tutta la forza di non emettere suoni.

 

E ci vuole il sangue di una salamandra,

la lingua fredda di un camaleonte

e il vestito bianco di una mantide

per prendere borsetta e rossetto,

controllare il gas e le chiavi

e uscire per strada.

 

***

 

Conserviamo la memoria

 Conserviamo la memoria a nostro danno,

perché il ricordo ammutolisce il presente,

nasconde la terra e acceca lo sguardo.

Perpetuiamo le assenze a passo di marcia,

e schiacciamo a ritmo di guerra

quel che resta della nostra presenza.

 

***

 

E alla fine

E alla fine non resta niente. Qualche granello,

forse, da guardare uno ad uno.

Scrutare i profili calcarei che un tempo erano terre,

distese, montagne pianure rocciosi strapiombi.

O forse nemmeno un respiro, non c’è voce

che tenga alla perdita di tutto.

 

***

 

Le cicatrici

Le cicatrici sono la memoria del corpo.

Si dice che la carne non mantiene segreti

ma il ricordo s’incastra tra le linee dei punti chirurgici

e un foro slabbrato riporta il segreto del drenaggio,

le linee meridiane traversano il cammino di bruco,

verme biancastro che sormonta montagne,

cumuli di ossa in un viaggio imponente,

necessario passaggio tra il porto e la sponda immemore.

 

***

 

 Tu sei un poeta

Tu sei un poeta perché  quando guardi

dal finestrino vedi te stesso e il paesaggio

che ti attraversa il volto.

Nello spazio tra coraggio ed equilibrio,

poggiato alle porte di veicoli in corsa,

nelle piane dei campi e su per gli alti pali,

la croce del tuo naso e della bocca apre lo spazio

e lo cede. Io, di qua dai vetri,

fatico a vedere oltre ai miei occhi.

 

***

 

Atei per forza

 Atei per forza

dentro mura senza storia, per forza

sopravviviamo tutti, per sempre

 

Nefeli Misuraca è nata a Roma dove si è laureata in lettere all’Università La Sapienza. Ha conseguito un dottorato in letteratura e arte all’Università di Yale ed è stata docente in diverse università tra l’Europa e l’America. Ha scritto sceneggiature ed è montatrice e regista di cortometraggi. E’ stata lettrice di sceneggiature internazionali per la RAI e ha tradotto e curato testi per diverse case editrici. Tiene un suo blog su televisione e società su “Il Manifesto” e insegna letteratura e scrittura alla John Cabot University di Roma

 

Nefeli Misuraca

 

 

 

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