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Letture incrociate: Donatella Pezzino legge Giovanni Perri

Leggerezza. E’ la prima sensazione che mi viene in mente quando penso alla poesia di Giovanni Perri. Una poesia onirica, ma mai poesia d’evasione: in Giovanni, infatti, il sogno non ha bisogno di trascendere la realtà, perché sboccia tra le sue pieghe più intime e ne porta alla luce l’intrinseca capacità di incantare, di suggestionare, di condurre al di là di ogni dolorosa insignificanza. Il sogno è come un ponte gettato tra l’anima e i suoi ricordi, una mano gentile che ne stempera i colori senza tuttavia falsarli.

E in questa sequenza di fermo immagine dove ogni attimo è parte di una giostra in perenne movimento, l’evocazione diventa la chiave di volta di un passato che è continuamente chiamato a renderci conto di chi siamo, perché siamo e dove siamo diretti. E poi il senso di attesa, che sembra un’incongruenza dal momento che le cose passate sono ormai date, certe, accadute una volta per sempre: eppure, in questa poesia del sogno il passato si libera dagli schemi e diventa vita da vivere, infinite volte e con infinite possibilità, pur nella lucida consapevolezza che è finito e che non tornerà.

Ad esprimere questa particolare forma di surrealismo sono le libere associazioni di immagini e, soprattutto, il frequente ricorso alla sinestesia come mezzo per rendere la multiforme suggestione del momento, estensione dell’anima da respirare e possedere nel silenzio e al di fuori del tempo. Uno dei quadri più emblematici di questa poetica del sogno-rimembranza è “Per sentire che va bene”, descrizione di un istante dove la fuga dalla realtà s’intreccia al desiderio di trovare un centro di gravità, un equilibrio, un andamento lento che dispieghi tutto con rassicurante chiarezza. Il mondo, con le sue “malerbe” ossessive e alienanti, vi appare come un puntino lontano, remotissimo, perso in qualche limbo ignoto dello spazio-tempo: “neanche un piccolo rumore, si sta bene. Neanche sembra che esistano le cose”.

Come accade spesso nella poesia del Perri, il testo comincia con una lettera minuscola, a significare che niente inizia mai per davvero: tutto ciò che avviene, in fondo, non è che la continuazione di qualcos’altro. In questa evocazione, il senso di attesa si evidenzia con particolare intensità: ciò che si aspetta è lo “star bene” che nasce dall’accordo perfetto tra la sfera sensoriale, il mondo interiore e la realtà esterna. E come raggiungere questa dimensione ideale? Senza fretta; senza alzare la polvere, scendendo piano le scale, abitandosi con gentilezza. Scegliendo attentamente ogni gesto per la sua capacità di dare e creare armonia: nel parlare, ad esempio, le parole dovranno essere staccate con cura, la voce dovrà avere “il profumo della terra impastata col vino”. Ecco la scia perfetta nella quale ogni anima potrà rivivere sé stessa ogni volta, cercando di “entrare nello scatto giusto” con un amore e una dedizione che appartengono soprattutto alla capacità di vibrare, dentro e insieme alle cose.

Donatella Pezzino

Per sentire che va bene (di Giovanni Perri)

da quassù nessuna malerba: neanche un piccolo rumore, si sta bene. Neanche sembra che esistano le cose.
Mi avevi detto: -aspetta l’aurora, e vedrai ogni piccola luce tremare.
Se fosse tutto un piano scriverei un frammento di fuga, però non alzerei la polvere.
Capisci, bisogna sistemare i piedi, sempre, nella vita, scendere piano le scale, entrare nello scatto giusto: tremarci dentro almeno per un poco, ed io comprendo ogni piccolo umore; ogni piccolo nodo di luce e stacco con cura ogni parola:
-e poi la voce, deve avere il profumo della terra impastata col vino, mi dici:
-uno deve raccogliersi, mettere a fuoco, scendere,
abitarsi con cura:
-per sentire che va bene, devi vedere che tutto si tiene. 

 

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