Letture incrociate: Giovanni Perri legge Donatella Pezzino

C’è una particolare magia che rende il tessuto poetico di Donatella Pezzino qualcosa di veramente speciale; un merletto alzato dal vento: la dolce nitidezza di un verso che resta lì a galla di sensazioni mai completamente svanite: un verso in cui persino i silenzi fanno un suono bellissimo e l’aria attorno si veste di aromi portati da chissà quali ricordi. Tu leggi una sua poesia e poi stai lì a sentire qualcosa che ti manca dentro: una dolcezza che fa del mancamento un’aggiunta alle tue malinconie, ai nodi rimasti irrisolti, alle pieghe mai realmente sistemate di ogni tua ferita; agrodolce tessitura di immagini venute a prendersi qualcosa del tuo tempo in un istante di muti rancori, di abitudini, di umori e odori lasciati a riposare da qualche parte e ora risaliti su una pelle che brucia. Perché è una poesia epidermica la sua, tenuta insieme da una geografia perfetta di memorie quasi tattili, ancorate a uno scivolo, di schiene che si parlano e di bocche che tacciono in un bacio mai avvenuto. Se devo ricercare una traccia, un sentiero in questo nudo disporsi di lettere quasi venute dall’acqua, direi che è addirittura poesia embrionale, capace di accogliere e sedimentare il segreto di ogni minimo dolore,  per dargli il fiore più bello, invisibile, pluviale e amniotico come un sogno volato ad occhi chiusi; o dove semplicemente torniamo, per vederci meglio, per sentirci piangere o ridere o impazzire d’un amore andato. Poesia di andate e ritorni, quindi, senza nessuna meta o per tutte le mete; sola danza dei cuori all’unisono, messi all’incrocio dei venti o annegati per sempre in uno specchio di voci che non ci lasciano mai; questa poesia in cui ogni vocabolo pesa, eppure tutto resta sospeso, inclusi noi che restiamo fermi dopo aver letto, come si sta fermi su un treno che ci porta; ed è il nostro animo, il treno: sogno di sabbia e grafite, a decantare, a svanire, a ritrovarsi  in ogni altrove possibile.

Giovanni Perri

*

Tutto già visto (di Donatella Pezzino)

 

Tu e le tue partenze a strappo.

Tu e la tua paura di cadere nei sogni,

tu che ami l’aria gialla di qui

perché ti ricorda l’Africa; tu

dio dei treni sudici, tra il caffè e i cieli di carta vetrata

sbattuti contro i finestrini. Come la terraglia, sai

ho imparato a decantarti. Io chiusa,

ravvolta; le lenzuola, un bozzolo. Indistinti

i contorni delle labbra; un sorriso

dimenticato

sotto la matita scura

 

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