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L’ora (legale) dello scrittore

dove cambiava l’ora interminabili vuoti si spostavano
e i silenzi, dopo i silenzi, calcoli esatti della luce.

Guardai dalla finestra, non c’era il solito viavai
l’aereo delle sei e l’alba nella sua ferita bianca
specchi senza figura, sogni, insegne, mani sintonizzate
sulle tazzine da caffè ed io l’azzurro intero dove un niente:

potevo dominarlo -il tempo- meccanica di un dio,
fabbricare un dolore perfetto, una piccola gioia
uno spazio di muta intuizione come un rientro del sonno
stare in un cinema, essere vivo o morto come un’ombra poggiata sul mare.

E’ questo fiuto antico di figure che mi tiene
come se fosse un fuoco nella testa il tempo, una frattura dell’alba, una voce nel buio io troppo mondo, troppo confine
prendermi in un’assenza a caso e darmi un nome,
finire in una storia di parole:

una ragione questa o un’altra per cui scrivo.
Mentire. Perché passi. Perché si senta che passi.
E poi mettere un chiodo
Cambiare l’aria alla stanza
Sistemare i libri
Uscire con la bici nel sole.

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