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LUANA, O QUALSIASI CITTÀ INFETTA

Le cascate scese giù dai miei occhi come perle. Ho pensato che la pioggia fosse l’unica causa. I bar lampeggianti, gli occhi di qualcuno, luminosi come Venere. I tuoi jeans di pelle lucente.

Me ne sono andata, l’aereo si spiega nella tempesta, sono in questa città dal nome corto ed ogni colore ha il sapore degli assassini stesi a terra ad ascoltare le vespe succhiare qualunque cosa, il mio cuore infetto, muovendo la testa per questa città, per questo stato della mia mente divisa in due, in tremilacinquecento. Un quadro di Basquiat sopra di me e tu a novanta sotto le mie dita ti sei girata e mi hai chiesto Come ti chiami? Ed io ti ho sorriso o forse sei stata tu a spogliarti per prima e le case ci sono sembrate tutte vicine con il fumo in gola le 6 di notte la mia famiglia lontana a dormire ignoranza sopra guance rosa, la camomilla e migliaia di siringhe iniettate nei nostri occhi per renderci psichedelici per cospargerci di piano forte e limoni ogni sera, sopra asciugamani d’hotel prezzo due, sopra mini-bar puttane vestite di fiori e sgommate di sperma sopra i muri, qui sono morta e tu m’hai prestato la tua maglia con la scritta invisibile sopra che solo i neri coi denti d’oro hanno capito quando ho dato una manciata di soldi ad un trombettista sordo. Adesso annaspiamo sopra un marciapiede e il juke-box ci parla sempre della stessa storia, con una pila di libri che non abbiamo ancora letto e uno schizzo di sangue su una parete del nostro soggiorno in periferia, al centro di ogni angolo in cui abbiamo vomitato con le cuffie nelle orecchie catapultate in metropolitane signore senza denti canne venute male i miei fianchi nelle mani di un operaio prezzo tre e la notte scivolata dentro ai nostri denti tu che mi fai le trecce e le nostre lingue la saliva come mille bottiglie d’acqua calda siamo assetate e vogliamo correre e dietro di noi sempre quegli assassini ed i miei ricordi che oramai sono una bolla dissolta la Scozia, l’Inghilterra, ho preso un treno e sono finita dritta all’inferno dentro alle tue tasche, e quel quadro che ho sterilizzato dentro alle fosse del mio  viso morto che non vedo da mesi o forse sono dieci anni che mi sento un dinosauro disperso nella città, sono scappata e correndo ho lasciato via diari, i miei chilogrammi, le labbra nere di Ken Kesey, la statua del poeta chinato in avanti, le colombe, i topi morti che ho sepolto e poi mangiato, ed il tuo amore, assenza d’ogni cosa e i cazzi e qualsiasi tipo di palla mancante, qualsiasi tipo di scopata febbrile, e io e te sul marciapiede in mutande, ed il sole fucsia o forse la luna che non riconoscerò mai più e le cascate giù dai miei occhi come perle. Ho pensato che la pioggia fosse l’unica causa. I bar lampeggianti, gli occhi di qualcuno, luminosi come Venere. I tuoi jeans di pelle lucente.

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Veronica Falco

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