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Lungo Tevere (di Dafne Rossi e il Ninja – parte 3)

 

123.

Lago di Corbara

Attraversarono il fiume e stavolta passarono sotto la ferrovia. Di fronte a loro, un paese. Baschi. Uno di quei paesini medievali tutto in pietra arrampicato sulla roccia. Era ancora mezzogiorno. Andarono verso un ristorante che il Ninja conosceva. Lunedì chiuso. Fecero un giro per il paese. Sotto gli edifici in pietra e gli archi, c’era parecchio fresco. Passò una vecchietta, forse era cieca perché si muoveva con un bastone. Li sentì però. Chiese loro se era la prima volta che venivano là e  insisté che dovevano visitare la chiesa in fondo alla viuzza se non l’avevano già fatto.

Non vi andarono però, tornarono sulla piazza, dove c’era una terrazza da cui si poteva ammirare un bel panorama e riempirono le borracce alla fontana.

Continuarono. Arrivarono al lago di Corbara.

Era questo un lago artificiale formato da una diga sul fiume. Una distesa d’acqua enorme, bloccata in un unico punto, che da sola serviva a dare elettricità probabilmente a tutta la regione. Un luogo dichiarato a rischio di attacco terroristico dopo che nel 2001 si era diffusa questa nuova paura, e proprio a partire da quell’anno, chiuso al pubblico: infatti, l’accesso al ponte che lo attraversava era sbarrato. Il panorama era stupendo, si saliva sempre più e sotto, in mezzo alle montagne l’azzurro. Sembrava quasi di stare sul mare.

C’era un ristorante con bella vista sul lago. Naturalmente chiuso. Così ripresero il viaggio. La strada saliva e saliva, il pomeriggio avanzava, erano le ore più calde. Sopra la testa il sole e giù molto più in giù l’acqua.

Attraversarono una protuberanza del lago e andarono avanti. Videro le indicazioni per Ponte di Cuti, una frazione di Todi.

Todi era il paese che volevano evitare a tutti i costi. Dire che stava in alto era poca cosa. C’erano tornanti e tornanti da superare per arrivarci.

A un certo punto il lago rimpiccioliva e il Tevere riprendeva il suo corso normale, restringendosi parecchio. Passarono per un ponte di ferro chiuso dove era scritto “Proprietà privata”. Al di là doveva esserci una qualche riserva forse di caccia, e si vedevano ogni tanto volare dei grossi falchi. Attraversarono il fiume più in giù.

Dopo qualche chilometro c’era un altro ponte (Ponte di Cuti, appunto). Al di là qualche casa e un bar. Chiuso. La strada prometteva altri chilometri e chilometri senza traccia di luoghi per approvvigionamento cibo, sui cartelli, infatti, bar e ristoranti apparivano lontani. Così si rassegnarono ad arrampicarsi sulla collina in direzione di Todi. Dopo un tempo non ben definito in cui Assunta non riusciva nemmeno a stare seduta sulla bicicletta e la spingeva a mano anche dove la pendenza diminuiva, videro un cartello apparso come per incanto: Todi, 2 chilometri.

Un po’ rincuorati, ripresero a salire. Incontrarono un vecchietto.

Durante viaggi di questo tipo bisogna fidarsi sempre dei vecchietti e delle signore che si incontrano lungo la strada. L’uomo chiese loro dove fossero diretti e, dopo averli incoraggiati disse: “Ci vuole ancora un po’.”

Infatti, passati abbondantemente i due chilometri, si incontravano altri cartelli che indicavano ancora Todi tra 2 Km. Un ragazzo li indirizzò verso la strada giusta, poiché se avessero seguito le indicazioni la salita sarebbe stata peggiore, i cartelli infatti servivano per chi volesse prendere la navetta che portava in cima (peraltro i 2 Km si riferivano alla fermata, non ancora al paese). Camminarono ancora per un po’ e finalmente la Madonna intercedette per loro: apparve un’enorme chiesa.

Arrivati ai piedi della chiesa, circondata da un grande prato, videro una terrazza da cui si poteva ammirare il paesaggio e una strada con nuova indicazioni per il centro.

Il centro di Todi è ancora lassù che aspetta i due viaggiatori i quali non vi arrivarono mai. Per poterlo vedere, Assunta comprò una cartolina che lo raffigurava, e che il giorno dopo spedì al fratello dal paese vicino.

Si fiondarono nel primo bar che videro accanto alla chiesa, che quasi miracolosamente era aperto come se aspettasse solo loro e mangiarono tutto ciò che poterono, comprese le fragole con la panna.

Una particolarità di questo bar era il bagno. Esattamente in linea con le descrizioni che Stefano Benni dà dei bagni dei bar sport: introvabile.

Bisognava uscire dal bar e rientrare da una seconda porta sulla sinistra che conduceva ad un corridoio. Ignorate le prime porte che si aprivano sul muro di destra, si entrava dalla terza. Si arrivava in una stanza larga, dove si aprivano ancora parecchie altre porte. Almeno un paio di queste erano i bagni.

Lasciato il bar, si sdraiarono sul prato davanti alla chiesa a riposare un po’. Non passarono nemmeno pochi minuti che alle loro orecchie giunse un ronzio di motore.

Bisogna sapere che in quelle terre verdi e fertili, questa era la stagione dell’erba alta. Gli abitanti avevano in quel periodo un unico passatempo che li appassionava evidentemente parecchio: tagliare l’erba. Così proprio quel giorno era stato scelto per rifare il prato. Per fortuna il tizio era ancora lontano da loro, ma il silenzio fu rotto del tutto.

Proseguirono finalmente in discesa. Naturalmente lungo la strada apparvero tutti i ristoranti, agriturismi, bar e tavole calde, pasticcerie e gelaterie, promesse dai cartelli durante l’arrampicata. Erano saliti dalla parte sbagliata della collina. Se ne fecero una ragione, ormai erano sazi e proseguirono. Dopo qualche chilometro di tornanti, presero una lunga strada in discesa che proseguiva dritta senza curve e aveva una pendenza terribile. Arrivati quasi in fondo, si fermarono a guardare la cartina. Se fossero andati avanti sarebbero arrivati sulla superstrada. Loro non potevano assolutamente prenderla. Sarebbe stato pericolosissimo. L’unica possibilità era risalire. Praticamente un suicidio, anche volendo trascinare le bici a mano.

Ora, bisogna sapere che non è solo la Madonna ad apparire ai viaggiatori in difficoltà, ma ci sono varie divinità o entità, non importa di quale grado siano, che usano tutti i poteri a loro disposizione per rendere la vita più semplice a chi marcia per chilometri e chilometri. Il dio che accompagnava i due ciclisti era il Tiberino, dio del fiume. Evidentemente pentitosi di averli fatti penare così tanto per trovare un luogo dove mangiare, decise finalmente di venire loro incontro. C’erano due vecchietti in un campo sul bordo della strada. Inizialmente gli dissero di seguire la superstrada per un paio di chilometri per uscire poi su una via secondaria. Quando capirono che con le biciclette era impossibile prendere la superstrada, li indirizzarono verso un bivio da cui si raggiungeva un sentiero bianco non asfaltato. Bisognava solo risalire ma di pochissimo, appena qualche metro. Così, scampato il pericolo, i viaggiatori proseguirono.

Passarono sotto la superstrada e ripresero la vecchia via Tiberina, anch’essa non asfaltata. Si ritrovarono di nuovo in mezzo ai campi. La strada si biforcava: da un lato arrivava ad un vecchio casale, dall’altro saliva a perdita d’occhio. Presero la prima via, ma oltre la casa non continuava e per di più si dovettero allontanare immediatamente per non finire inseguiti dai cani che già iniziavano ad abbaiare. Cominciarono così ad arrampicarsi nell’altra direzione, non troppo convinti. Allora il dio Tiberino venne loro di nuovo in aiuto. Si materializzò sotto forma di ragazzo su un’apetta, che veniva verso di loro. Lo fecero fermare e gli chiesero dove portasse quella strada. Disse loro col suo accento ormai decisamente ternano, che dovevano salire ancora un po’, circa 500 metri. Poi la strada iniziava a scendere, arrivava a un ponte attraversato il quale si giungeva a Fratta Todina.

Dopo almeno un chilometro in mezzo a un bosco, (fecero sicuramente più di 500 metri) la strada scendeva e si reimmetteva sulla provinciale. C’era un bivio, senza naturalmente alcuna indicazione. Girarono sulla destra, chiedendo aiuto al navigatore satellitare sul telefono del Ninja. Dopo un po’ si accorsero che avevano sbagliato direzione e tornarono indietro. Trovarono finalmente il ponte sul fiume e arrivarono a Fratta Todina. Il dio Tiberino li aiutò ancora. Passarono da un parco giochi e chiesero se c’erano posti dove dormire in quel paese. Una donna disse loro che lì non avrebbero trovato niente, ma a Marsciano c’era sicuramente un bar con affittacamere. Erano sette chilometri in pianura. Così come il concetto di chilometro, anche quello di pianura era abbastanza relativo in una regione dove le pendenze erano estreme. Per fortuna, però, in quel caso pianura voleva dire discesa, perciò per i primi chilometri furono molto facilitati e andando a tutta velocità, riuscirono ad arrivare a Marsciano prima che il sole calasse definitivamente. Trovarono effettivamente l’affittacamere e per quella notte si arrangiarono così.

 

26.Marsciano

Marsciano era un paese più grande di tutti quelli che avevano visto prima ed essendo vicino Perugia, c’era già un’atmosfera di città. Il paese dei laterizi, scriveva l’insegna e infatti tutti gli edifici storici erano costruiti in mattoni. Fu da lì che Assunta spedì la cartolina che aveva comprato a Todi.

 

La mattina, nella hall in penombra dell’edificio in cui avevano dormito, aggiustarono la bicicletta di Assunta, dato che durante l’ultima pedalata verso Marsciano il pedale aveva cominciato a traballare. Dopo aver fatto un giro per il paese ripartirono.

Usciti da Marsciano il pedale tornò a muoversi, così si fermarono davanti a una casa proprio sulla strada, dove un vecchio signore stava trafficando nel suo garage. Aveva attrezzi di tutti i tipi e li mise loro a disposizione. Così scoprirono che il problema era dovuto alla corona e con un pesante pappagallo il Ninja riuscì ad avvitarla per bene. Il pedale non si mosse più.

Ripresero il viaggio. Ormai Perugia era vicina e la strada era tutta in pianura. Assunta correva perché aveva fretta di arrivare. Si fermarono a un cimitero e fecero scorte d’acqua. Due signore chiesero loro dove fossero diretti e gli dissero che se volevano vedere un posto bello dovevano andare per forza ad Assisi.

Nei pressi di Perugia iniziarono i problemi. Dovevano andare dagli zii di Assunta, che vivevano in un quartiere che Assunta non conosceva, si ricordava soltanto il nome della via e sapeva che era situato più in basso rispetto al centro della città. Questo li portò in errore, poiché si affidarono al navigatore satellitare. Si arrampicarono per pendenze estreme, facendo un sacco di fatica ad avanzare portando la bici a mano. In poco tempo erano saliti tantissimo e quando videro il cartello “Perugia”, la strada continuava a salire in mezzo a case sparse sulla collina. Tutto intorno naturalmente verde. Il sole era a picco, era l’ora più calda del giorno. Arrivarono fino al centro della città, poi scesero ma di poco e uscendo finalmente dal groviglio di strade e stradine, arrivarono a Monteluce, uno dei quartieri più alti di Perugia, situato quasi alla stessa altezza rispetto al centro della città. Il ninja disse ad Assunta che se le avesse detto subito il nome del quartiere che lei non ricordava, sarebbero potuti salire per i tornanti, che avrebbero un po’ spezzato la ripida pendenza. Ma ormai erano arrivati e poco importava. In cambio delle loro fatiche, furono ospitati per quel giorno dagli zii di Assunta e non ebbero problemi né per mangiare né per dormire. Il pomeriggio freschi e riposati fecero una passeggiata nel centro storico.

Perugia, cittadina molto carina in cima alla collina. Perugia, città di artisti e musicisti che cercavano con la loro arte di opporsi alla morte generale della cultura. Perugia, città di massoni che controllavano tutto ciò che succedeva o non succedeva. Perugia, città di studenti. Perugia fatta di salite e scale mobili, dove però, le biciclette cominciavano a prendere piede, adeguandosi alle pendenze mostruose. I due arrivarono, dopo molto camminare, davanti a un portone rosso, sopra il quale c’era scritto “Ciclofficina”. Era chiusa, ma vi era affisso un volantino che lanciava un incontro rivolto al pubblico per conoscere i pregi e i vantaggi della bicicletta a pedalata assistita.

 

8.Dopo Perugia

Il giorno dopo, scendevano per i tornanti. Il primo cielo della mattina era grigio e coperto di nuvole. A tutta velocità superarono la collina e in breve si ritrovarono di nuovo a valle. Si fermarono in un bar/alimentari con tavolini, a prendere un pezzo di pizza bianca con la cipolla, che da quelle parti chiamavano schiacciata. Assunta non si sentiva molto bene a causa delle mestruazioni che le erano venute proprio quel giorno e andò subito in bagno. Aprì la prima porta che trovò ed effettivamente al di là vi era il gabinetto anche se non era indicato da alcun cartello. Vi si fiondò dentro, non potendo trattenersi. Quando uscì, mentre era seduta al tavolino, la proprietaria del locale, davanti a tutti, le chiese se fosse stata lei ad entrare in bagno, lasciandolo sporco e dimenticando la luce accesa. Le precisò che il bagno era privato, che era maleducato entrarvi senza permesso, che nelle case degli altri così non si fa. Assunta era arrabbiatissima, per colpa del ciclo lo era anche più del normale e avrebbe voluto urlarle contro, ribattere che nella sua casa non si vendeva roba da mangiare, e che se in un locale con tavolini il bagno dovrebbe essere obbligatorio per legge, ma si trattenne, si alzò, andò in bagno, lo pulì per bene, spense la luce e senza aspettare oltre le provocazioni, prese la borsa e uscì.

Ora quella donnina avrebbe avuto da parlare con le comari del paese per i prossimi anni, di una maleducata che usava il bagno altrui senza permesso e senza riguardo alcuno.

Dopo qualche chilometro si fermarono a un bar. Stavolta, la ragazza al banco fu un vero angelo, capì al volo la situazione e si affrettò ad aprire il bagno prima ancora di dar loro il te.

Riattraversato il fiume, Assunta si sentì meglio e proseguì il viaggio più tranquilla. Erano ora su una strada in mezzo ai boschi. Era una parte del percorso indicato come cammino di San Francesco ed era segnato sui cartelli come pista ciclabile e per cavalli. In realtà il traffico non era vietato, era solo intimato agli automobilisti di stare attenti al passaggio di “altri veicoli”. Passarono per diverse tenute appartenenti tutte alle stesse famiglie. Case di campagna, circondate da immensi campi, un tempo probabilmente abitate dai membri delle famiglie proprietarie, dalla servitù, i contadini, con le dispense e la legnaia. Ora non c’era più niente, erano solo capanni per gli attrezzi agricoli e il lavoro di centinaia di persone era svolto da un solo trattore. Poi la strada si perdeva tra i boschi. Sopra di loro avevano le montagne e al di sotto in mezzo ai rovi, appariva l’azzurro del fiume. Arrivati alla fine di quella strada ripresero per un pezzo quella principale e poi deviarono per una via che era segnata come interrotta. Con le biciclette passavano ugualmente, e anzi erano più tranquilli per l’assenza di automobili. Presto scoprirono la causa dell’interruzione: una frana. Loro vi passarono in mezzo e arrivarono presso un altro ponte, ad Umbertide. Lo attraversarono e andarono a mangiare.

Alla trattoria assistettero ad una delle discussioni più agghiaccianti che si possano ascoltare nelle province dell’entroterra italiano. C’era un gruppetto di “maschietti” medi italiani seduti intorno a un tavolo. Oggetto della discussione: le puttane. Problema: se costasse di più andare in un nightclub o pagare una escort per tutta la giornata.

Assunta per la seconda volta trattenne a stento l’arrabbiatura, e la voglia di tirare contro quei quattro qualche oggetto contundente.

Dopo Umbertide mancavano pochi chilometri ormai per l’ultima tappa del giorno. Dovevano arrivare a Città di Castello. Non furono i chilometri a stroncarli, ma più di tutto il traffico della provinciale e il vento contrario.

Arrivarono alle porte di Città di Castello talmente frastornati che dovettero fermarsi su un prato sul ciglio della strada sotto un enorme cartellone pubblicitario. Intorno a loro c’era un rumore infernale, ma oltre la strada c’erano le colline verdi e fertili, tutte al loro posto che emanavano una calma totalmente fuori luogo viste dalla strada trafficata.

Prima di entrare in città attraversarono ancora una volta il Tevere.

 

9.Città di Castello

Città di Castello era una cittadina medievale, circondata da mura con due porte: da una si entrava e dall’altra si usciva dalla città storica. Era più grande rispetto agli altri paesi dell’Umbria, ma si respirava comunque l’aria del paesino. Era una città ricca, di gente ricca, ma solo se del posto: chi veniva da fuori aveva poche possibilità di sopravvivere. Tutto costava carissimo, pure ciò che si vendeva al mercato.

Era una città molto fredda con le case dai muri spessi e in pietra, riscaldata dai camini e dalle stufe a legna, anche ad aprile.

I due viaggiatori furono ospitati dall’ex compagna del Ninja e si concessero un giorno di riposo.

Così, la mattina dopo, girarono un po’ per il centro, tra i vicoli. In piazza c’era uno stand della Lega Nord, a breve ci sarebbe stato il comizio del vicepresidente del partito e tutti i pensionati della città si erano riuniti intorno allo stand. Assunta e il Ninja restarono a guardare. Volevano studiare la situazione e cercavano di prenderla a ridere per non cominciare a piangere.

Il comizio durò tre minuti. Tre minuti di cazzate, ma dette in modo convinto, semplice e apparentemente chiaro, con parole che colpivano dritto nel cuore di tutti quei pensionati che avrebbero voluto davvero vedere abolita la legge Fornero sulle pensioni, che credevano davvero che i loro figli non avevano lavoro per colpa degli immigrati, che l’euro fosse l’unica causa della crisi e che lo stato ci avrebbe guadagnato un bel po’ di soldi se le prostitute fossero state regolarizzate. Il politico parlò infatti di stranieri, ci tenne a specificare che non voleva cacciare gli immigrati per una questione di razzismo, ma perché il lavoro non c’era nemmeno per gli italiani, figuriamoci per loro. Sorvolò naturalmente sul fatto che gli stranieri si facevano sfruttare per pochi spicci per lavori che nessun Italiano avrebbe mai accettato. In quanto alle prostitute, disse che rispetto ad altri paesi, in Italia aveva visto donne trattate in maniera brutale, aveva assistito a scene vergognose e che per evitare questi atteggiamenti, ci voleva una legge che regolarizzasse la prostituzione.

Ma forse non tutti credevano davvero a tutte quelle fandonie, magari la maggior parte era lì ad ascoltare un po’ per cortesia, un po’ per mancanza di altro da fare.

Comunque c’era da imparare a sentire parlare certe persone e vedere l’effetto che le loro parole avevano su chi le stava a sentire. Erano dinamiche di cui bisognava tenere conto. Non per condividerle, ma proprio per capire come combatterle.

 

Pieve Santo Stefano

Lasciata Città di Castello i due proseguirono verso Pieve Santo Stefano. Erano ancora in pianura e infatti anche quella giornata fu tranquilla.

Attraversarono il Tevere e arrivarono a un bivio. Naturalmente niente indicazioni. Una strada passava sotto la superstrada, l’altra andava dritto chissà dove avvicinandovisi pericolosamente. Optarono per la prima. Un vecchietto su una vecchia bicicletta senza marce, disse loro di andare nell’altra direzione che da là non si passava. Così svoltarono per l’altra via che, scoprirono, passava anch’essa sotto la superstrada. Oltrepassato il fiume, videro che la strada che il vecchietto gli aveva detto di evitare, continuava su un ponte antico sul fiume, arrivava su un sentiero bianco che a sua volta si interrompeva e continuava sulla via asfaltata sulla quale si trovavano adesso. Era strano che il vecchio li avesse sviati poiché il ponte sembrava ancora in buono stato. Continuarono per una via di campagna e riattraversavano il Tevere in un punto dove si creava una secca proprio in mezzo. Da qua in poi, il fondo del fiume sarebbe stato roccioso e l’acqua iniziava a diventare sempre meno. Si andava nell’alta valle del Tevere.

In mezzo ai campi videro una casa di pietra con una croce sopra. Non era una casa. Una donna confermò loro che era una chiesa e aggiunse che c’era un morto dentro. Per rispetto del morto, a dispetto della loro curiosità non entrarono e proseguirono. Ormai erano definitivamente in Toscana, regione dell’acca aspirata, dei casolari di campagna in pietra, delle verdi valli, le vigne e ancor più che l’Umbria, gruppi di case in mezzo alla campagna identificate come paesi o frazioni di essi.

Oltrepassarono una casa davanti alla quale c’erano in mostra diverse biciclette, per lo più da bambino, che si vendevano, mentre, di fronte ad esse erano esposte spalliere metalliche di letti.

Un cartello diceva “area videosorvegliata”, evidentemente nel caso qualcuno si fosse sognato di rubare qualcosa. Non riuscirono ad accertare la veridicità del cartello. Era tutto deserto.

Più avanti videro un’altra chiesa; anch’essa si poteva tranquillamente scambiare per una casa. Sbirciando attraverso le crepe nei muri, sembrava tutto in rovina: le panchine rotte, i muri crollati, le ragnatele e i rovi che crescevano dappertutto. Era chiusa e un cartello diceva che si trattava di una proprietà privata ed era proibito entrarvi. In realtà chi aveva messo quel cartello voleva evitare semplicemente di assumersi ogni responsabilità nel caso che chi si fosse addentrato all’interno dell’edificio si fosse fatto male; infatti, una donna che passava di là disse loro che la chiesa veniva aperta regolarmente e vi si svolgevano anche le messe.

Continuando sulle strade bianche, arrivarono nei pressi di un piccolo lago. Si fermarono a riposare e si sdraiarono sull’erba.

Avete presente quelle storie di Paperino, in cui lui si mette sulla riva del lago a pisolare, sotto il sole del primo pomeriggio, e in men che non si dica si raccolgono le nuvole e comincia a piovere?

Ebbene, così successe ai due viaggiatori: si stesero con il sole a picco su di loro nell’ora più calda del pomeriggio. Nel giro di pochi minuti le nuvole coprirono il cielo e furono sopra di loro. Così si rialzarono e ripresero il cammino. Arrivarono vicino al fiume, scoprirono una bacheca su cui era disegnata una mappa muta della zona in cui si trovavano, era un’area protetta. Ma non c’erano nomi, né indicazioni di alcun tipo.

 

 

di Dafne Rossi

 

47.laghetto

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