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nota di lettura di Giovanni Perri a “Non leggerai” di Antonella Cilento

Finisce bene agosto, per chi abbia nel cuore quel minimo di speranza e creda ancora nel bisogno di proteggersi da barbarie in continuo rispolvero.
Ho appena terminato la lettura di “Non leggerai” di Antonella Cilento (Giunti 2019) e già vi avverto che possiamo salvarci. Già, perché un libro, un buon libro, ha assolto il suo compito di raccontarci il male della nostra età nel modo migliore possibile.
Col suo tenore livido e visionario, con la sua acuta e disinvolta leggerezza, Antonella ci porta in un altrove non lontano per pungolarci, ammonirci, sulla cosa che dovrebbe starci più a cuore: leggere; e dunque sul più ampio bisogno di conoscenza, di necessità e di amore per la cultura quale strumento di crescita irrinunciabile e insopprimibile. Ed è un po’ la trascrizione letteraria d’una missione, la sua, per la quale spende la vita scrivendo, discutendo, instancabilmente insegnando a leggere.
Siamo a Napoli in un futuro immaginato nei tratti plausibilmente verosimili a una deriva (già ampiamente avvertita) e un occhio tenta il focus dandosi una rappresentazione stravolta ma per nulla arbitraria o gratuita della realtà.
Banditi i libri da tutte le scuole, sequestrate e distrutte tutte le librerie e le biblioteche, la conoscenza passa attraverso i canali del web. E così anche la morte diventa macabro desiderio, volto deformato e imprendibile nello specchio del tempo.
Scolaresche afflitte e paghe d’un loro virtualissimo vuoto inscenano teatrini vacui e melensi in strutture predisposte al nulla in una quasi comica simbiosi di strumenti, costumi e usi. Gesti, azioni, umori, si perdono nel ginepraio di banali gironi senza uscita. Linguaggio e apprendimento sviliti nel corpo tecnologico sotto l’imperio d’un divieto si fanno beffe di noi a ritmo di scialbi slang. Faccine istupidite si guardano stordite dai monitor.
Antonella ricrea spazi umani e sociali per dire dunque l’annichilimento, nello scenario di una ipertecnologica deriva delle menti e delle sensibilità, della civiltà in un suo futuro non troppo lontano. Mette nel corpo del romanzo nomi e visi, desideri, speranze, paure, atteggiamenti, tic, pulsioni adeguatissime al nostro presente ma formidabilmente accese da una fantasia creatrice, puntualmente ironica, che guarda oltre e tremando di verità, reinventa. Ma mette sopratutto loro, i libri, Corpi del reato, Dei scomparsi, Demoni solitari, Figure dell’ombra e della luce.
Poi ci sono loro: Help e Farenàit, i due motori del romanzo, le anime avventurose: due ragazzine curiose che si ritrovano con questo patrimonio di libri tra le mani in piena oscurità. E cominciano pian piano a vedere. Escono dal mal bianco avrebbe detto Saramago.
Nascondono una bara con dentro centinaia di testi a un passo dalla tomba di Virgilio, guarda caso, e leggono, come per resistenza, malattia, ribellione.
Ecco dunque il percorso per il nostro lettore: auto volanti che rubano bare con dentro Loro, gli scomparsi: Bulgakov, Tolstoj, Flaubert, Conrad, Stevenson, Dostoevskij, Austen; gang disconnesse e disorientate in cerca comunque d’una morale (umana e letteraria), d’un contagio che alla fine arriva come una redenzione; strambi condòmini scrutati dai ponteggi come gatti in cerca di padrone; sotterranei, grotte, case segrete incassate nel pendio rovinoso del tempo (proustiano, ça va sans dire), e dentro una donna, anziana, bella, che nasconde l’oro negli scaffali. Sul comodino sembra di vedere gli occhiali nuovi di una bambina. La mano che da vecchia li prende, di nuovo capisce.
C’è questa vorticosa follia nel cuore di un libro, quest’urto labirintico così simile a un battito nascosto. E ad ogni battito si riconosce un motivo per dirsi mille volte vivi e pieni di speranza.
Non Leggerai è dunque un atto d’amore, un atto di resistenza e speranza. ma forse, prima di tutto, un atto di denuncia.
Ecco perché dobbiamo leggerlo.

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