Nota di lettura di Giovanni Perri al romanzo di Massimo Luongo “C’è sempre qualcuno che resta deluso”

Tenersi scoperti alle intemperie della vita è forse il segreto della vita stessa, il suo nugolo magico: la malìa sfuggente di esserci per ritrovarsi, ogni volta, rinnovati in qualcosa o in qualcuno; è il desiderio non pago di difendersi senza attaccare, includendo, incorporando, ferita su ferita, affanno, pena, sgomento, mettendo se stessi nel grande bagaglio del mondo verso destinazioni ignote, in quel caleidoscopio di passioni che è la vita.
Così è il signor Tramontano: uomo accogliente in un dovunque di luci interiori, tremore dell’aria nel buio di una ferita che lo smuove alla ricerca di altre possibili ferite da sanare; un uomo che ama prima ancora di essere amato, perché, forse, ha trovato la strada nelle sventure di chi la vive, senza chiedersi dove porti, col solo gusto di perdersi in indizi di esistenza: lamenti, spie, gioie inattese; e ancora passioni, tormenti, inganni, vizi caduti a gocce in ogni piccola soglia d’amore.
E la storia che il lettore trova in queste pagine è un lento dispiegarsi di soglie, ciascuna in qualche modo legata a un confine da ridisegnare sempre, tutte conchiuse in un gorgo di tristezza e gaudio, goliardia e rancore, compassione, desiderio e speranza con cui si gioca, a carte scoperte, la partita della vita.
E sono i legami: grovigli del sangue nella loro complicata meccanica, riottosa, livida, indispensabile cura alla sua stessa malattia; gli affetti che attaccano le voci alla pelle, entrano nelle ossa e muovono i corpi come se fossero sogni in cerca di riparo, porte che si aprono e si chiudono, articolazioni del sonno.

Romanzo esistenziale forse, “C’è sempre qualcuno che resta deluso”, con cui Massimo Luongo sigilla, per le edizioni Guida, il suo esordio narrativo (2018), è un lucido, appassionato scavo alle radici di un dolore; romanzo sentimentale (senza sentimentalismi) dove si osserva lentamente germogliare il senso di questo dolore fino alle pieghe più estreme, col tatto e la profondità di una voce che ricava dalla poesia le sue essenziali dosi di appiglio. Rami che sono vene e dicono il sangue del tempo, l’impossibilità di compiersi se non a strappi e rimarginature, a lente emorragie di sogni che accompagnano e scrivono, come una musica, giri di vite malinconiche e frante, fatte di vino e resina, foglie che resistono o si staccano, dardi improvvisi che spaventano e inchiodano come bugie necessarie o come altrettante indispensabili verità.
Scritto con grande onestà di lingua non impastata di arguzie o barocchismi ma ordinaria e colloquiale, pure abilissima a riavvolgersi su un pentagramma jazz, il romanzo si dà in immersioni e risalite, con improvvise svolte tra gli animi di personaggi perfettamente scolpiti.
C’è un uomo e c’è la sua famiglia, trafitta da un lutto atroce (la morte di un figlio che mai si comprende); e c’è il lento sgretolarsi dei corpi nel calderone di un addio, ovvero di più addii, che non si compiono mai del tutto. Trame su trame quasi tenute in un incastro di ruoli a scomparsa: la moglie, figura eterea eppure presentissima come una colpa o un rimorso dal quale risolversi; le figlie, diagrammi di un duplice sguardo, bersagli e frecce delle proprie angosce, delle proprie segrete cadute, armate di logos e pathos; Guastaferro, amico di sempre, inghiottito dalla notte più lunga, finito nell’angolo più acuto del cielo dove si annidano i suoni che sono respiri di luce, battiti del pensiero; la cagnolina Frida, figura insieme reale e simbolica, forse l’anima di questo romanzo, nucleo e sintesi di una dimensione del vivere che Tramontano si tiene stretta come la più candida delle poesie; e c’è il narratore, figura addirittura ingombrante nel suo continuo dispensare codici di riferimento, occhio tuttavia indispensabile alle ragioni filosofiche e liriche del testo, nel suo cifrario di assiomi e massime che accompagnano e proteggono il lettore scuotendolo, eppure illuminandolo ad ogni crocevia, mettendolo nella pagina come dentro una chiesa.
Qui la vita è una perfetta geografia di ombre ritagliate su un cuore multiplo e solo, pessoano, dostoevskijano, tirato da una pagina di Fante o di Bukowski e messo a girare in un convento o sotto un ponte pieno di vino e prostitute, leggendo poesie d’amore, nel budello di una città inesistente, tutta labirinti e slarghi, senza cartelli, solo alberi e suoni e asfalto che si gonfia, e il vuoto via via contiene le sue frane, le sue pulsioni di andate e ritorni, i suoi gironi di velluto su cui la scrittura scivola tenendo il lettore coinvolto fino all’ultimo precipizio, fino all’ultima vertigine, sulla quale l’autore inchioda il suo occhio rorido, capace di svelare il sentimento sincero dell’amore puro.
Ed è amore di lividi e incendi, polline libero e grave di bellezza nella dispersione di un vento che comunque accarezza e conforta, nella sua religiosa propensione pacifica, come il più sincero dei doni.
Tramontano è ognuno di noi, in una qualunque pagina della vita, caduto e ritornato in piedi a forza di generosità, entusiasmo, sensibilità; figura di Amore, si potrebbe dire, Amore senza compromessi, fonte assoluta di anarchia, preghiera tenuta nella bocca, suggerita con gli occhi, rivoluzione di Verità, di una bendata, disordinata, discutibile Verità.
Buona lettura a tutti.
Giovanni Perri.

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2 commenti su “Nota di lettura di Giovanni Perri al romanzo di Massimo Luongo “C’è sempre qualcuno che resta deluso”

  1. Massimo Luongo il said:

    Devo dire che le tue parole mi hanno colpito. E’ una nota di lettura molto bella, scritta in stile poetico come ci si può aspettare da una penna come la tua: delicata, sognante e lucida al tempo stesso. Devo dire che hai inquadrato e fotografato alla perfezione i personaggi, la loro psicologia e le sfumature dell’impianto narrativo che li coinvolge. Grazie di cuore. Grazie davvero.
    Massimo Luongo

    • Giovanni Perri il said:

      è stata una lettura piacevolissima. Grazie infinite a te.
      Giovanni

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