Nota di Ivano Ferrari su “Le prime volte non c’era stanchezza” di Luigi Finucci

Dove il bambino ricorda il suo gioco: la rimembranza secondo Finucci

“Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo.”
(Giovanni Pascoli, prefazione dei ‘Primi Poemetti’, 1897-1904)

Nello “Zibaldone di pensieri” Giacomo Leopardi torna più volte sul tema del ricordo e della materia di cui è composto, che pare la medesima con cui è tessuta la trama della poesia. Per il grande padre recanatese non solo “quasi tutti i piaceri dell’immaginazione e del sentimento consistono in rimembranza” [Zibaldone 4415, 4495], ma “un oggetto è poetico solo se desta rimembranze” [4426]. Nulla sembra poter essere oggetto di poesia se non ci ricorda qualcosa, se non smuove in noi la rimembranza.
Non è pretestuoso ricordare qui Leopardi.
È nell’incipit del suo Infinito, ci fa notare Guido Mazzoni, che assistiamo alla nascita di quello che rimarrà un emblema in tutta la poesia moderna, in quel “sempre” e in quel “mi” che riconducono il valore del tempo all’esperienza dell’autore, lo relativizzano, lo soggettivizzano. Fino alla metà del novecento la maggior parte della poesia moderna ruoterà intorno a “io” e “tempo”, soggetto e tempo divenuto astorico, si legherà sempre più allo spazio mentale del ricordo, dell’illuminazione, la verità si percepirà per lampi e barlumi.
Non ci vuol molto a comprendere come il giovane Luigi Finucci (classe 1984) voglia inserirsi in questa tradizione.
Chiariamo subito riportando alcuni versi tratti dal suo “Le prime volte non c’era stanchezza” (Eretica edizioni 2016):

In punta di piedi
apro il mistero del poeta,

saluto il ritorno delle emozioni
e dietro quelle nuvole
non c’è ombra.

C’è una scala
tra le mura
dove il bambino
ricorda il suo gioco
più prezioso.

(Ricorda il tuo gioco)
È evidente che, più o meno consciamente, ci troviamo di fronte ad un manifesto programmatico. C’è l’enunciazione di una propria concezione del ruolo del poeta (che è quello proustiano della re-immersione nell’esperienza vissuta, più probabilmente dopo un oblio) e c’è il tempo privato per antonomasia che qui è quello dell’infanzia, “indefinito e vago” per dirla ancora con Leopardi e quindi intatto, miniera inesauribile di emozioni pure. È lì che l’autore vuol stare, nella modernità che Montale voleva finita a metà del novecento, quando a suo dire sarebbe divenuto quasi impossibile ricreare la condizione di un tempo poetico interiore del tutto separato da quello storico e la poesia avrebbe virato, di conseguenza, sempre più verso la prosa.
Come è normale in un contesto di questo tipo, nei versi di Finucci più spesso la memoria pare cercata in maniera attiva, predisponendosi all’atto del ricordo:

C’era il bucato sulle vie,
le mani coprivano
la vista
e senza bisogno di sognare disegnai una casa
ed un letto.
(Incanto)

mentre a volte sembra involontaria, epifanica:

Farfalla diventa l’aria
e i bambini si rincorrono senza meta,
rincorrono la gioia.

(Attimi di vita)

Con linguaggio semplice, equilibrato (ma la semplicità oggi o è maturità o è sciatteria) il poeta ci regala attraverso le trentotto poesie di questa silloge un breve assaggio del suo mondo artistico e dei suoi intenti che, volendo, potremmo così semplificare: la ricerca, attraverso il quotidiano, di attimi di verità. L’adozione di una lente che, attraverso le apparenze e attraverso il tempo, consenta di vedere l’essenziale e separarlo dal superfluo e con esso curarsi dagli affanni, dalla stanchezza di un presente assente, sempre in sottofondo e mai completamente protagonista. C’è un nucleo puro, sembra dirci Finucci, dentro le cose, dentro di noi, da qualche parte. Ed è difficile per noi che lo ascoltiamo non accorgerci di quanto questo nucleo lambisca continuamente Amore: la più temuta delle parole.

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